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Il power metal dà, il power metal toglie: BRAINSTORM e SINBREED

22 dicembre 2018

Qualche anno fa mi accostai ai Sinbreed perché vi militavano Marcus Siepen e Frederik Ehmke, rispettivamente chitarrista ritmico e batterista dei Blind Guardian; oddio, veramente ero più curioso di ascoltare Marcus Siepen fuori dal contesto dei Blind Guardian che l’altro, Frederik Ehmke, avendolo sempre reputato assai insipido e varie spanne sotto il mai troppo rimpianto Thomen Stauch. Comunque i primi tre album dei nostri sono senza infamia e senza lode, in cui è presente qualche pezzo carino sparso qui e lì: tutto sommato, pure non lasciando il segno, sono dischi che si lasciano ascoltare senza sentirsi moralmente obbligati a buttarli nel camino acceso di queste rigide serate autunnali. I primi tre. Quest’ultimo IV, invece, verrà indubbiamente termovalorizzato una di queste sere, perché è una merdata mortale. A cominciare dal nuovo cantante, tal Nick Holleman al posto della voce ruvida di Herbie Langhans, che ha il carisma di un criceto infartuato, fino al nuovo chitarrista che sostituisce Siepen, men che medio, e insomma. Alla fine è rimasta giusto la batteria di Frederik Ehmke, del quale avete già letto cosa penso e che in questo IV pare una drum machine più che non mai, a cominciare dai suoni, come ormai da tradizione fintissimi, fino all’esecuzione, fresca e fantasiosa come una BOSS di metà anni ottanta (programmata male). Per la verità un pezzo mi è piaciucchiato,  l’iniziale First Under The Sun, ma il resto è proprio da buttare senza remore. Bocciatissimi. 

Discorso inverso per i Brainstorm, formazione che ho sempre colpevolmente tralasciato ma che con questo Midnight Ghost mi ha fatto venir voglia di recuperare il vecchio catalogo (piano piano però, che l’ultimo disco di ‘sti tizi che ascoltai è Unholy e si parla del lontano 1998, ovvero ere geologiche fa). Rocciosissimo, ispirato, se non ho capito male questo disco è una sorta di concept album sugli incubi notturni o vattelapesca nel quale gli unici difetti da annotare sono un certo calo qualitativo verso gli ultimi pezzi, anche se contenuto, e le parti soliste di chitarra non proprio riuscitissime, ma non completamente da buttare, dovute più che altro al fatto che entrambi i chitarristi si trovano molto più a loro agio con le ritmiche che con gli assoli. Che poi è un “difetto” molto relativo, dai. Pezzi migliori la fantastica Divine Inner Ghost, Revealing The Darkness, la lunga Jeanne Boulet 1764 e un po’ tutti i primi tre quarti del disco. Insomma, se vi piace il genere ve lo consiglio caldamente, se non vi piace che cazzo state leggendo a fare, vedete di filare altrove. (Cesare Carrozzi)

2 commenti leave one →
  1. 22 dicembre 2018 13:53

    I Brainstorm sono sempre una garanzia. Mai un capolavoro, ma sempre dischi più che buoni. Tutti i loro riff gridano GERMANIA ad ogni nota, e questo è sempre un bene.
    Visti quest’estate dal vivo e sono delle macchine da guerra.
    Per me il miglior gruppo della fascia media nella scena power europea.

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  2. fredrik permalink
    23 dicembre 2018 22:46

    Brainstorm troppo sottovalutati… eppure danno la paga a tanti nomi ben più blasonati (uno a caso, sabaton).

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