Avere vent’anni: DEATH SS – Panic

Panic è l’unico vero spartiacque della carriera dei Death SS, e non mi riferisco alla sua essenza innovativa, all’irruzione dell’elettronica o al rapido accantonamento di quello stile oscuro e pesante che aveva caratterizzato un po’ tutto Do What Thou Wilt. Si tratta dell’ultimo loro album pensato in grande da un artista che vedeva la sua creatura sulla cresta dell’onda. Qualunque cosa Steve Sylvester avesse ritenuto idonea per il suo progetto, ci sarebbe rientrata di diritto: ecco l’elettronica, già principe tre anni prima ed ora elemento cardine grazie a quell’Oleg Smirnoff che avrei voluto veder lì per sempre. Nel caso di Panic non fu necessario scendere a compromessi, eppure in molti caddero nel trabocchetto a causa della sua sfacciata modernità.

Verrà poi un momento in cui i Death SS usciranno allo scoperto di tanto in tanto, tra abiti della prima ora, scalette celebrative e cameo di storici chitarristi, e il tutto risulterà spaccato in due dalla volontà di uscire con una musica fresca e giovanile, cozzando con ciò che è sempre venuto loro meglio: rappresentare l’oscurità. Ascoltate Black Soul e Ogre’s Lullaby dagli ultimi due dischi, e capirete perché mi ostino a ripetere che l’unica formula revivalista funzionale, ora come ora, sarebbe quella di riconciliarsi davvero con Paul Chain, affidargli buona parte delle musiche e andare dritti all’Inferno dimenticando fan dell’ultima e della penultima ora. Steve Sylvester è carisma, ma funziona doppiamente bene se al suo fianco vi è una figura in grado di spartirci i riflettori, e dunque se la band è un po’ più band.

La penultima ora, dicevo, fu quella di Panic, il cosiddetto spartiacque. Incontrai Steve Sylvester alla Super Records, un buco di pochi metri quadrati in cui ho trascorso l’adolescenza a spendere soldi. Il negozio era affollato, e lui si presentò con un vistoso cappello nero e firmò autografi ai presenti. L’atmosfera diceva chiaramente che questi ultimi erano in attesa d’un artista rilevante, accorsi in massa per comperare la sua ultima creazione: cose del genere erano caratteristiche di quegli anni, pure con una discreta frequenza. Eppure in Italia accadeva sempre con quei tre o quattro nomi di spicco o culto, mentre oggi vantiamo conclamati fenomeni commerciali come Fleshgod Apocalypse, Rhapsody e Lacuna Coil, rendendo la situazione non più paragonabile. Allora c’era anima nell’andare a ricercare l’autografo di qualcuno, non si ambiva necessariamente ad un feticcio. Nessuno dei presenti era lì per aggiungere una tacca al fucile, di questo ne ero e ne rimango sicuro.

L’album era una cosa grandiosa, sebbene non accettassi formalmente niente di quello che proponeva. Neil Kernon si era ottimamente occupato della produzione, e le parole di Jodorowski scandivano passaggi che non ti saresti mai azzardato a saltare pur di arrivare al succo. Tuttavia non amai quella line-up, che, fatta una dovuta eccezione per Oleg Smirnoff, risultò perfetta per l’album. Il problema si proponeva quando andavi a vederli dal vivo, obbligati a confrontarsi con lo stile di Ross Lukather, Al Priest e Jason Minelli, e, procedendo a ritroso nella discografia, Kurt Templar. Diventavano la cover band sbagliata della band giusta.

Ciò che rese Panic un album profondamente più azzeccato di Do What Thou Wilt furono i pezzi: quella del 1997 fu la loro prima pubblicazione da me acquistata poco dopo l’uscita e ci rimasi affezionato in modo indelebile. Per quanto ricordi a menadito almeno metà dei suoi brani (conservo una preferenza spasmodica per The Way of The Left Hand), Panic aveva più canzoni, nuovi classici divenuti subito tali. È una sorta di punto d’arrivo Panic, giunti al quale i fan raccolti nel corso degli anni Novanta non potevano esser talmente disonesti da storcere sul serio il naso, laddove i nuovi si adunarono d’innanzi ad esso indicando una nuova direzione da intraprendere. Peccato che la cosiddetta vena “gotica”, inaugurata pochi anni prima con Scarlet Woman, da un certo punto in poi avrebbe dilagato, trasformando i Death SS attuali in una via di mezzo fra troppe cose amalgamate insieme per non scontentare nessuno. Panic e Humanomalies furono gli ultimi due titoli intrisi di una personalità propria, forte, determinabile soltanto da un artista che ancora si sente al cento per cento artista e che tira dritto per la sua strada. Glielo leggevi negli occhi sul palco del Gods of Metal o al Siddharta, non faceva alcuna differenza: ci credeva e ci avrebbe completamente creduto ancora per un po’, nella sua rappresentazione mutevole, teatrale ed egregia dell’oscurità.

Ultimo grandissimo album dei Death SS, e, per quel che mi riguarda, i nostri dovranno attendere sino a Resurrection per uscire nuovamente con un titolo fresco e dotato di una scaletta all’altezza di un nome così ingombrante. (Marco Belardi)

9 commenti

  • Sicuramente il loro ultimo disco rilevante, anche se eccessivamente zarro

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  • il mio preferito senza alcun dubbio…sarà che li conobbi con il precedente, che mi piacque un botto, ma questo disco l’ho letteralmente consumato. E’ tutto pazzescamente perfetto, e persino con uno stile non proprio adatto ai miei gusti come dice il buon Belardi. Concordo anche con te che dal vivo, soprattutto il batterista, non era ai livelli di Ross Lukather, soprattutto nei brani vecchi, ma comunque all’epoca li ho visti parecchie volte, ed è sempre stato un bel spettacolo. Una domanda per i vecchioni del sito, ricordo di averli visti per la prima volta al tour di Do What Thou Wilt, perchè avevano ancora i due chitarristi, ma non ricordo dove. Sarà che all’epoca avevo sui 16 anni, quindi dovetti scroccare il posto ad un amico più grande, ma ho vaghi ricordi sul fatto che il posto possa essere l’attuale Eatitaly zona Piramide, una volta chiamato Air Terminal o qualcosa del genere. Qualcuno mi può confermare che non sto delirando di vecchiaia?? 🙂

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    • Confermo, ex Terminal Ostiense, chiaramente eoni prima della canavacciuolizzazione dell’attuale cagata di Eataly. Un posto veramente di merda, sospeso in una terra di mezzo massificata e inqualificabile. Non è una roba elitaria e non ha un cazzo a che vedere con la gente normale, con un portafogli normale. Un covo di manierismo veltroniano. Porco dio.

      P.s. L’analisi di Belardi è ineccepibile.

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      • ” Manierismo Veltroniano” questa me la rivendo, mi piace

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      • Gracias…ho ricordi vaghi dell’ambiente, e fortunatamente non ho mai messo piede ad est Italy, ma il concerto fu grandioso…

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      • miglior concerto dei death ss a cui abbia assistito, tra i vari momenti maggici anche il pubblico che cantava in coro ‘porco dio, porco dio’ aizzato da felix moon

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  • Disco notevole.
    Io non critico le ultime uscite a prescindere anzi le trovo fantastiche.
    Non è certamente l’unica ed ultima band ad avere un leader circondato da comprimari.
    Resta inteso che la formazione degli ultimi anni è notevole.

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  • “ora come ora, sarebbe quella di riconciliarsi davvero con Paul Chain, affidargli buona parte delle musiche e andare dritti all’Inferno dimenticando fan dell’ultima e della penultima ora.”
    io una divisione con i fan della prima ora non la vedo proprio.
    il disco in questione, perfetto.

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  • Personalmente il disco peggiore del gruppo, ne conservo un pessimo ricordo e nonostante l’anniversario non andrò a ripescarlo. A me fecero l’impressione addirittura di saltare sul carrro di Marilyn Manson, non so se mi spiego. Questione di gusti e sendibilità ma per me i Death SS erano tutt’altro, al punto che di qui in poi non li ho più seguiti. Do what thou wilt risulta per me il loro ultimo disco, questa pacchianata in salsa moderna doveva per lo meno uscire sotto un altro nome.

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