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Avere vent’anni: FEAR FACTORY – Obsolete

23 luglio 2018

Replicare un disco della caratura di Demanufacture era un’impresa che farebbe tremare i polsi a chiunque, e infatti Dino Cazares, con il successivo Obsolete, non ci provò nemmeno, conscio che con ogni probabilità sarebbe uscita fuori giusto una pallida imitazione del precedente, se non una mezza porcata tout court (come poi è effettivamente accaduto in anni più recenti). Invece il nostro panzone messicano tentò un altro approccio, che lo portò sì a mantere gli elementi industriali ed elettronici che tanto avevano contribuito al successo di Demanufacture, innestando però nel suono dei Fear Factory, a mo’ di moderni plug in, un software, corpose sezioni di archi e melodie ancora più facili, se vogliamo quasi immediatamente fruibili all’ascolto, senza però che l’aggressività chirurgica, marchio di fabbrica del gruppo californiano, ne venisse eccessivamente a soffrire. Un mezzo miracolo, lasciatemi dire. In questo senso, Obsolete è un disco più accessibile del predecessore, perfetto per accostarsi ai Fear Factory se uno non ne ha mai sentito mezza nota, per poi approfondire la discografia e magari passare a Demanufacture e Soul of a New Machine. Perché poi secondo me il cardine della discografia dei Fear Factory sono questi tre dischi più qualche pezzo sparso qua e là dai restanti lavori, anche se in effetti già solo con Demanufacture ed Obsolete avreste tutto quello di buono che i californiani hanno offerto durante la loro carriera. 

La produzione è fantastica, i suoni spaccano davvero tantissimo e la chitarra di Cazares domina incontrastata su tutto insieme alla doppia cassa di Raymond Herrera, scambiata da molti per una batteria elettronica tanto è assurdamente e metronomicamente precisa. Che volete amici, la gente pensa sempre che ci sia qualche trucco sotto dove loro non arriverebbero, un po’ come quei fresconi all’inizio degli anno ’80 che pensavano che gli assoli di Malmsteen fossero velocizzati in studio. Poveri stronzi. Il capolavoro assoluto di Obsolete sono Resurrection e Timelessness, che insieme compongono una sorta di mini-suite finale molto, molto riuscita, melodica e crepuscolare seppur brutale e aggressiva: aggettivi che, in proporzioni diverse, calzano perfettamente un po’ a tutto il disco, comprese quindi le varie Obsolete, Securitron, Shock, Edgecrusher (atro pezzone fantastico) e via dicendo. Peraltro, anche se non è esattamente il genere di chitarrista a cui ho fatto riferimento mentre imparavo a suonare la chitarra (che poi sarebbe la classica roba da ricchioni che poteva ascoltare un quindicenne all’inizio degli anni ’90, ovvero i vari virtuosi appena venuti fuori dal decennio precedente e in procinto di essere in gran parte vaporizzati dal grunge), ho sempre adorato Dino Cazares, questo basso e grasso pornomane chicano che è riuscito esclusivamente a forza di riff e personalità (avendo inciso giusto due-tre assoli in vita sua, e manco malaccio) a ritagliarsi un ruolo di primissimo piano all’interno di un panorama affollato di chitarristi di ogni tipo e in ogni dove. È un po’ che l’ho perso di vista, lui coi Fear Factory riuniti, ma fino ai Divine Heresy spaccava ancora di brutto, vi assicuro. Per tornare a bomba: non sarà Demanufacture, ma Obsolete è un disco coi controfiocchi che ad oggi non ha perso un grammo del suo valore e anzi merita davvero di essere rispolverato, nel caso l’aveste messo incautamente da parte. Ma non domani, tipo prima di subito. Sbrigatevi ou. (Cesare Carrozzi)

2 commenti leave one →
  1. bonzo79 permalink
    23 luglio 2018 10:15

    disconissimo

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  2. 23 luglio 2018 10:28

    Cosa ne pensi di Concrete? Comunque questo manca nella mia discografia.

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