Vai al contenuto

La profezia di Charles: SOILWORK – Verkligheten

21 gennaio 2019

Una delle prime recensioni che ho letto qua sopra fu quella di The Panic Broadcast di Charles. Me ne fregava assai poco dei Soilwork, anzi i loro ultimi quattro album non mi erano piaciuti praticamente per niente, ma per qualche oscuro motivo aprii quella pagina. Mi rimase impressa una sua frase, che riporterò pari pari cosicché possa denunciarmi e fare al posto mio i pezzi sui nuovi In Flames e Dream Theater, mentre io mi godo la meritata galera:

“Dentro c’è un occhio al fulgido passato di A Predator’s Portrait e di Natural Born Chaos, e un occhio al metalcore che piace tanto ai giovani yankee: un occhio alla mano e uno al portafoglio. A che età spunterà il terzo occhio?” (Charles, 31 luglio 2010)

Poco sotto troverete scritto in grassetto “la recensione“. Se non volete stare a leggere tutto quello che mi è passato per la testa ascoltando Verkligheten, saltate direttamente a quel punto. È che sono logorroico, specie quando parlo di gruppi che non mi fanno impazzire, ma come dico sempre al Messicano: coi Soilwork dipende dai dischi.

Ai Soilwork è spuntato il terzo occhio.

Avrei preferito di parlare di qualcosa con tre tette, a patto che non fossero i Soilwork ma la tizia di Atto di forza, ma le cose stanno così: in teoria il nuovo album degli svedesi – che non nominerò perché hanno deciso di intitolarlo in una maniera che richiede il copia incolla – si spiega soltanto attribuendone la responsabilità al sempre più leader Bjorn Strid. Un tempo c’erano Peter Wichers, l’adorabile Henry Ranta ed Ola Flink; il bassista se ne è uscito a breve distanza dall’uscita di The Ride Majestic, e così i Soilwork sono finiti per suonare come una sorta di Bjorn Strid & Friends, quest’ultimo un termine che naturalmente rivela ottimi interpreti, calati però in una situazione nella quale è sempre più difficile parlare di una vera e propria band, oltre che accompagnata da un senso di continuità col passato.

C’è pure il nuovo batterista, che sostituisce il Dirk Verbeuren entrato nei Megadeth, ed è un mostro pure lui. Ma gli andrebbe spiegato che, con la fuoriuscita del terzo occhio dei Soilwork, in certi casi dovrebbe perlomeno darsi una minima regolata. C’è soprattutto la gradita riconferma di David Andersson dei The Night Flight Orchestra, e lo lascio come portata finale perché è a causa sua che poco sopra ho sottolineato in teoria.

Che è successo di preciso a Bjorn Strid? L’opposto di ciò che gli era accaduto mentre la sua band principale raggiungeva la fama, oppure andava letteralmente a pezzi. Alcuni considerano A Predator’s Portrait la summa del loro sound, gli do ragione anche se già lì erano comparsi i primi ritornelli dominati dal Senso del Fastidio. All’epoca di quell’album, e quindi all’epoca dell’inizio della trasformazione fisica della loro musica, Bjorn Strid già si era lanciato da un anno nell’ottimo progetto Terror 2000, che se The Chainheart Machine era un pugno chiuso che bussa su una porta, in confronto si poteva tradurre in Uma Thurman che sfonda le assi di legno per ritornare in superficie. Andarono a calare molto velocemente, i Terror 2000, ma il loro debut me lo ricordo come se l’avessi ascoltato adesso, al posto del nuovo Soilwork. Poi fece qualche album con i Disarmonia Mundi, e questa sorta di crossover con Thomen Stauch e Oliver Holzwarth, che non era né carne né pesce e diede luogo ad un unico album, Completion Makes The Tragedy a nome Coldseed.

Ho sempre interpretato queste uscite, racchiuse in un gomitolo di anni, come la sua improvvisa necessità di uscire – in qualche o addirittura qualsiasi modo – dalla musica dei Soilwork, che Natural Born Chaos aveva reso altamente schematica secondo il concetto di strofa aggressiva, e seguita da ritornello pulito, che ci infiamma i didimi fin dai primi anni Duemila. E che negli States ha addirittura fatto scuola. Poi sono successe tante cose, come il raggiungimento di un bilanciamento, che come sottolineato dall’uomo che adesso mi sta querelando, trovava in The Panic Broadcast il simbolo assoluto di questi concetti. Ne era la prova lampante l’attacco di Late For The Kill, Early For The Slaughter, con il titolo così rivolto ai Terror 2000, l’inopportuno blast-beat in apertura, e la strofa veloce in stile primi album seguita dal consueto ritornello non apertamente eterosessuale. C’era dentro un vocabolario intero, nel primo minuto e mezzo di quel brano. Nel tentare di accontentare un po’ tutti, fan della prima ora e fan dei Trivium o ultimi In Flames che dir si voglia, ai Soilwork è uscito fuori il terzo occhio.

“Smettetela di fare finta di guardare in camera e tirate fuori il biglietto”

La recensione.

Verkligheten, cazzo l’ho detto, è il primo loro album da Natural Born Chaos in poi, in cui ad un primo e distratto ascolto verrebbe da dire che si sono – finalmente – messi a fare qualcosa di diverso: la visionaria copertina anni Settanta, lo stile ammorbidito, l’ampio spazio lasciato alla melodia non sono le sfaccettature che si potevano percepire nel precedente The Ride Majestic, dove i passaggi prog metal di Petrichor By Sulphur venivano soffocati dal death metal di un brano posto in rapida sequenza come The Phantom.

Qua è tutto maledettamente sfacciato, non c’è niente da nascondere se non con la prima traccia, che fa iniziare l’album in maniera pressochè identica a The Panic Broadcast, cioè con un blast beat che non c’entra proprio nulla, un’atmosfera vagamente simile agli At The Gates e pochi altri concetti. Arrival comunque è molto bella, Bjorn Strid canta sempre meglio sia sporco, sia pulito, e ora vi do’ la parola chiave: i The Night Flight Orchestra. Quest’album, a differenza del suo indeciso predecessore che lo lasciava intuire in maniera molto timida, dipende tutto dai The Night Flight Orchestra tranne ciò che i Soilwork hanno voluto concedere ai sostenitori del proprio sound, ovvero il primo e secondo occhio.

Quest’ultima band è esplosa mentre l’effetto sorpresa scaturito da un The Panic Broadcast iniziava ad andare scemando, comprende fra gli altri pure Sharlee D’Angelo degli Arch Enemy ed in pratica si parla di hard rock melodico sotto pesante astinenza dagli anni Ottanta. Non sono nemmeno una brutta roba, provate a sentirli, ma se poi finite per diventare fan degli A Flock Of Seagulls non date la colpa a me. Se in passato i Soilwork hanno messo in fuga Bjorn Strid verso altre sonorità, stavolta sono le altre sonorità a finire dritte dentro i Soilwork, prima che la loro nenia finisca per l’ennesima volta col rivelarsi ripetitiva. E così, dopo quella Arrival, tirano fuori brani ancora una volta pervasi da quelle vaghe atmosfere anni Settanta, ed in cui i ritornelli metalcore cedono nettamente il passo a roba che potrebbe essere uscita fuori da roba giusto un pelino più “recente”, tipo i Duran Duran, e non sto completamente scherzando né sottointendendo che ci troviamo al cospetto di una merda d’album sconclusionato.

David Andersson alle chitarre sembra avere trovato la giusta quadratura, è l’uomo che lavora nell’ombra mentre Bjorn Strid gli ruba la scena, e si è occupato della scrittura di buona parte del disco. David Andersson occupa oggi un ruolo tanto importante, quanto lo era stato quello di Peter Wichers all’epoca; ora ai Soilwork occorre soltanto smettere di perdere pezzi importanti, e lavorare su queste basi affinché diventino solide e durature. Non so dirvi con certezza quanto mi sia piaciuto quest’album, alcune cose in prima battuta sembrano detestabili come quella Stalfagel in cui Bjorn Strid duetta con Alissa White Gluz senza che nel videoclip ufficiale compaia mai la scritta Brazzers. Perché di fatto non vediamo entrambi. The Nurturing Glance e The Wolves Are Back In Town dispongono dei medesimi ritornelli accattivanti, solo che sono più strutturati della precedente e non sconfinano per davvero nel power-pop, dove il termine “power” indicava però che il batterista è totalmente fuori controllo, e non riesce a suonare semplice, imbastendo tecnicismi e passaggi di doppia cassa decisamente fuori contesto. Si passa dall’ hard’n’heavy a tutto quello che passa per la testa di Andersson e Strid: ci sono i Soilwork più estremi in When The Universe Spoke, e in un certo senso contribuiscono a spezzare la linearità del disco. Ma non diventa mai troppo eterogeneo, è solo che a tratti va davvero molto vicino col concetto di pacchiano.

Bjorn Strid e cani di piccola taglia: un binomio che ha fatto impazzire il Messicano.

Due cose non funzionano proprio, i blastbeat, e l’insistere costantemente sulla formula del ritornello pulito, il che rende ogni canzone come “telefonata”, ma quella è una storia a cui i Soilwork ci hanno abituato fin dal lontano 2002. O anche prima.

Non si può dire che questo disco sia brutto, e sicuramente – insieme a The Ride Majestic – è quello di maggior personalità da quasi un ventennio a questa parte. Che certe loro cose non mi piacciano nella maniera più assoluta e fatichi tuttora a digerirle, è un altro discorso, e adesso Bjorn Strid dovrà stare molto più attento a dosare gli ingredienti che in passato. Perché a inserire il pop all’interno del metallo sono stati particolarmente bravi i Ghost, ma non è esattamente da tutti, specie se tecnicamente sei a tutti gli effetti una band di metal “estremo”. (Marco Belardi)

6 commenti leave one →
  1. 21 gennaio 2019 09:57

    Quindi il fatto che non abbiate ancora parlato dei TNFO in maniera organizzata è perché avete paura di beccarvi la comunità LGBT su Metal Skunk? Dai, dopo che Barg ha parlato del disco solista di Chris Bay potete fare qualsiasi cosa… :°D

    Piace a 1 persona

  2. Cure_Eclipse permalink
    21 gennaio 2019 10:28

    “Non è brutto, ma…” potrebbe bastare come recensione. Resro convinto che il qui mai citato The Living Infinite sia il miglior disco dei nuovi Soilwork, almeno da Stabbing The Drama (se non addirittura da NBC). Quest’ultimo non riesco a digerirlo del tutto, è un po’ troppo stucchevole negli eccessi melodici (e a me in teoria il metalcore stile Killswitch Engage piace pure) e in quelle cose fuori posto, come la doppia cassa in modalità prezzemolo. Si potrebbe classificare come Melo-AOR-death?

    Mi piace

  3. Fanta permalink
    21 gennaio 2019 12:31

    Anche per me The Living Infinite è un ottimo disco. Parentesi isolata nel contesto di varia roba irritante.
    P. S. Recensitemi il nuovo Flotsam and Jetsam. È una bomba e sti ‘ragazzi’ è ora che raccolgano un riconoscimento più ampio.

    Mi piace

  4. 21 gennaio 2019 14:17

    Coi Night Flight OIrchestra mi sto facendo dei ricchi segoni da un annetto a questa parte. Soilwork chi?

    Piace a 1 persona

  5. weareblind permalink
    21 gennaio 2019 19:34

    E’ una noia, e mi piange il cuore. I primi 3 album furono meravigliosi, poi il veloce declino (per me). I due Terror 2000 sono fissi nel lettore della mia auto altro che.

    Mi piace

  6. 21 gennaio 2019 19:53

    The Living Infinite ( bello davvero ) preannunciava una svolta poi rinnegata. Quest’ultimo a me suona solo pop, e non è un complimento. Contenti loro ( anzi, contento lui Strid…)

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: