Avere vent’anni: GOD DETHRONED – Bloody Blasphemy

Dovete sapere che per un brevissimo periodo ho avuto una fittonata colossale per questo gruppo qua, i God Dethroned. Si tratta di una di quelle cose che possono avvenire solo in un preciso momento, né prima, né tantomeno qualche mese più tardi: o becchi l’attimo con tutta la predisposizione del caso, oppure ne rimarrai semplicemente fuori. Fu così che gli olandesi mi tirarono dentro al loro limbo: The Grand Grimoire resterà il preferito di molti loro fan o conoscitori, ma non fece presa giacchè avevo trovato il modo di ascoltarlo solo in maniera distratta. Più tardi lo avrei recuperato, approfondito e naturalmente apprezzato, poiché si trattava di un gran bel disco. Bloody Blasphemy invece fece centro al primo colpo.

Ho sempre individuato le prime tre canzoni in scaletta come una perfetta descrizione dei suoi contenuti, Serpent King in stato di grazia grazie ai repentini start & stop che la contraddistinguevano e la pazzesca introduzione parlata (o sparata, spoiler alert), Nocturnal talmente riuscita da potersi permettere una struttura banale e ripetitiva senza farci accusare il colpo, e la più dinamica The Execution Protocol dai riff orientati al thrash metal.

Sulle coordinate di queste tre canzoni si sarebbe mosso il resto del disco, che aveva ancora molte pallottole in canna fra cui Boiling Blood, una sorta di applicazione estrema del verbo slayerano, e la clamorosa accoppiata formata da Under The Golden Wings Of DeathFirebreath. Per lunghi tratti si componeva di death metal e verrebbe da dire melodico, ma si tratterebbe di un ossimoro per il tanto che apparì estrema la loro proposta. C’era qualche riff di chiara matrice svedese, e nel bridge di Under The Golden Wings Of Death le chitarre facevano perfino il verso agli At The Gates. In linea di massima, però, il sentore principale era quello del black metal, sempre accennato e mai affrontato in via diretta: arrivate al break di Serpent King ed avrete a che fare con Enthrone Darkness Triumphant, né più, né meno.

Album meraviglioso e dall’ispirazione sopraffina, urlato con rabbia iconoclasta dall’ottimo Henri Sattler e bombardato a tappeto da un impeccabile Sander Van Hoof, batterista con un breve passato nelle file degli Asphyx. E poi c’era un bassista di nome Beef, che in olandese potrebbe anche significare Ettore, ma per me sarà soltanto succulenta carne rossa da cuocere al sangue, con quel sugo oleoso al punto giusto in cui inzupperai tutto il pane che hai in casa. Personalmente, trovo molto indicato lo scannello per la sua realizzazione. Lunga vita a Beef, e spiegatemi come cazzo avete fatto a buttarlo fuori, bestie immonde, non vi meritate il trio degli olandesi.

Dopo Bloody Blasphemy accadde infine qualcosa. Ricordo di avere atteso l’uscita di Ravenous come Street Fighters II: champion edition, l’allora ultra anticipato regalo del Natale 1992, o forse 1993. Arrivato al momento, e dopo avere constatato che tanto per cambiare anche lì suonava Tony Laureano, mi ritrovai per le mani un album semplicemente ordinario. Una di quelle cose che consumi un paio di volte, e poi metti lì, ripassandoci davanti di tanto in tanto giusto per maledire il giorno che l’hai davvero comprato. Avrebbero registrato altre cose carine come Passiondale, ma i God Dethroned di Bloody Blasphemy erano una meravigliosa istantanea, e che in quanto tale nacque e morì nel 1999. (Marco Belardi)

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