In ricordo di un’estate tormentata dal death metal olandese

Le cose non avvengono mai per caso. Eventi rilevanti, talvolta a catena, vengono innescati davanti ai vostri occhi e non darete il minimo peso alla causa dello sfacelo. Nel settembre del 2010 fui letteralmente soffocato dal death metal olandese, dopo che, per un’intera estate, non avevo creduto di voler ascoltare altro. Dovetti procedere a ritroso nel tempo per ritrovare il bandolo della matassa, ma fu chiaro: era iniziato al lago, una notte.

All’uscita dal lavoro, in compagnia di un collega si prese la decisione di andare a salutare l’amico Lorenzo, come me un pescatore, quella sera impegnato nei dintorni di Signa a insidiare le carpe in uno dei luoghi più infestati dalle zanzare che conoscessi. Alcuni specchi d’acqua anticamente adibiti alla caccia degli uccelli acquatici erano stati convertiti alla pesca sportiva, e successivamente dati in gestione a svariati proprietari che si sono avvicendati tra gli anni Ottanta e oggi. In estate i pescatori ci andavano anche di notte, e, sulle sponde, solo alcune piazzole erano illuminate da rudimentali lampioni capaci di attirare intere orde d’insetti assetati del nostro sangue.

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Le torbide acque dello specchio lacustre ove avvenne il misfatto notturno, scandagliate da aberranti modellini radiocomandati

Arrivammo al lago con due cocktail negroni in mano, praticamente a stomaco vuoto, come due stregoni che anziché Satana tentavano di invocare la gastrite. Lorenzo si era sistemato al buio e si stava cospargendo di Autan più o meno dal suo arrivo. Di carpe, inoltre, ne stava prendendo meno del solito, come se qualcosa lo stesse distraendo: era un libro aperto per me, e infatti, dopo pochi istanti me ne diede conferma: “guarda che cazzo di elemento ho seduto lì alla mia destra”.

Sotto all’unico fascio di luce acceso nei paraggi, il gracchiare delle rane gareggiava col rumore di uno sciame che roteava e planava attorno a un tipo grassoccio e non dissimile da Peter Griffin, impegnato a pescare a torso nudo con una tecnica a dir poco nefasta. Non andava bene niente: lo stile da lui praticato era indicato per la selezione degli esemplari più grossi in ambienti naturali, e lui era a dilettarsi in una pozzanghera di fango piena di carpe catturate e ricatturate ogni settimana. Non sapeva lanciare né effettuare la ferrata, e chissà di cos’altro era incapace: come impareggiabile talent scout di casi umani mi proposi di andare subito a conoscerlo.

Mi avvicinai a lui come per studiare un essere e un comportamento del tutto inediti su questa terra, ed era come se le zanzare volutamente mi ignorassero. Stava pescando con dei pellet all’halibut, un pesce che popola i mari del nord Europa: la loro caratteristica è di risultare particolarmente oleosi, e lui, non avendo un cencio con cui pulirsi le mani, se le strofinava continuamente su torso e torace, che ora erano ricoperti di mosche, zanzare, e di chissà quali altre forme di vita dotate d’ali e pungiglione. Girò la testa nella mia direzione e mi salutò come se nulla fosse. Era la copertina di Consuming Impulse dei Pestilence.

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Al ritorno in auto emerse in me un’improvvisa necessità di riascoltare quell’album. Consuming Impulse rappresenta una delle forme di death metal che preferisco, ma dei Pestilence, di Marco Foddis e molte altre vicende ho già scritto e riscritto. Così, fra una Dehydrated e una Out of the Body, ero già impegnato a rintracciare i successivi nomi che avrebbero composto la mia via crucis del growl europeo: doveva durare al massimo una settimana, ma finì in tragedia.

Nonostante la bontà di False ho sempre parteggiato per i Gorefest di Mindloss, individuando, nell’accoppiata Confessions of a Serial Killer/Horrors in a Retarded Mind, i suoi momenti più significativi. Mindloss nascose fra le righe tutte le caratteristiche legate al tiro e all’immediatezza che sarebbero emerse in seguito, perciò, correndo lungo binari comunque tradizionali, riuscì ad accontentare gli uni e gli altri fruitori. Sostanzialmente mi andò giù anche Erase, ma con loro ero un po’ di parte. Ricordo che a un certo punto, intorno al 2005, giusto per sputtanare altri due soldi gli comprai perfino la longsleeve. Quanto alla reunion, l’ho vissuta con relativo distacco: i Gorefest incarnavano alla perfezione la parabola del death metal anni Novanta, con band appena nate e subito date in pasto alle etichette grosse e alla celebrità, e che, dopo pochi anni, si ritrovarono costrette a reinventarsi con risultati decisamente alterni. In ogni caso i loro unici album trascurabili risalgono alla seconda metà dei Novanta, non alla reunion.

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E poi toccò agli Asphyx. Negli anni in cui ancora speravo in un ritorno dei Bolt Thrower, per il sottoscritto gli Asphyx furono una medicina. Il caso vuole che di lì a poco sarebbe uscito Deathhammer, e che Martin van Drunen fu nuovamente arruolato. Sì, lui, quello dei primi due classici, The Rack e Last One on Earth, ma non dimentichiamolo: il solito di Consuming Impulse. Di questa band generalmente ascolto sempre le solite tre o quattro pubblicazioni, un po’ per automatismo, un po’ perché le ho talmente in testa da volerci puntualmente ritornare sopra. Maestri d’un modo di pensare il death metal alternativo alle sue radici thrash, almeno in seconda battuta.

La parentesi “estrema” nel mondo di per sé estremo del death olandese fu costituita, in quei giorni, dal ripasso di alcune uscite di Disavowed e Prostitute Disfigurement. Dei primi conoscevo soltanto Perceptive Deception, e quello riascoltai: aveva più di un semplice qualcosa dei Suffocation, dalla struttura dei brani all’impostazione vocale. L’album è un blocco di marmo con poche eccezioni sul piano ritmico; Reason Rejected era una di queste, e con facilità si riconfermò come una delle mie predilette. Da allora confesso di aver riascoltato una sola volta l’altro loro disco in studio, Stagnated Existence, ma attenzione: a luglio dovrebbe uscire la terza delle loro rarefatte pubblicazioni e direi che il singolo promette bene.

Dei secondi ho sempre preferito il maggior contrasto tra una buona apertura melodica e contenuti sempre più estremi. Il problema è semmai costituito dalla voce di Niels Adams: non ne sopporto lo stile, non fa semplicemente per me il che mi porta in automatico dalle parti di Descendants of Depravity e From Crotch to Crown – che all’epoca doveva ancora uscire – nei quali furono apportate delle notevoli modifiche proprio al suo comparto.

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God Dethroned

Passiamo a tutt’altro, innanzitutto ai God Dethroned, che considero in tutto e per tutto un gruppo death metal, certamente il più melodico e contaminato di questo pacchetto. Mi sono ripassato la loro discografia di recente e ci saranno due-tre album, a esser severo, di cui posso contestare la qualità: Ravenous, The Toxic Touch, The World Ablaze. Non che siano brutti, ma in particolar modo il primo uscì di seguito a Bloody Blasphemy ed era dunque lecito aspettarsi di più. Nell’estate in oggetto finii sotto con Passiondale e con tutto ciò che precedeva Bloody Blasphemy, per l’appunto, il materiale che fece emergere con maggior facilità il termine “black metal”.

Tocca ora rispolverare una chicca un po’ nascosta, Tyranny from Above dei Ceremony. Due cose ricordo di quell’album, oltre al fatto che gli olandesi non incisero altro: vi suonava il primo bassista dei Sinister, Ron van de Polder, successivamente negli Infinited Hate, e che aveva delle linee vocali particolarmente spinte. Sono sempre stato affezionato a quel titolo, alla sua cacofonia e al suo senso d’appartenenza alla vecchia scuola, in un’annata in cui cominciava a tirare una forte aria di cambiamento. Dategli un ascolto, e difficilmente ne rimarrete delusi.

Infine i Sinister. Quell’estate carpe e zanzare, e soprattutto quel bizzarro individuo in apparenza uscito dai cartoni animati, mi fecero pesantemente ritornare su Cross the Styx e Hate. Il concetto l’ho già espresso nel pezzo su Aggressive Measures, l’ultimo valido motivo per riascoltarli ancora una volta. Ma lascio tutto in sospeso, poiché Deformation of the Holy Realm devo ancora ascoltarlo, e chissà… (Marco Belardi)

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