I miei idoli stanno morendo. E neanch’io mi sento tanto bene

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Si prospetta un weekend piovoso e dalle intenzioni personali nulle, e quindi, esattamente come un Gigi Marzullo posseduto dal demonio, vi parlerò della percezione del tempo e dello stato reale delle cose, e di come questi due fattori si differenzino o combacino tra di loro.

Il primo ci lascia una discreta libertà di interpretazione, scatenando l’utilizzo dell’abusato e talvolta odiato termine “oggettività”. Che lo si consideri con o senza la “s” davanti, non c’è alcuna differenza: fa schifo. Il secondo no, le cose stanno semplicemente in quel modo e non puoi farci un bel niente.

Quando misi le mani su Master Of Puppets era il 1996, e l’album era vecchio di solo dieci anni: l’equivalente odierno di Eparistera Daimones dei Triptykon, Ironbound degli Overkill oppure Opus Eponymous dei Ghost. Questi tre dischi mi sembrano usciti ieri, un po’ perché sono invecchiato a mia volta, e un po’ perché sto dietro a questa faccenda delle musicassette e dei cd da poco più di un quarto di secolo. È l’effetto in prima persona a cambiare, restituendo una differente percezione dello scorrere del tempo a quell’oggettino che, volta dopo volta, farai ripartire sul lettore. Il giorno in cui entrai in possesso della cassetta di Master of Puppets, dapprima doppiata da un amico, poi originale, infine in cd, il terzo album d’inediti dei Metallica mi sembrò una specie di dinosauro. Una roba vecchia di un decennio, pensateci bene, come dovrà mai apparire agli occhi un ragazzino di tredici anni che sta scoprendo un mondo, e che all’epoca della sua pubblicazione aveva solo tre anni?

Lo stato reale e attuale delle cose, invece, trasforma l’interpretazione del tumore al cervello di uno dei tuoi chitarristi preferiti come pura casualità, oppure sfortuna, in un’altra situazione nella quale un altro chitarrista e compositore che ami, all’improvviso, dichiara di avere il morbo di Parkinson. E a ruota tocca ad Ozzy Osbourne, lo stesso che hai osservato in preda ai tremori fin dall’adolescenza, attribuendo la responsabilità di quei sintomi a uno spettro di cause che andava dalla droga al telecomando nella tasca di Sharon Osbourne, un po’ come nel finale de La pallottola spuntata. Ecco lo stato reale e attuale delle cose, come diceva il Carrozzi a proposito dei Rage e dell’impossibilità, da parte del loro leader, di vivere l’intera faccenda diversamente da come essa (realmente) si pone. Molti dei nostri idoli sono vecchi, lo sono davvero, non c’è più finzione. E ai vecchi rocker è frequente che capiti di invecchiare male. Inutile stare a ragionare di annata di merda se a metà gennaio 2016 era già andato via un David Bowie: il prossimo decennio, tutto, sarà come una battuta di caccia alle icone pop con cui la nostra generazione, a braccetto con quella precedente, è cresciuta. È lo stato reale e attuale delle cose e non c’è niente da interpretare.

Vengo al punto.

Le due situazioni si incontrano quando un gruppo passa da stronzo, perché, in netto anticipo, qualcuno al suo interno aveva già calcolato tutto: vivere di rendita, prepensionamento, pensionamento vero e proprio, e trasformazione della band in un brand. Cioè, nel tenere in vita un morto per farci più soldi che si può, al costo di portare i Judas Priest sul palco fino al 2050 con alla voce un indonesiano calvo, classe 2028, con trentacinque ottave di estensione, e i figli gemelli di Faulkner alle dodici corde. Quest’ultima faccenda non riesco proprio ad affrontarla, a differenza di tutte quante le altre a cui ti abitui, oppure ti abitui lo stesso: la band che persevera senza punti di contatto reali con il passato, se non il riproporne artificiosamente stile e gesta. Oltre ai classici intramontabili che non le appartengono più. Siamo dalle parti dell’ologramma, dei film in CGI con le facce di attori ringiovaniti o già defunti. Però è l’heavy metal.

Abbiamo a lungo percepito i Metallica come un agglomerato composto da quattro stronzi, oppure tre più un Jason Newsted fuori luogo e che doveva fuggire in qualsiasi modo da quella sorta di Alcatraz (per poi fare cosa?) che ne ingabbiava l’indiscussa metallarità. Il concetto era già uscito a piccole dosi prima nel 1991, e poi a secchiate nel 1996 e 1997, e da lì in poi ogni qualvolta ne sentivamo il bisogno, per sfogarci, perché li avevamo idolatrati troppo, o addirittura perché attribuivamo a loro il generale peggioramento di una scena intera. E proprio quest’ultima era la più colossale di tutte le puttanate. Il disco con l’orchestra, la canzoncina per Mission Impossible, la batteria e le canzoni di St. Anger erano i frutti scadenti di un manager e batterista divenuto di colpo frettoloso, che aveva capito quanto velocemente il tempo stesse stringendo, e che avrebbe iniziato a prendersela comoda solo a morte avvenuta del mercato discografico per come lo concepivamo fino allo scoccare del nuovo millennio. Che Lars Ulrich ci avesse visto giusto o no, scordatevi che i Metallica fossero gli unici o anche soltanto i peggiori, nel guardare all’indomani dal punto di vista delle tasche. Aumentava solo il numero degli zeri.

Un altro veggente in tempi non del tutto sospetti fu Ozzy Osbourne, che, preso per la manina dalla solita tizia che non era riuscito a strangolare, cominciò ad annunciare il ritiro del 1992, il reality show, il festival a sé intitolato e i presunti ritiri successivi. Pensateci bene: la trasformazione in brand di una band che dopo No More Tears iniziava a perdere vistosamente colpi fu l’unico modo per tenere in vita un carrozzone come il suo, lui lo sapeva, e le personalità che lavoravano per lui – o che ne sfruttavano e ne spremevano l’immagine – lo sapevano ancor meglio di lui al punto di giocare sporco su salute, vizi e quant’altro. Aspetti come questo hanno reso interessante l’ultimo giro (sul palco e in studio) dei Black Sabbath, spingendo in alto l’hype per 13 dopo che le annate con Tony Martin erano finite letteralmente in calando.

Tutta l’era senza Ozzy Osbourne fu un lento, graduale e impercettibile calo di rendimento e interesse (esplosione iniziale a parte), e ve lo dice un fan di Headless Cross, Dehumanizer e pure Tyr. A chi poteva mai interessare il seguito di Cross Purposes e Forbidden? A tutti, con Ozzy Osbourne di mezzo, ma non con quello di Black Rain e Scream. Quello di nuovo al fianco di Tony Iommi però sì: il solito, soltanto messo da un’altra parte, con un effetto perlomeno triplicato. Nel 2020, e non per caso, il nuovo album del settantenne Ozzy Osbourne sarà certamente fra i più attesi dell’intera annata: fatevene una ragione, e io, nel frattempo, mi sono già imparato a memoria la belloccia Under the Graveyard mentre a un mese dalla pubblicazione viene comunicato al mondo del Parkinson. Storia sicuramente vecchia, ma che esce allo scoperto soltanto ora. È’ l’unico caso di trasformazione di una band in brand che non riesco proprio a mandare a fare in culo, il suo, nonostante il mondo di Ozzy Osbourne sia abitato da avvoltoi certamente non meno famelici di un Lars Ulrich. Ed è paradossale che il madman tiri più oggi che vent’anni fa, ma possibile grazie al processo di cui ho parlato. Chiamatelo brand, chiamatela imbalsamatura: è quella cosa lì.

Riassumendo, Ozzy Osbourne si può dire che abbia sempre scelto alla perfezione ogni tempistica, con o senza l’aiuto da casa, mentre i Metallica decisero di cavalcare più che poterono l’onda lunga del Black Album al costo di togliere qualcosa, o tutto, alla fase seguente della loro carriera.

Il problema cresce esponenzialmente quando trasformi in brand una band di rilievo generazionale, ma che non ha un futuro né un nodo della questione attorno al quale girare a lungo. Gli Slayer, i miei prediletti di sempre, ne sono l’esempio lampante. All’ennesimo atto di attaccare i Metallica è giusto far presente che nessuno tocca mai gli Slayer, e il giorno che ho letto questo appunto tra i commenti a un articolo – se ben ricordo a riguardo di S&M – decisi di farne uno specifico sugli Slayer e sulla loro idea di realizzare il proprio, irrinunciabile, Through the Never. Non mi rode il fegato che gli Slayer vendano tazzine, maglioni natalizi oppure film scadenti ottenuti incollando assieme tre precedenti videoclip e un po’ di puttanate riprese sul palco: il problema non è il mio gruppo preferito che non fa i soldi veri pareggiando Seasons in the Abyss, bensì nel momento meno prolifico di tutta quanta la sua carriera. Mi si strugge il fegato al solo pensare che la memoria degli indelebili Slayer, da quindici anni a questa parte, non abbia subito quell’arresto che avrebbe potuto preservare tutto quanto. La reputazione, l’esserci cresciuto assieme – ascolto dopo ascolto, concerto dopo concerto – e lo status di simbolo inattaccabile ed assoluto anche ai tempi degli Stomp 442 e dei Risk. Perdonavi un Diabolus in Musica, e più in là lo avresti perfino apprezzato a caratteri cubitali.

Tutto quello che ho pensato degli Slayer a partire dal 1996 si è lentamente corroso, sfaldato, e mai avrei immaginato che uno come Kerry King potesse metter firma sul trionfo dello scontato, ovvero, il loro ultimo album su Nuclear Blast: un tripudio di scellerato marketing e videoclip ricavati da contenuti dolorosamente nella media, compensando con sparatorie e coltellate alle gravi mancanze insite nel thrash metal più fiacco che avessero mai pensato, o peggio ancora inciso. Gli Slayer non fanno più male da Christ Illusion (incluso) in poi, dall’epoca del ritorno di Dave Lombardo in cui probabilmente avevano già cominciato a pensare a come investire gli ultimi anni, o decenni di carriera, affinché questi esaltassero il brand nella band stessa. Quando una copertina di Larry Carroll fa più rumore di tutto quanto un album, per gli Slayer è finita. E Def American lo sapeva benissimo, quando non rinnovò il contratto e quando Kerry King si mise a piangere ai microfoni di mezzo mondo, invocando l’ingratitudine di quest’ultima.

Vendete pure le tazzine.

Vendete il singolo che si può ascoltare bruciandone la confezione. La canzone è la solita Repentless, neppure un inedito. La puoi riascoltare solo bruciando la confezione. Altrimenti l’avresti riascoltata? Litigherai coi tuoi genitori per avere fatto scattare l’antincendio, o distrutto la cucina nuova firmata Scavolini, in nome dei peggiori Slayer di sempre. Scatenerai in casa tua il solito Inferno che c’era sulla copertina di Hell Awaits, per della musica di merda composta da maestri che a ragion veduta non hanno più voglia, ma non la smettono. Esiste davvero il singolo che puoi ascoltare solo bruciando la confezione, informatevi. Non ci faccio una puntata di Radio Feccia per una roba così, ma ci tenevo a dirvelo. Esiste e l’hanno fatto i soliti Tom Araya e Kerry King di questi versi qua:

No apparent motive
Just kill and kill again
Survive my brutal thrashing
I’ll hunt you till the end
My life’s a constant battle
The rage of many men
Homicidal maniac

Kill Again, da Hell Awaits del 1985. Il thrash metal in una delle forme più estreme che la mente umana potesse concepire. E non c’era bisogno di dare fuoco a un cazzo, ci pensava lui a fare salire la temperatura. Vaffanculo. (Marco Belardi)

 

 

8 commenti

  • Il fatto è che ai millenials il metal non piace ! Salmo lo ha detto in una sua canzone con Fabri fibra ” se a diciotto anni ascolti gli Slayer non scopi”. Penso che abbia ragione.

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  • Ogniqualvolta lo faccio notare vengo preso a bottigliate dai soliti nostalgici del cazzo..

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  • L’unica cosa da cui mi sento di dissentire è che i Priest, nonostante tutto, continuano a sfornare prove di qualità (“Firepower” il loro miglior disco da “Painkiller”) e sul palco non deludono. Però sì, il quadro è desolante; e forse è giusto così, perché, per quanto si possa allungare il brodo, non esistono eccezioni alla Legge di Peter Steele: everything dies.

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  • Sì, ma in fondo chi se ne frega?
    Non è la musica l’essenza di tutto? Sì, ok l’attitudine, sì certo la coerenza, sì senza subbio la differenza rispetto al resto del mondo. Ma l’essenza resta la musica, no?
    Se 35 (e calcolarlo è un coltellata) anni fa sono diventato un metallaro e, per quanto ridicola quella parola mi suonasse allora e continua a suonarmi ora, lo sono rimasto dopo averne compiuti 48, non è per le borchie, non è per le magliette (nonostante ne possegga decine) e non tanto per l’attitudine (che mi piaceva), ma per la musica, la cazzo di musica che amavo, amo e, a questo punto, amerò fino alla morte.
    Quindi, chi se ne frega.
    I Metallica fanno un disco di merda, amen lo ascolterò poco o non lo ascolterò del tutto.
    Ozzy fa un buon disco, sono felice e lo ascolto.
    Una nuova band di diciottenni norvegesi mi provoca un’emozione, mi esalto e li aspetto in Italia.
    Il resto lo seguo, per curiosità e per cazzeggio, ma non riesce e non riuscirà mai a incidere nel mio giudizio sulla musica che viene prodotta dalla grande famiglia del metal. Io ho bisogno di quella e non mi è mai interessato troppo chi l’avesse scritta, suonata o registrata, se l’avesse fatto per denaro o meno, se adorasse Satana per convenienza o perché ci aveva parlato sul serio. Sarebbe stato come chiedermi se Luke Skywalker può davvero alzare il suo XWing con il pensiero. L’importante è che lo abbia fatto nel film e abbia irrimediabilmente condizionato la mia fantasia, come certe canzoni dei Metallica, dei Maiden, degli Slayer, dei Saxon, dei Motorhead, dei Testament hanno fatto 30 anni fa o certi dischi degli stessi autori sono riusciti di nuovo a farlo negli ultimi 10 anni.
    Ciao ragazzi, con chi c’è ci si vede a Trezzo per Death Angel, Exodus e Testament

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  • Non sarei così pessimista. Su Youtube ci sono una marea di band che ci provano egregiamente col thrash e il classic,mantenendo la brace accesa. Certo mancano nuovi grandi gruppi che trainino la scena..

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