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Revolution now: BRUCE SPRINGSTEEN – Wrecking Ball (Columbia Records)

4 maggio 2012

Springsteen è ancora il cantore dei disillusi, è il portavoce degli hard workers, di quelli che si spaccano la schiena, in un modo più orientato all’aspetto sociale che non a quello politico, un uomo de facto assurto a paradigma dei self-made-men. Lo spettacolo increscioso di questa America di oggi è per lui l’ennesima conferma del fallimento di un’idea che appartiene ad altre epoche. Bruce è uno che ha i piedi per terra, con radici ben affondate nel suolo natio, per questo motivo non sputa nel piatto in cui mangia perché, anche se porta avanti una critica molto aspra, fondamentalmente rimane un patriota, uno che ama profondamente il suo Paese ma quella parte di Paese fatta di gente comune. Pur avendo alle spalle una quantità impressionante di canzoni che hanno segnato la storia del rock e del folk mondiale scrive musica ancora ispiratissima e meravigliosa; dopo così tanti album sente di non aver detto tutto. Sarà pure lo stesso concetto che va ripetendo da anni in forme diverse ma è anche chiaro come questo messaggio sia stato compreso da pochi (o quantomeno sono pochi coloro che ne hanno preso atto) e forse è il caso di rinfrescare le memorie corte. Del resto la sua parola è pesante; pesa a causa della persona che è e del personaggio che è diventato. Piuttosto che rivolgere la testa verso un’epoca d’oro che non c’è mai stata vive costantemente nel presente, la cui cruda quotidianità non può che essere ancora una volta la chiave di un’interpretazione quasi esclusiva delle cose, una visione non filtrata da preconcetti ma anche inevitabilmente afflitta da pessimismo. Per aspera ad astra, dalle difficoltà nascono i successi, le migliori intuizioni e quest’uomo, a 62 anni suonati, riesce ancora a raccontare l’ordinario in modo stra-ordinario, i problemi quotidiani in modo semplice, continua ad usare le stesse preziose tempere per arricchire quell’enorme tela che è la vita vissuta in America; gioca di sfumature, luci ed ombre per consentire a noi, che viviamo dall’altro capo del filo, di capire cosa diavolo sta succedendo lì, dove tutto quello che accade ha un riverbero fortissimo sul resto del mondo. Come un moderno Fitzgerald traccia le linee del vivere comune e come raffigura la vacuità della scalata sociale così rappresenta la realtà come essa si presenta liberandola dalle illusorie astrazioni del sogno americano riconducendoci nel basso delle strade polverose d’America, nelle periferie o nei sobborghi di provincia nati intorno ad una gasoline station, una miniera, una ferrovia, lì dove c’è solo lavoro, fatica e sudore. 

Wrecking Ball è l’immagine di un fuoco che brucia potente ma la fiamma del Boss non è quella della fenice perché il suo astro non ha mai smesso di brillare e imperioso ancora solca il cielo del rock. È una fiamma che brucia più rabbiosa ed incazzata del solito. Ma non violenta, come Occupy Wall Street, dà voce al 99%, a tutti gli altri, a quelli che non tollerano più un sistema di cose che non va bene e che deve finire. Quello spirito, quell’urgenza di farla finita una volta per tutte con questo scempio, percorre WB dall’inizio alla fine ed è tanto efficace da farti venire voglia di prendere un aereo e andare anche te a piazzarti lì davanti a manifestare. Soprattutto nella title track, musicalmente degna dei glory days, si avverte forte il bisogno di ribellarsi alla mancanza totale di responsabilità da parte di governanti e sporchi banchieri tanto da rimbalzargli in faccia quella stessa palla demolitrice che in passato ha polverizzato vecchie case di legno, piene di ricordi e memorie trasformandole in parcheggi, spianando con esse sogni e speranze. Così dovremmo spianare, in modo figurato, quegli edifici in cui i colletti bianchi giocano a bruciare mazzi di soldi e vite. Fammi vedere qual è il tuo colpo migliore, fammi vedere cosa sai fare che poi viene il mio turno.

Wrecking Ball è popolare in senso stretto perché ti entra dentro e ti coinvolge senza mai essere populista e mai cadere nella banalità di una tesi politica piuttosto che un’altra perché non nasce dal pensiero astratto ed ideologico ma dall’emergenza. In tutto questo faremmo meglio a prenderci cura di noi stessi, recita We Take Care of Our Own, della serie aiutati che dio ti aiuta. È un brano che dà la carica, è una rivincita che ti stende con un ritmo sostenuto, una voglia di intonare il ritornello ed unirsi al coro. Non c’è niente di più convincente. Lo stesso messaggio di unione collettiva è presente in This Depression ma più come una richiesta disperata di aiuto che come stimolo ad alzarsi in piedi e combattere per i propri diritti.

Wrecking Ball è ciò di cui gli americani avevano più bisogno. In un paese in cui i destini della gente comune, dei blue collars, sono dettati da mefistofeliche società di rating, assembramenti sub-umani di natura privatistica nati con scopi biecamente personalistici, che fanno dell’insider trading la loro causa pratica nonché la ragion d’essere e che quotidianamente scandiscono i tempi e i modi della disfatta delle persone normali. Società di scopo il cui unico vero scopo è far girare la ruota dentata del potere schiacciando e triturando le vite dei molti malcapitati che vi passano sotto. Sarà pur vero, come preconizzava Turing, che lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro potrebbe significare l’uccisione di un uomo un anno dopo o la sua salvezza, allora sarà vero, e molto più facilmente intuibile ma meno comprensibile ancora, che le intenzioni affaristiche di un CEO di una qualsiasi finanziaria americana fa perdere capitali ad un’azienda qualsiasi che poi è costretta ad applicare politiche del personale restrittive (un modo edulcorato di chiamare i licenziamenti) dall’altra parte del mondo. Che razza di mondo squallido è allora questo? Siamo tutti attenti a guardare l’andamento di una maledetta asticella che senza apparente logica va su e giù come una giostra infernale e quando sale significa che qualcuno quella sera mangerà ostriche e champagne, quando scende significa che qualcun altro mangerà patate bollite per un anno. Il caos di questo malefico effetto farfalla che vediamo tutti i giorni non è creativo, non decostruisce per trovare un nuovo equilibrio. Soprattutto sembra non avere una fine.

Musicalmente parlando l’album è un crogiuolo di influenze che vanno dal folk più classico, alla Nebraska per intenderci ma meno cupo, al gospel, al rock immediato made in E Street dei tempi di Born in the USA con in più qualche sperimentazione rap (come in Rocky Ground). Sicuramente afflitto nell’animo, WB nella qualità della produzione espressa non risente della tragica perdita subita dalla band e dall’intero mondo della musica; l’anno scorso si è spenta la fiamma di Big Man, Clarence Clemons, lo stesso grande uomo che in Tenth Avenue Freeze-Out, quella decima strada intorno a Hell’s Kitchen (che negli anni ’70 non doveva essere il posto pittoresco che è oggi), salvava Bad Scooter (alias The Boss) tirandolo fuori dai rischi di una vita di strada e dando vita, da quel momento in poi, alla magia della E Street Band. Il tour di Wrecking Ball sarà il primo con la band priva della sua colonna portante. Ma del sax di Clarence ancora se ne sentono gli echi: era dai tempi del Reunion Tour con la E Street Band che a fine concerto Bruce e i suoi eseguivano Land Of Hope and Dreams che qui viene finalmente pubblicata. C’è il sax di Clarence poiché il brano fu registrato ai tempi di The Rising, l’album della ricostruzione dopo i fatti del 9-11. Sembra che quest’uomo venga in soccorso alla sua gente ogni volta che essa ne abbia più bisogno ed è tutto così vero e genuino che a nessuno potrebbe venire in mente qualche stupido retro pensiero. Questa era l’occasione giusta per pubblicarla, il momento migliore in assoluto. Perché peggio di così le cose non possono andare. Un grande richiamo alla libertà, a fare le valigie e prendere quel treno che porta via tutti, santi e peccatori, vincitori e perdenti, whores and gamblers, fools and kings, verso una terra di speranza. People get ready.

La carriera musicale di Springsteen, dai primi dylaniani passi fino ad oggi, ha avuto principalmente lo stesso filo conduttore; la mai banale critica al sistema lo ha portato a tratti ad incupirsi di fronte alle incongruenze della vita, a tratti lo ha spinto a moti di rivalsa e riaffermazione di una volontà ferrea tesa a distruggere ogni disuguaglianza. Il riflesso naturale di questo atteggiamento ambivalente e conflittuale ci ha consegnato una produzione artistica tra le più prolifiche, varie ed intense mai viste e sentite. Il suo stile supera ogni incasellamento e non appartiene ad un’epoca precisa; non è solo settantiano e nemmeno ottantiano. Travalica i confini validi per tutti gli altri. Bruce è un’eredità dei nostri tempi ma è anche un lascito che va oltre lo spazio temporale di una o due generazioni; i suoi dischi saranno ancora lì tra una decina di anni, forse saranno ancora attualissimi e significheranno qualcosa di ben specifico per molti. È stato così per i nostri genitori, come è per noi e probabilmente sarà per chi verrà dopo. (Charles)

5 commenti leave one →
  1. Piero Tola permalink
    4 maggio 2012 16:11

    uno dei più bei cortometraggi di sempre…. commovente… e
    grandissima canzone!

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  2. elgatodiaz permalink
    9 maggio 2012 23:48

    me’ cojoni che recensione, sembra una tesi di laurea! :D

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