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Avere vent’anni: BOLT THROWER – Mercenary

28 novembre 2018

Tutti sanno che Mercenary dei Bolt Thrower è il primo passo falso di una band che fino ad allora non aveva sbagliato niente; anzi, il filotto compreso fra Realm Of ChaosFor Victory era stato davvero impressionante, e se trascuro il debut è solo perché vi erano alcune cose effettivamente, oltre che naturalmente, da mettere a punto. È il loro disco che mi piace di meno insieme a Honour Valor Pride, mentre quel Mercenary del 1998 fondamentalmente non avrebbe niente che non vada, è solo dannatamente nella norma.

Avete presente quei film in cui il neo-detenuto arriva coi capelli lerci, gli abiti sozzi e pregni di terra e sangue, e dopo qualche scena te lo ritrovi ripulito e con un aspetto ai limiti del rassicurante? Mercenary è un John Rambo dopo che gli hanno tirato le sistolate ad alta pressione, solo che non si mette a picchiare un intero distretto di polizia dello stato del Nevada. Fa il compitino a testa bassa, e incassa qualche applauso in meno del dovuto. 

Il compito di Mercenary era quello di succedere all’ottimo For Victory di quattro anni prima, e lo svolse presentandosi al pubblico privato di quella patina nera che aveva reso marcio e ripugnante il sound dei cinque inglesi sino ad allora. Mercenary sta ai suoi predecessori come – saltando World Demise – Back From The Dead starebbe a The End Complete, che era davvero ricoperto di pece nera, pur tenendo conto dei suoi difetti. La differenza diretta fra quest’album dei Bolt Thrower e Back From The Dead, è che pur essendo due prodotti riassuntivi e maturi, e che non pretendevano di aggiungere nulla allo stile delle rispettive band, quello degli Obituary ebbe dalla sua i classici. Qua c’è solo No Guts, No Glory a tenere alta la bandiera, e sebbene l’opener Zeroed ci metta del suo per convincerti, l’album finisce per scorrere senza lode né infamia, e per confinare con la noia in buona parte della sua durata. Non male o malissimo come si dice in giro, insomma, ma Mercenary è sicuramente uno dei tre lavori dei Bolt Thrower a cui non sono riuscito ad affezionarmi completamente, pur riconoscendone la maturità ed una buona realizzazione tecnica in fase di produzione. Dopodiché Karl Willets lasciò momentaneamente in favore di Dave Ingram, il quale nello stesso anno aveva lavorato per l’ultima volta con i Benediction su Grind Bastard. Inutile dire che propendo per il primo, un’istituzione per i Bolt Thrower nonché la loro figura più rappresentativa. (Marco Belardi)

One Comment leave one →
  1. 28 novembre 2018 14:04

    Non so per quale motivo ma ricordavo di avere nel mia collezione di dischi questo disco, cosa che poi non è. Va beh mi hai solo convinto a non acquistarlo.

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