Avere vent’anni: ANCIENT RITES – Dim Carcosa

Il nuovo corso firmato Ancient Rites ebbe inizio con Fatherland, un punto di rottura inequivocabile rispetto ai bestemmioni rasoterra di Blasfemia Eternal e, nella fattispecie, di Blood of Christ. Fatherland è da molti considerato il migliore album della band, grazie a Mother Europe e ad altri classici che chiunque seguisse il gruppo belga non avrebbe più dimenticato. E in un certo senso dovrei preferirlo anch’io: viscerale, spontaneo, sporco quanto basta per giustificare una benché minima continuità col passato. La sostanza era un’altra, come quella esistente, e netta, fra i primi Bathory e quelli di Hammerheart: le origini rimanevano le medesime, niente era cancellato del tutto. Dim Carcosa esce nel 2001 ed annienta questo concetto; lo fa, innanzitutto, suonando a modo suo. Un modo che è inedito per gli Ancient Rites, come avrete immaginato: non nei riff, non nelle composizioni, ma soprattutto nella produzione e nel generale ripulisti con cui rinnovarono il proprio look.

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Il giorno in cui l’ho ascoltato, e subito comperato dopo aver assaporato metà della prima canzone, Exile, capii questo: che Gunther Theys intendeva fare di Dim Carcosa il suo album definitivo. Adopero un solo metodo per capire se preferisco l’uno o l’altro titolo titolo in esame, il che, applicato in quei giorni di frenetiche uscite di spessore, m’offrì fin da subito risposte a dir poco eclatanti. Dim Carcosa, riletto e rivalutato a freddo, è con tutta probabilità uno degli ultimi album di metal estremo risalenti ai primi anni Duemila, prima della grande crisi, che ho imparato pressoché a mente. Ma quella cosa la notai già allora, e mi bastò pochissimo per metabolizzarlo in toto.

Ritengo quasi ogni sua canzone una specie di piccolo classico, come se Dim Carcosa possedesse tante Mother Europe, forse non altrettanto eclatanti e magnifiche, ma neanche palesemente inferiori. Dim Carcosa non cala sensibilmente da metà in poi come accaduto al suo buonissimo predecessore. È difficile sceglierne una, e, se costretto, mi ritroverei probabilmente a fare il nome di North Sea, con quella triste introduzione da sigla delle previsioni del tempo su Raitre e un ritornello talmente incalzante da stamparsi immediatamente in testa. Le altre sono praticamente tutte belle, Victory or Valhalla un altro ritornello che pretende che tu lo urli come in procinto d’attaccare un nemico inesistente, o, in mancanza d’alternative, il vigile che ti ha appena messo la contravvenzione sotto al tergicristallo. Un album che fomenta, che incalza pezzo dopo pezzo.

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La miscela alla base del suo successo era molto semplice: da Fatherland era stata trapiantata l’epicità oltre al sentore che l’heavy metal classico sarebbe stato, d’ora in poi, la via da percorrere. I tempi erano però ulteriormente accelerati, ora in direzione di una specie di power metal estremo, ora di un death/black figlio (irriconoscibile) di quello delle origini, ripulito e patinato, messo a punto una volta per tutte con l’ausilio di un batterista capace e preciso come Walter van Cortenberg. Il quale pare sia deceduto proprio un paio di mesi fa. Album bellissimo, indimenticabile per il sottoscritto e nato in quel contesto death/black, tipico di Belgio e Olanda, che pochi anni prima aveva sdoganato a un pubblico più ampio gli stessi God Dethroned. Già saprete come è andata a finire la loro storia: album del genere difficilmente trovano un successore degno, e Dim Carcosa non lo trovò. L’aria che tirava era quella giusta: Gunther Theys pubblicò subito un live album, dopodiché passarono gli anni e il silenzio prese a incombere. Uscì Rvbicon, era il 2006 e nulla, sottolineo, nulla, sarebbe rimasto anche solo vagamente simile a quel che ci regalarono un tempo. (Marco Belardi)

One comment

  • A me l’intro di North Sea ricorda una versione più soft e marziale della vecchi sigla rai dell’eurovisione. Per chi non è una cariatide con annessa melomania, la linko:

    Comunque gran disco.

    "Mi piace"

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