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E con questo fanno otto: SADIST – Spellbound

18 novembre 2018

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I Sadist hanno pubblicato il loro ottavo disco. Quattro si collocano prima dello scioglimento, altrettanti in seguito ad esso. È un po’ come se con Spellbound si chiudesse un secondo ciclo, e la cosa buffa è che, se il primo si era impostato su una fase assolutamente calante, a partire dall’omonimo album del 2007 le cose sono soltanto migliorate.

Con questo non voglio affermare che Spellbound sia superiore a Season In SilenceHyaena, perché c’è di mezzo un processo evolutivo piuttosto grosso, ma anche meno contrastante di quello che caratterizzò la prima metà della carriera dei deathster liguri. È lo stile dei Sadist a convincermi sempre di più, il modo in cui si ostinano a far suonare i loro album e l’atteggiamento con cui hanno ripreso ad affrontare il death metal. Vi faccio un esempio: una decina d’anni fa se ne tornarono in scena con un lavoro generalmente acclamato, e che sulle prime era piaciuto pure a me. Aveva un bel suono, soprattutto di batteria, e si può dire che andasse generalmente in controtendenza alle produzioni moderne e artificiose dei tempi nostri. In realtà si trattava soltanto di una situazione in cui la band era sì tornata a volgere lo sguardo al passato, ma l’aveva fatto senza dimenticare la modernità dell’immediato post-Tribe.

In linea di massima preferisco nettamente Crust al lavoro pubblicato nel 2007, anzi, ci tengo a sottolineare quanto il loro album di dieci anni prima sia stato scarsamente tributato nel tempo. Era un bel passo in avanti, e il fatto che si sentisse la mancanza di uno come Peso trovava comunque un riscontro adeguato nell’interprete (Oinos) che avrebbe eseguito pezzi come Perversion Lust Orgasm con un volume della cassa ai limiti del tollerabile. Quel ragazzo era perfetto là sopra, così come oggi va benissimo Alessio Spallarossa.

Dopodiché ai Sadist si sono schiarite velocemente le idee: prima hanno tirato fuori il loro album più completo, tecnico e maturo, Season In Silence, e, una volta assodata la formula sulla quale campare di rendita, si sono messi a smontare il tutto per ritornare alla semplicità, a composizioni perfettamente assimilabili fin dal primo ascolto, senza che queste rinunciassero a portare avanti il trademark che li aveva celebrati. Hyaena è stato un disco ottimo, probabilmente più continuo, grintoso e ispirato del nuovo Spellbound. Ma io gli preferisco quest’ultimo perché ha un carattere che finora si era solo intravisto dalle parti dei Sadist, tutt’al più nel loro debut Above The Light.

Le caratteristiche forti di Spellbound sono innanzitutto la sua vena orrorifica, a cui il metal ha rinunciato fin troppo a partire dai Novanta; troviamo quindi tastiere che giocano semplici e che puntano a colpire piuttosto che a duellare con le chitarre. Se Oleg Smirnoff ha portato lo strumento allo schema successivo, i Sadist di Spellbound lo utilizzano con incredibile efficacia e secondo i canoni da cui il metal attingeva venticinque, forse trent’anni fa. La tecnica c’è, spesso le viene dato sfogo all’interno degli intermezzi come già accadeva in Hyaena, ma non è necessario che sia protagonista.

Spellbound è l’album più minimale della band in coppia con Above The Light, un po’ come i Necrodeath hanno fatto ricorso alla semplicità totale in The Age Of Dead Christ. Ciò non significa che Spellbound sia un album meno pesante del predecessore: ha sicuramente meno vivacità, ma se Stage Fright e l’iniziale The Birds ammiccano in un certo senso alla linearità degli esordi, con Bloody Bates la band premerà ulteriormente sull’acceleratore pur lasciando le tastiere in primo piano. Sono loro le protagoniste, e non complicano mai le cose, si limitano a dettare le melodie portanti come facevano i Death SS, oppure i Goblin.

La parte centrale del disco è molto “forte”, nel senso che riesce a mantenerti incuriosito sul materiale a cui approcci e sul suo dinamismo. È andando verso il finale che prende campo un po’ di noia, nonostante Tommy Talamanca e compagni abbiano saggiamente dosato il minutaggio complessivo dei pezzi. Il più lungo supera a malapena i quattro minuti, e considerando che l’ambito è pur sempre quello del death metal tecnico, direi che la sensazione è più quella di trovarsi davanti ad un prodotto di natura old-school; un po’ come se si volesse tributare un’epoca da cui nacquero Piece Of Time degli Atheist e svariate altre pietre miliari, piuttosto che gli sproloqui di note, tecnica e cronometri impazziti tipici delle annate più recenti. È per questo che Spellbound vince su Hyaena, che era maggiormente fluido e accattivante, ma non ci aveva ancora mostrato questo convincente aspetto del sound dei Sadist. Trevor continua tuttavia a non farmi impazzire alla voce, è decisamente migliorato con le ultime prove ma rimango e rimarrò dell’idea che uno come Zanna sposasse al meglio la loro idea di musica, tolta quella parentesi modernista nella seconda metà dei Novanta. Il dettaglio in favore di Trevor, è che questo povero cristo ha dovuto adattarsi di volte in volta ad una pelle che mutava costantemente, mentre Zanna visse quell’istante di vita della band, che per l’appunto è anche quello che i fan generalmente preferiscono.

Concept sul personaggio e sulle opere di Alfred Hitchcock, ottimamente realizzato e che ci riconsegna una band non più condannata a sbagliare come quel Lego ci aveva fatto temere. E per essere discograficamente attivi da venticinque anni, due in più se aggiungiamo le loro demo-tape, cosa vogliamo di più dai Sadist? (Marco Belardi)

2 commenti leave one →
  1. Alessandro permalink
    18 novembre 2018 17:37

    Disco molto bello, il migliore dai tempi di Crust

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  2. sergente kabukiman permalink
    21 novembre 2018 22:26

    posso dire che la copertina mi fa davvero cacare? la composizione è davvero terribile ed è strano perchè da solomacello mi aspetto solo meraviglie

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