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Avere vent’anni: ELDRITCH – El Niño

26 giugno 2019

Ve la ricordate la Duetto? Magari qualcuno di voi che ha qualche capello bianco se la ricorda benissimo, qualcuno la avrà anche avuta e usata per andare in camporella con la tipa, altri se la ricorderanno perché protagonista de Il Laureato, insieme alla sexyssima Miss Robinson. Lo Spider della Alfa Romeo, vero orgoglio dell’automotive italiano, soprannominata Duetto (per qualcuno è ancora IL Duetto), fu prodotta ininterrottamente per 28 anni, dal 1966 al 1994, subendo aggiornamenti tecnici ed estetici tutti figli del proprio tempo. Anche gli Eldritch producono ininterrottamente album da 28 anni, dal 1991 ad oggi e, guarda caso, ciascuno dei loro dischi è figlio del suo tempo. La prima Duetto del ’66 aveva una forma ad osso di seppia, così era soprannominata infatti, adottava il telaio della Giulia, il 4 cilindri bialbero e due carburatori doppio corpo, ma era più bassa della Giulia e sviluppava qualche cavallo in più, quasi 110, che per l’epoca era già una discreta potenza. Però, nonostante le forme filanti, dovevi andarci cauto e col cervello sempre acceso, perché non era proprio il massimo della stabilità. Nel corso degli anni, Pininfarina, che ne segnò il successo, lavorò in galleria del vento in funzione sempre più aerodinamica; la Alfa lavorò, da par suo, al motore, per dare un po’ più di spinta al mezzo e, verso la fine degli anni ’80, sviluppò la terza serie, la cosiddetta Quadrifoglio Verde con motore da 2000 cc e 125 cavalli di potenza.

Versione Osso di Seppia (con gnocca)

La versione dedicata agli States (la mia preferita), destinata a percorrere le assolate strade della costa californiana e a raccogliere a bordo bionde pettorute in ovulazione vestite di un bikini con una misura in meno, era di un grigio metallizzato che la vedevi arrivare luccicante da lontano, aveva il catalizzatore, gli specchietti e i finestrini elettrici, i tappetini rossi interni di morbida moquette e i sedili in pelle avvolgenti. Era l’esemplare meglio riuscito fino a quel momento, esteticamente ancora molto affascinante, nonostante quello spoiler nero di gomma morbida posto sulla coda tronca che a me piaceva molto (a tanti altri no perché considerato troppo moderno) e che, sostenevano le teorie dell’aerodinamica dell’epoca, portasse anche qualche beneficio. Inoltre, aveva una serie di chicche tecniche che la rendevano unica, come le gonnelline, anch’esse in funzione aerodinamica, e il grosso parabrezza studiato in modo tale da consentire di andare fino a 100 km/h col cappello in testa e la capote abbassata (la Alfa Romeo è da sempre stata in fissa con questa storia del cappello da portare anche in macchina, arrivando a modificare progetti appositamente per non costringere i signori dell’epoca a togliersi il Borsalino una volta saliti a bordo), capote che, con meccanismo ad azionamento manuale, spariva sotto una copertina di pelle che conferiva alla macchina una linea pulitissima.

 

Ora, questo modello, che per nostra comodità chiameremo non più Quadrifoglio Verde ma El Niño, aveva sotto la sua scocca luccicante, come detto, tutte le ultime trovate tecnologiche dell’epoca, i cerchi in lega, la modifica per l’alimentazione a benzina verde, una linea ancora classica ma che ispirava velocità e cronoscalate, uno stile unico: era un instant classic. Praticamente, il meglio che la Alfa Romeo potesse esprimere con quel modello. Purtroppo, aveva anche qualche difetto. Il difetto principale consisteva nel fatto che non era una Ferrari. Era pesantona e all’estetica sportiva non corrispondeva, di fatto, la possibilità di condurla con una guida altrettanto aggressiva, perché il grosso ma affidabilissimo motore era disposto davanti, la trazione posteriormente, inoltre il telaio molto rigido, le sospensioni dure e un passo lungo non le consentivano dei repentini cambi di direzione, altrimenti si “imbarcava”. Nei curvoni a percorrenza veloce, inoltre, dovevi fare continue micro-correzioni col manubrio e dosare il gas per evitare che andasse in testacoda, cosa facilissima con lei (ricordiamo che i controlli di trazione non esistevano ancora ed era tutta una questione di manico – o di tacco e punta, se vogliamo), la frenata era un po’ spugnosa se messa sotto sforzo, dunque niente staccate cattive, e infine la cavalleria che non era sufficiente a farti venire quel groppo in gola che ogni auto da corsa dovrebbe provocare.

Ma infatti non era un’auto da corsa, bensì una meravigliosa ed inimitabile macchina che ispirava una guida rilassata ma con la quale, all’occorrenza, potevi anche divertirti, purché sempre consapevole di ciò che avevi sotto, senza mai sottovalutare, cioè, le sue doti dinamiche. Compreso questo, tutti i presunti difetti si annullavano e diventavano pregi. In fin dei conti, molte macchine sportive ben più performanti sono cadute nel dimenticatoio, la Duetto è immortale, non ce ne sono altre come lei e non ci saranno. (Charles)

One Comment leave one →
  1. vito permalink
    26 giugno 2019 09:58

    So che Edd China è disoccupato !…

    Mi piace

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