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TESTAMENT – Titans of Creation

2 aprile 2020

titanscreation

Cesare Carrozzi: Al primo ascolto francamente pensavo peggio. Capiamoci, non è un capolavoro e nemmeno un discone, però non è la merdata che credevo. Diciamo che con ogni probabilità ero stato anche mal disposto dai singoli usciti su YouTube, Night of the Witch e Children of the Next Level, non esattamente due canzoni memorabili (anzi, Night of the Witch fa proprio cacare e non ho idea del perché sia stata scelta come singolo). Ecco, non fa tutto proprio schifo schifo, WW III è un bel pezzo piuttosto tirato, Dream Deceiver pure è carina, Ishtars Gate idem, però ci sono pure i due citati singoli più Symptoms e False Prophet, pezzi che toglierebbero le forze a chiunque. In ogni caso il trittico di pezzi migliori è posto in chiusura, cioè Code of Hammurabi, Curse of Osiris e Catacombs, una breve outro che, se sviluppata, avrebbe potuto diventare un’altra bella canzone. Curse of Osiris è comunque la migliore del lotto, veloce, incazzate con tanto di blast beat a tratti ed Eric Peterson che fa pure un po’ di scream (fortunatamente poco che coi Dragonlord già ha fatto abbastanza danni). Per il resto che dire: classica produzione Nuclear Blast di cartone, tutto ben suonato, Skolnick e compagnia si limitano a fare il compitino, Peterson e Chuck Billy scrivono praticamente tutto. Tirando le somme direi che siamo sui livelli di Brotherhood of the Snake, forse giusto un pelo sotto. E, se uno vuol vedere il bicchiere mezzo pieno, non è poi manco malaccio, su.

Marco Belardi: I Testament sono una Ferrari che gira alla metà del suo potenziale ed incaricata di trainare quel che rimane dei big del thrash metal per mezzo di una all-star band dove Eric Peterson riesce, in contemporanea, ad esserne la figura principale e la meno essenziale di tutte. Ce li ritroviamo così, in puntuale uscita ogni quattro precisi anni, con un album che suonerà più o meno come il suo predecessore. E sia negli intenti che nella realizzazione “tecnica” vedrete che cambieranno giusto le briciole. Al limite Eric Peterson può essersi accorto che i continui riferimenti al metal estremo, presenti da Demonic in poi, non giovavano affatto alla salute della band, ma oggi riascolto l’inedita Curse of Osiris ed ecco che ci risiamo dentro.

Una volta individuato il proprio punto di riferimento con The Gathering, Eric Peterson e qualsiasi figura al suo fianco decisero di non muovere più un dito per la plausibile paura di compiere ulteriori passi falsi (la fretta di Souls of Black, The Ritual e pure Demonic). Ed è così che si giunge a Titans of Creation. Non voglio mettermi a giocare al “trova le differenze” con Brotherhood of the Snake o con gli altri titoli recenti. Di differenza sostanziale ce ne è una sola: Titans of Creation è certamente inferiore a Dark Roots of Earth, l’apice dei loro anni Duemila. È un pelino più variegato e longevo degli altri due, ma non da esaltarsi. Per il resto sono sempre i Testament, con una prima canzone che si fonda su un riff portante uguale a quello di More Than Meets the Eye e con Dream Deceiver – in assoluto odor di anni Ottanta – che si conclude come uno degli episodi maggiori di The Gathering. Sono i Testament e anche stavolta non c’è nulla di nuovo in loro, anzi finiscono col citarsi da soli in un disco che, comunque, quei tre o quattro pezzi salvagente li ha tutti. È brutto constatare quanto per questi ragazzoni il tempo si sia come cristallizzato. Sembra un complimento ma non lo è affatto: questa roba è vecchia e sono anni che i cinque ci girano intorno, con la sicurezza che piaccia e con la necessità d’allungare il brodo alle scalette dei concerti con qualcosa di nuovo. Come dare contro a una sparatissima WW III o al paraculissimo ritornello alla Low di Night of the Witch? In nessun modo, tanto in futuro avrete sempre in testa Into the Pit e Alone in the Dark. Qua ci sono giusto un paio di singoletti e una bella canzone: lo stretto necessario per non dover tirare i remi in barca negli anni di Spotify.

Pagherei, allora, perché il prossimo album dei Testament avesse un qualcosa di sbagliato al suo interno, e pagherei affinché la band sapesse riprender posizione per dimostrarci che è ritornata in studio con un’idea musicale sulla quale sviluppare una decina di inediti voluti e non così calcolati. Questo non per esser bastian contrario, ma perché se i Testament vorranno trainare un carro allora sì che dovranno andare a pieno regime, dritti come un mulo, e possibilmente con un minimo obiettivo da raggiungere. E un album del genere non vale neanche un decimo di Low..

4 commenti leave one →
  1. 2 aprile 2020 09:58

    Dark Roots a me è piaciuto molto, Brotherhood così così; se questo è sulla stessa scia, come è probabile, qualche ascolto lo merita di sicuro. In ogni caso, a livello di perizia strumentale non hanno tanti contendenti nel panorama thrash attuale, e quindi sentirli suonare è sempre un piacere (e infatti mi è dispiaciuto perdere il concerto a Trezzo lo scorso 28 febbraio; sembra un secolo fa). I Testament saranno uno dei gruppi che rimpiangeremo quando smetteranno di suonare.

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  2. weareblind permalink
    2 aprile 2020 11:28

    Low mi ha sempre rotto le palle.

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  3. Bacc0 permalink
    2 aprile 2020 11:44

    Plastica, plastica, plastica.. Sta robaccia vale tanto quanto le ultime nefandezze dei kreator, giusto un pelo meno abominevole, ma che cazzo dovrebbe significare un disco del genere? Davvero c’è gente che, tra sei mesi, avrà ancora voglia di riascoltarlo? Giusto quello che di Belardi: Low era un’altra cosa.. Questa è merda invece

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  4. Hieiolo permalink
    2 aprile 2020 14:31

    la cosa triste sono i gruppi storici come i Testament che una volta, a livello di produzione musicale erano riconoscibili tra mille, ora, invece di indicare la strada, seguono quella dei gruppi odierni, ricalcando un sound inflazionato che, gioco-forza, inflaziona anche la loro proposta.

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