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La finestra sul porcile: THE IRISHMAN

12 dicembre 2019

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Nel suo ammonire Marvel, e successivamente i pendolari che avrebbero guardato The Irishman sullo schermo amoled di uno smartphone, a Martin Scorsese ho quasi finito per dare la ragione. Perché sul momento ti sembra stia dicendo una cosa non solo giusta, ma ovvia. In realtà, in tutta questa faccenda Martin Scorsese ha torto giusto su un punto, uno, ma d’importanza gigantesca.

A prescindere dalle problematiche di produzione che lo hanno portato sin qui, egli si sta cibando dallo stesso piatto dei suoi avversari, ossia, il cinema usa e getta dei blockbuster, delle serie TV e dei filmetti scritti in quattro ore, il che corrisponde allo sterminato campo da gioco in cui gareggia e spadroneggia Netflix. Se tu difendi il cinema d’autore, ma poi diventi un affiliato Netflix, puoi rompere il cazzo quanto vuoi a Marvel, o allo Huawei P20 da troppi pochi pollici. Ma sei tu, Martin Scorsese, e non Marvel, né Huawei, ad avermi costretto a guardare The Irishman da casa e non in religioso silenzio dalla poltrona di un cinema. Le stesse sale che hanno ospitato The Irishman in lingua inglese – con sottotitoli – appena per qualche giorno, per poi lasciare a Netflix gli onori dell’esclusiva. Netflix in tutto questo non ha alcuna colpa: fa il suo gioco, chiama nuovi clienti e propone loro le cifre. E avrà il sacrosanto diritto di farlo finché ne troverà. Nel suo gorgo abbiamo visto precipitare La Torre Nera, triturato come si fa con la peggiore spazzatura e poi dato in pasto agli esterrefatti fan di Stephen King come un militaresco rancio da trincea. E vi abbiamo visto precipitare, per ragioni conosciute ma che adesso non mi interessano affatto, una leggenda come Martin Scorsese. Per cui lascia stare Marvel e la prossima volta portami al cinema, se ci tieni davvero.

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E il film com’è? Ho saputo che imbianchi case. The Irishman ci mette poco a decollare, giusto il tempo di far finire un accademico piano sequenza da serie TV un po’ boriosa che mi ha ricordato, e nemmeno poco, la patinata presentazione del manicomio di Asylum, seconda stagione di American Horror Story. Dopo quel minuto di relativo imbarazzo, e per mezzo dell’escamotage di imbiancare case, The Irishman aveva nuovamente la mia attenzione. Dopodiché ho lottato per circa tre ore e venti: ho lottato con la pioggia di battesimi alla Il Padrino, con Robert De Niro ringiovanito ma comunque mosso da un attore classe 1943, macchinoso e goffo nella scena del pestaggio al negoziante che aveva oltraggiato Peggy, al punto di renderla la peggiore scena fra tutte. Per intenderci, Al Pacino, la cui recitazione è molto più gesticolata e corporea, anziché incentrata su presenza scenica e ghigni alla Horgh, sposa molto più efficacemente il riadattamento che la computer grafica gli ha riservato. Robert De Niro è un automa che attraverso le varie epoche si muoverà pur sempre come un (quasi) ottantenne, sebbene ci venga fornita la giustificazione dell’artrite patita già in età giovanile, durante la guerra.

Ho visto tutti i film recenti di Martin Scorsese tranne Silence. Non mi aspettavo un ritorno alle atmosfere di Quei bravi ragazzi, e neanche di Casinò. Glielo avrebbe impedito il mutare dei tempi, e Martin Scorsese – che è un immenso professionista, oltre che furbo e intelligente – si è ben guardato dal farsi prendere a cazzi in faccia dal riesumare giochetti su realtà o immaginazione alla C’era una volta in America, o sul volere a tutti i costi amplificare la nascita ed evoluzione del criminale sin dalle sue origini, cose contro le quali avrebbe onestamente perso, e nemmeno ai punti. The Irishman è stato girato secondo lo spirito e il criterio dei film più recenti, sulla malavita e sul lusso, che il regista di New York ha messo in scena a partire dal cambio di secolo. È come se con Gangs of New York si fosse aperta per lui una nuova giovinezza da cui attingere, stessa cosa accaduta a Quentin Tarantino con Kill Bill e ad altri grandi registi che a un certo punto hanno riscritto quasi da capo le regole che li resero celebri, anziché marciare all’infinito sulla stessa mattonella del Taxi Driver o del Pulp Fiction. La regia di Martin Scorsese è particolarmente brillante: riprende immergendoti nella scena, voltando a sinistra e a destra la cinepresa come se fosse la tua testa, in prima persona, a farlo. Gioca e ironizza per mezzo di piccoli e ripetuti flashback che descrivono la morte di un personaggio secondario, o la sua essenza, senza sprechi di tempo o parole. Il Martin Scorsese di The Irishman è l’erede diretto di quello di The Wolf of Wall Street, mentre la caratterizzazione dei personaggi proviene in certi frangenti da The Departed.

Non c’è molto, qua dentro, tranne le ambientazioni e i temi trattati, dei vecchi gangster movie che hanno reso celebre Robert De Niro come protagonista. Il problema derivante da questa scelta di stile è che si vuole spingere su un tono principale molto goliardico, il quale nasconde o comunque limita la tensione tranne che in un paio di brevi scene. Manca, inoltre, la classica trasformazione del personaggio attraverso i fatti: non c’è un’iperbole come in Scarface, ma piuttosto, Scorsese ha voluto immaginare Frank Sheeran come il narratore di un qualcosa di cui rimarrà il punto fisso, nella sua obbedienza e devozione, anche laddove non occorre più averne. In parallelo, gli altri vivono gli eventi e soccombono agli stessi per motivi che Scorsese ci svelerà o ci farà soltanto intendere. In particolar modo viene curato il personaggio di Jimmy Hoffa, il solito Al Pacino irascibile e orgoglioso, qui estremamente goloso di gelato e avverso a qualunque ritardo agli appuntamenti, oltre a non rinunciare in alcun modo a un’etica nella quale crede profondamente, nonostante le discutibili alleanze che ha mantenuto negli anni. È quella di De Niro l’individualità più svuotata, così centrale, ma così in piena dipendenza da tutte quante le altre.

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Mi ha fatto incazzare la quasi totale mancanza di un crescendo emotivo nelle scene più brutali o cruciali. Tutto avviene in relativa rapidità, ed è buffo se si pensa alle tre ore e venti di girato. Che scorrono bene, ma sono sempre tre ore e mezzo, e fra di esse, vi è questa volontà di far rivivere gli eventi (Kennedy, Baia dei Porci) con cui i personaggi sono più o meno incastrati attraverso le varie dinamiche personali. Il che allunga troppo il brodo, a partire dai copiosi filmati di repertorio che continuamente De Niro o Joe Pesci si ritrovano a guardare alla televisione, con o senza famiglia al seguito. I silenzi di Peggy attraverso la recitazione di Anna Paquin sono un qualcosa di meraviglioso. La parte più lenta di tutto il film è pure la più toccante e “umana”, come se nel concludere la vicenda tra Sheeran ed Hoffa, si concludesse un po’ in anticipo il film. E nel lasciare da una parte gli eventi, questo si riservasse dello spazio per un lungo epilogo chiarificatore, dove il vecchio Sheeran la smette di narrare dalla casa di riposo e si fa osservare per quello che è rimasto della sua esistenza, non più in bilico, ma segnata dal tempo e dalla solitudine.

Gli perdono una colonna sonora debolissima e invadente, le dichiarazioni da progenitore dei boomer nonostante l’esser passato per esperimenti come Hugo Cabret (il quale, al suo tempo, mi sfondò ambedue le palle), e l’aver giocato con la computer grafica in un modo che certamente risulterà d’effetto, ma innegabilmente non sempre funziona. Ma il punto rimane lo stesso: mi hai fatto guardare The Irishman dal salotto, e, se vivessi nella stessa realtà che hai scelto di raccontarci, qualcuno ti avrebbe già dipinto le pareti di casa. (Marco Belardi)

4 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    12 dicembre 2019 09:46

    devo trovare il tempo per vederlo mannaggia a me…dai che le vacanze di Natale si avvicinano

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  2. William permalink
    12 dicembre 2019 21:08

    Mi ha frantumato di più i coglioni leggere la tua recensione da saccente borioso in questi 5 minuti piuttosto che l’intera durata di the irishman…ma ovviamente ognuno ha i suoi gusti. Giudichiamo duramente film del genere e spezziamo sempre più una lancia in favore di film come thor ragnarok. #sistavameglioquandosistvapeggio

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    • Yasmine Pola permalink
      13 dicembre 2019 01:24

      Sono d accordo.. Un film pazzesco di altissimo livello ..e questi che si dilettano a scrivere recensioni contorte e scritte male per altro… Irishman 3 ore e mezzo di grande cinema! Ma purtroppo le perle ai porci, si sa, non bisogna darle

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  3. Yasmine permalink
    13 dicembre 2019 01:18

    Un articolo orribile e volgare

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