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La macchina del fango: la vera storia degli ARCH ENEMY

24 maggio 2019

una delle poche foto della band che è sopravvissuta alla censura

Forse la maggior parte di voi non li conosce perché anagraficamente troppo giovane. Per vostra fortuna ci siamo qui noi che vi facciamo scoprire, o riscoprire, gemme dimenticate del passato, come questa band di nicchia, gli Arch Enemy. La loro parabola fu così ripida quanto breve. La loro particolarità, che la rese praticamente unica nel panorama metal di quel periodo ma che ne determinò anche una repentina perdita di popolarità, fu che decise di sciogliersi all’apice della propria carriera, per motivi che ripercorreremo ed analizzeremo insieme.

Tutto iniziò quando Michael Ammott, dopo aver partecipato alla stesura di Heartwork, abbandonò i Carcass e decise di fondare una sua band, con la quale manifestare tutte le sue idee e potenzialità ancora inespresse. E così fondò gli Arch Enemy tirandosi dentro il giovane fratello Christopher, col quale fu evidente da subito una simbiosi artistica più unica che rara non meglio definibile di “perfetta coppia d’asce”, nonché, alla batteria, Daniel, il fratello minore ma sempre d’arte, di quell’Erlandsson che ben figurava in un altro gruppo che pure avrete difficilmente sentito nominare, gli At The Gates, perché anch’esso si sciolse dopo aver pubblicato il suo più grande capolavoro (Slaughter of the Soul) e mai più riformato, proprio come gli Arch Enemy, cadendo in un oblio pilotato dalle grandi label dell’epoca. Ma il tocco di genio di Micheal fu di tirare fuori dal cilindro un cantante formidabile, una persona che lui ben conosceva perché ci suonava insieme nei Carnage quando avevano venti anni, un tale Johan Liiva. Liiva era il miglior cantante possibile per la nuova bestia di Ammott, poiché aveva un growl non molto cupo ma potente a sufficienza da poter interpretare sia brani death molto spinti che brani più a metà tra il death e il thrash, ma particolarità ancora più importante era che grazie a lui i testi erano perfettamente distinguibili e comprensibili, essendo capace di esprimere anche linee melodiche.

la prova che Burning Bridges è stato realmente pubblicato

Si diceva che quello degli Arch Enemy fu un oblio pilotato. Ebbene sì. I più giovani di voi devono sapere che all’epoca le case produttrici erano dei veri moloch, stabilivano a tavolino i nuovi trend e pilotavano i gusti degli ascoltatori. Un po’ come avviene oggi in altri generi più mainstream. Nello specifico, accadde che i livelli dirigenziali della potentissima Century Media, dopo aver apprezzato Black Earth, l’album di esordio di Ammott, ed intuito le potenzialità della band, idearono un diabolico piano segreto che si sarebbe realizzato in due momenti distinti. Per vostra fortuna noi, che abbiamo vissuto in prima persona quei tristi momenti, possiamo darvi conto di tutto ciò e raccontarvi come sono andate veramente le cose. Il piano della Century, dunque, prevedeva:

  1. mettere il prima possibile sotto contratto gli Arch Enemy;
  2. dargli gli opportuni mezzi per sviluppare un proprio suono originale e metterli a loro agio il più possibile;
  3. fargli produrre un paio di dischi che, erano sicuri, li avrebbero portati a farsi conoscere da un pubblico più ampio;
  4. raggiunto l’apice compositivo della band, applicare il protocollo segreto che era alla base di quel piano mefistofelico: trasformare gli Arch Enemy da gruppo di nicchia a vera cash cow, cioè macchina da soldi.

Fu così che Michael Ammott, nella totale inconsapevolezza ed all’oscuro di tutti i piani di marketing e business plan che venivano redatti ai piani alti della Century Media Tower, tirò fuori in sequenza due album bellissimi, Stigmata e un altro con cui riuscì addirittura a superarsi. Insomma, tutto si svolgeva secondo i piani della diabolica label; il povero Ammott aveva anche preso accordi personali, spendendosi in prima persona e mettendoci la faccia, con un nome grosso della scena, Sharlee D’Angelo, pregandolo in ginocchio di entrare a far parte della band e contribuire, come poi fu, a creare quel capolavoro che ormai solo noi vecchi addetti ai lavori ricordiamo: Burning Bridges. Al che, Michael, per un puro caso fortuito, intercettò una mail inviata dal suo agente ad un alto dirigente della potente label tedesca, nella quale vi erano scritte sono queste poche parole: APPLICARE IL PROTOCOLLO B. All’inizio, raccontava Michael in una vecchia intervista dell’epoca che noi abbiamo gelosamente conservato, non ci fece caso più di tanto e la cosa passò in cavalleria. Ma un bel giorno, dopo una birra di troppo, così per scherzare, prese sotto braccio il suo agente e gli disse con un tono un po’ minaccioso: allora caro il mio business man, lo facciamo scattare o no questo protocollo? Racconta sempre Ammott che il suo agente iniziò a sudare freddo, a sbiancare e a balbettare, passando repentinamente da una situazione di rilassatezza e normalità ad un evidente stato di ansia incontrollabile e paura che lo portò, in breve tempo, a vuotare il sacco a seguito alle richieste sempre più pressanti del chitarrista che, a quel punto, voleva vederci chiaro.

Uno dei rendering della nuova estetica della band previsto dal business plan

Venuto a sapere del piano malefico che quelle stesse persone, di cui lui si fidava ciecamente, avevano architettato alle sue spalle, cioè sostituire l’ottimo Liiva con una donna (una donna!), la quale aveva firmato un contratto che la obbligava a fare foto ammiccanti e indossare sempre un push-up, nonché far uscire una serie di dischi pop, si racconta (ma non ne abbiamo la certezza) che Ammott mollò un tale cazzotto in faccia al suo agente da mandarlo in coma per un paio di mesi. Il resto, cari amici, è storia: gli Arch Enemy, per volontà unanime della band, si sciolsero perché nessuno voleva avere a che fare con questo mercato corrotto e la label, per vendetta, cancellò tutti i tour, i master originali, gli archivi fotografici, li radiò da tutti i canali ufficiali, portando avanti una vera e propria campagna mediatica di boicottaggio che non si era mai vista prima, arrivando anche ad affermare di non aver mai pubblicato Burning Bridges. Quella fu la prima macchina del fango nella storia del metal e la cosa tragica è che nessuno più ormai ricorda. (Charles)

4 commenti leave one →
  1. 24 maggio 2019 17:39

    Avevo questo album, che avevo comprato dopo aver letto su libretto Giunti sul metal all’epoca contemporaneo che era un discone. Per qualche motivo non mi ha mai preso, probabilmente per il growl. Al che anni dopo l’ho rivenduto senza rimpianti.
    Riascoltandolo adesso, sembra più bello e meno irrilevante di quanto me lo ricordassi.
    È sempre sbagliato non avere rimpianti, a quanto pare.

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  2. weareblind permalink
    24 maggio 2019 18:42

    Tutto perfetto, a parte gli ATG, che veleggiano solidi su soluzioni non innovative ma totalmente accettabili. Mentre gli AE viaggiano a gnagna.

    Piace a 1 persona

  3. Fredrik DZ0 permalink
    24 maggio 2019 23:41

    Liiva potentissimo, si prese ruti & scaracchi all’epoca in cui venne scaricato e definito vocalmente rozzo e sgraziato, quando in realtà per gli AE erail cantante ideale… niente scimmiottate alla korn (vero Anders?) o goticume vario (ciao Mikael!).
    Mi presi pure i dischi dei non imprescindibili hearse pur di risentirlo….

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  4. 25 maggio 2019 15:15

    Mai considerati più di tanto, né prima né dopo. Prima perché all’epoca c’erano tantissime altre cose più interessanti da ascoltare, dopo perché sono diventati un’azienda che paga una ventina di stipendi da dirigenti, cosa che non si può fare suonando musica del demonio.
    Non me ne vogliate… anzi, no, vogliatemene pure! BLACK METAL ULTRAS!

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