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Chiudere più band che kebab in un centro storico: LARRY LALONDE

8 giugno 2019

Per la cronaca, l’uscita del nuovo album dei Possessed ha scatenato una serie di eventi fra cui il riascolto obbligatorio di Seven Churches. Che poi lo conoscevo già a memoria, ma è più difficile trovare un motivo per non rimettere su Seven Churches, piuttosto che il contrario. Revelations of Oblivion è un qualcosa con cui combatto da diverse settimane, e il concetto lo spiegherò più avanti all’interno della recensione del nuovo Nocturnus (A.D.), dato che è il medesimo che riguarda Mike Browning e soci.

Dimenticatevi per un attimo di Beyond the Gates, a patto che ve ne ricordiate ancora. A rendere magico Seven Churches furono anche le chitarre, perché nell’album di metal estremo più definito del 1985 insieme ad Hell Awaits non c’erano soltanto minimalismo, o come avrebbe recitato di lì a poco Tom Araya, irriverenza e blasfemia. C’era lo stesso gusto compositivo ritrovato due anni più tardi in R.I.P. dei Coroner, e la similitudine fra queste due band – divise da un continente più un oceano – raggiunse livelli sfacciati in un pezzo come Pentagram. Premetto comunque che di Seven Churches continuo a preferire le cose più dirette ed estreme, tipo la celebre The Exorcist e soprattutto Satan’s Curse. Dietro a quelle corde taglienti c’erano Mike Torrao e soprattutto Larry LaLonde, allievo di Joe Satriani, fanatico di Frank Zappa. Ma chitarrista dei Possessed.

Tutti sappiamo com’è andata a finire: gli screzi interni, la rapina a Jeff Becerra, l’invalidità permanente e Mike Torrao che riprende a incidere demo, mantenendo il moniker ed ereditando il posto dietro al microfono. Larry LaLonde, a quel punto, aveva già fatto di tutto. Era entrato nei Corrupted Morals, un gruppo hardcore thrash di un’energia pazzesca con il quale realizzò Cheese-It. Quasi in contemporanea era stato chiamato in causa anche dai Blind Illusion, band di lungo corso la cui unica costante si sarebbe rivelata Mark Biedermann alla voce: un vero porto di mare sin dagli esordi, tanto che nel recente Demon Master sarebbero cambiate nuovamente le carte in tavola. I Blind Illusion esistevano da circa un decennio e solo nel 1988, tre anni dopo Seven Churches, debuttarono a tutti gli effetti con l’unico disco risalente alla storica formazione: quella di The Sane Asylum. Ed era bellissimo. Onde evitare di fare la recensione di un qualcosa che dovreste conoscere a menadito, oppure recuperare al più presto, mi limiterò a descrivere i Blind Illusion come autori di un techno-thrash pazzesco ed inspiegabile, dato che in passato avevano suonato tutto e il contrario di tutto. Prog rock, roba psichedelica e sognante, per poi incidere una demo subito dopo The Sane Asylum dove facevano capolino passaggi particolarmente radiofonici. Ma la cosa importante per LaLonde fu conoscere il loro bassista, Les Claypool.

Una volta che Larry LaLonde ebbe fatto fuori l’ennesimo gruppo colpevole d’averlo arruolato, a non morire fu proprio l’amicizia con il talentuoso ed eclettico bassista dei Blind Illusion. Uno che si presenta così ed a cui non recheresti torto alcuno, solo per il timore di successive ritorsioni. Morali, piuttosto che fisiche.

A questo punto bisogna stabilire se i Primus, ovvero il più duraturo gruppo con Larry LaLonde in formazione, siano stati la presa per il culo più evidente degli anni Novanta oppure una genialata dalla portata immensa.

Un giorno entro dallo stesso negoziante di Scandicci che mi aveva consigliato Schizophrenia – più per la mancanza di Arise in supporto musicassetta che per altre ragioni – e lui inizia a intortarmi su quanto siano bravi i Primus, sul fatto che dovrei provare un po’ di musica più attuale e che Les Claypool meriterebbe di governare il mondo, premere i bottoni che rilasciano i missili e cose del genere. Mi presenta questa copertina, Sailing the Seas of Cheese. Il titolo mi avverte subito di starne alla larga, poi guardo il retro e ripeto lo stesso rituale di sempre: leggere i titoli delle canzoni. Era un po’ come avvitare una lampadina in uno di quei tester per accertarsi che non fosse fulminata prima di portarla a casa. In sostanza, leggere i titoli sul retro doveva rassicurarmi e far sì che procedessi con l’acquisto nel minor tempo possibile: Jerry was a Race Car DriverGrandad Little’s DittyThose Damn Blue-Collar Tweekers. Cosa cazzo stava cercando di vendermi? Era forse uno di quei cd che rimangono per anni nei profondi contenitori dei supermercati finché il prezzo non rasenterà il ridicolo? Lentamente lancio lo sguardo oltre al giallo accecante di Sailing the Seas of Cheese e noto una folta discografia: avevano appena pubblicato il Brown Album e quindi erano intorno a quota sei, compreso un live. Il Brown Album, pensai. E poi c’erano copertine di vario genere, fra cui quella con la padella pronta a cucinare una testa e un’altra raffigurante una sorta di maiale. Presi quell’affare giallo, gli diedi soddisfazione e me ne arrivai lesto a casa.

I Primus erano l’inferno dantesco. Musicisti talentuosi messi in punizione a gingillarsi per tre quarti d’ora circa, e nel frattempo io concentrato a cercare di capirci qualcosa. Una roba equidistante fra il divertente, il tecnicamente ineccepibile e la barilata di merda da cui non riemergerai più. Il giorno in cui quel negoziante mi rivide, capì all’istante e si mise a parlarmi dei Carcass come per espiare un qualche peccato: non ero un bassista mixato male come in quel celebre album del 1988, e quell’overdose di Les Claypool che slappa, fappa e poi swagga, non scaturì in me il medesimo effetto che lo aveva cerebralmente compromesso per sempre. Eppure c’è stato un album dei Primus che ho apprezzato davvero tanto: Pork Soda, quello col maiale. Il loro delirio di funky e prog, sbilanciato più verso il rock che verso il metal alternativo dei Novanta, mi apparve più serioso e un pelino meno perso dalle parti di atmosfere da MTV Jackass. Li ho sempre considerati la colonna sonora ideale di sketch con gente che si vomita addosso e continua a ridere di gusto. Pork Soda era più oscuro dei due precedenti, nelle tematiche così come nei suoni, e in esso c’erano i brani che mi presero fin da subito. Pezzi tipo BobMy Name is Mud, per fare nomi. La parte strumentale era sempre un susseguirsi di tre tizi che lo sbattono forte su un ceppo di pino tagliato, per vedere chi riuscirà a imprimere le effigie della propria cappella, invece di fare come fanno tutti, e cioè contare gli anni di vita dell’albero – uno per cerchio, dicono – prima che questo sia ridotto a panca per i camminatori serali della boscaglia. Ma andava meglio, stavolta. Fino ad Antipop i pezzi – seppur rarefatti – non gli erano affatto mancati, leggasi Electric Uncle Sam con Tom Morello.

Dopodiché ho fisiologicamente perso interesse verso di loro: una breve pausa seguita da quella scontata reunion della quale ho ascoltato poco o nulla. Larry LaLonde nel frattempo era dappertutto: incideva con Tom Waits, altro ospite di Antipop del 1999, sempre in compagnia del fido Les Claypool, e finiva in giro a suonare con Serj Tankian dei System of a Down. Quanto delle ritmiche dei Primus avremmo ritrovato nei Korn e appunto nei System of a Down, fra il finire dei Novanta e le annate immediatamente successive? Forse il loro genio stava proprio lì, oltre che nella sigla di South Park. In ogni caso rimarrà consuetudine dire ad alta voce una cosa sola: PRIMUS SUCKS! (Marco Belardi)

One Comment leave one →
  1. 10 giugno 2019 07:50

    …Dalla reunion in poi ho ascoltato poco anche io, ma almeno fino a Pork Soda sono stati ineccepibili, fantastici. Io me li porto nel cuore, grandissimi Primus.

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