Avere vent’anni: TRISTANIA – Beyond The Veil

Matteo Cortesi: Beyond the Veil è il disco “commerciale” dei Tristania, la pietra tombale sul gothic metal come concetto, la perdita dell’innocenza messa in musica. Tanto spontaneo e miracolosamente naturale il precedente Widow’s Weeds (in assoluto il migliore disco gothic metal di sempre e per sempre), capace da solo di definire un genere, un suono, un luogo della mente in cui più o meno chiunque abbia un cuore si è trovato a stare almeno una volta nella vita, quanto pomposo, ridondante, cesellato fin nei minimi dettagli questo, insincero all’ennesima potenza, guidato e motivato da un’ambizione senza limiti verso un unico obiettivo: tirare su un bel po’ di soldi – il che diventa ben farsesco se si considera da un punto di vista meramente numerico il pubblico a cui era rivolta questa roba, ben lontano da generare chissà quali profitti. Ogni secondo di ogni brano pianificato al millimetro, nessuno spazio al dubbio, all’incertezza, all’esplorazione: non un disco, una macchina lanciata a velocità supersonica verso l’era dell’insincero. A cominciare dall’asfissiante campagna stampa – in termini di comunicazione, non certo di colonizzazione degli spazi: in questo, le finanze della Napalm Records arrivavano al massimo a coprire un rettangolo sulle pagine pubblicitarie delle riviste di settore – proclami che ancora ricordo perfettamente, grotteschi e altisonanti che dichiarazione del 10 giugno 1940 scansate. Per la prima volta ho sentito il termine ‘bombastic’ riferito alla produzione di un disco, quando fino ad allora era soltanto il titolo di un pezzo dancehall brutto con una ‘o’ in più. Sfortunatamente, non sarebbe stata l’ultima: da allora ‘bombastic’ è la maniera per definire robaccia reboante wannabe hollywoodiana, ciarpame di plastica buono per sonorizzare i film dei Transformers che è diventato standard. Nella pratica, qui, suoni che spettinano per brani che dimentichi nel preciso istante in cui finiscono, con dentro troppo di tutto: vocione orchesco, latrati black metal, vocione cavernoso alla Christopher Lee dei poveracci nei momenti contemplativi, gorgheggi da soprano nei ritornelli e in generale un po’ ovunque, muro di chitarre, tastiere da videogame di spade laser, una ridondanza che sfinisce lasciando alla fine il ricordo di un gran caos pomposo quanto indistinto. Con un solo grande pezzo a reggere il test del tempo: Of Ruins and a Red Nightfall, cartolina di tutto quello che sarebbe potuto essere e che Beyond the Veil nella sua interezza ha sgretolato. Anche in senso letterale: il cantante e compositore principale Morten Veland avrebbe mollato di lì a poco per fondare gli inutili Sirenia (la stessa robaccia ancora più iperprodotta, ancora più istantaneamente dimenticabile), i Tristania continuato a cacciar fuori dischi del tutto irrilevanti a cadenza più o meno regolare fino a quando ho continuato a farci caso. Non ho idea se esistano ancora. 

Michele Romani: Per quanto mi riguarda Beyond the Veil rappresenta il vero e proprio canto del cigno dei Tristania e probabilmente di un certo modo di intendere il gothic metal degli anni ’90, secondo il classico canone del “beauty and the beast” iniziato con i Theatre of Tragedy e proseguito per l’appunto dai Tristania, anche loro proveniente dall’area di Stavanger come la band di Liv Kristine.

Appena pubblicato il magnifico Widow’s Weeds, la band capitanata da Morten Veland (che lascerà dopo questo disco per fondare i discutibili Sirenia) capisce che non è il caso di tergiversare, si mette subito al lavoro e dopo appena un anno dà alle stampe Beyond the Veil, che mostra un’evoluzione sonora non indifferente rispetto al debutto. Oltre ad una componente sinfonica più accentuata, il suono si presenta decisamente più alleggerito rispetto alle influenze prettamente doom del predecessore, con tanto di orchestrazioni sempre più presenti, cori monastici e l’ingresso di nuovi strumenti come flauto e violini. Altro fattore di novità all’interno della band è l’ingresso, anche se solo come ospite, del cantante Osten Bergoy, la cui voce pulita molto profonda si alterna alla perfezione al growl di Veland e all’angelica voce della soprano Vibeke Stene, mio sogno proibito postadolescenziale per la quale ho veramente avuto una fissa per svariati anni, purtroppo uscita dalla band all’indomani dell’appena passabile Illumination.

Un vero e proprio mistero quello di Vibeke, totalmente sparita nel nulla, della quale si sono avute negli anni solo frammentarie notizie che la vogliono lontano dai riflettori ad insegnare canto in qualche cittadina sperduta della Norvegia. Inutile dire che le composizioni rispecchiano fedelmente il livello altissimo dei Tristania dei bei tempi, con  una mia personale predilezione per la title track, la stupenda A Sequel of Decay, Lethean River e la conclusiva e purtroppo cortissima Dementia, che è anche il brano più propriamente gothic doom del lotto.

Dopo questo bellissimo lavoro i Tristania iniziarono una lieve ma inesorabile parabola discendente, semplificando di gran lunga il loro suono, fino all’addio di Vibeke all’indomani di Illumination e l’ingresso in formazione di Mariangela Demurtas. Quest’ultima non ha neanche una brutta voce ma, a mio parere, c’entra poco o nulla con la musica dei norvegesi, o almeno con la versione più prettamente gothic old school che avevamo amato con i primi due lavori. 

Marco Belardi: Non sono mai stato particolarmente appassionato al cosiddetto gothic metal; che poi, che cos’è di preciso il gothic metal? Spesso inquadrato come tale pur essendo tutt’altra cosa, talvolta doom oppure death o ambedue le cose, giunsi alla conclusione che il gothic metal esisteva eccome il giorno che ascoltai quest’album qua: Beyond The Veil. Che acquistai pure, probabilmente perchè lo individuai a un prezzo stracciato in una di quelle colonne dove finisce la roba a prezzi stracciati. Beyond The Veil e in particolar modo i Tristania di quegli anni incarnavano quella definizione come meglio non si poteva affatto; inoltre, Beyond The Veil sarebbe stato considerato nel tempo il loro miglior lavoro in studio anche se, personalmente, a freddo avrei nutrito un certo debole per il precedente Widow’s Weeds. Oggi, della formazione originale, oltre a mancare un certo Morten Veland rimangono pochissimi superstiti, eppure ho sentito parlar benino del “recente” Rubicon: è però difficile distogliere la mente da questi Tristania, poichè, per poca che fosse l’attrattiva del gothic metal nei miei confronti, nel 1999, i Tristania riuscirono piuttosto facilmente a portare la mia attenzione dalle loro parti.

One comment

  • all’epoca ci andai sotto pesantamente con questo disco, che tra l’altro anticipo le sonorità dei primi due album dei Sirenia, che a me non dispiacevano. L’ho risentito nel weekend ed effettivamente la produzione troppo pompata nasconde qualche giro a vuoto piuttosto evidente, però rimane un gran bel disco

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