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Avere vent’anni: CLASS OF ’99 – Another Brick In The Wall

24 marzo 2019

Non so se conoscete Kevin Williamson. All’epoca trentenne, lo sceneggiatore americano di cui sto scrivendo non riusciva neanche per finta a distaccarsi dal filone teen – non nel senso pornografico della cosa, s’intende. O almeno, non sono mai entrato in maniera così approfondita all’interno del suo computer, da poterlo provare. Scrisse la sceneggiatura di Scream, rilanciando la carriera di un Wes Craven che non tirava fuori nulla di decente da Il serpente e l’arcobaleno, o al limite La casa nera. Dopodiché ci ruppe le pesantemente palle per quattro o cinque anni: Kevin Williamson – l’uomo che aveva in qualche maniera resuscitato lo slasher horror – firmò So cosa hai fatto, svariati sequel della celebre saga sulla sfigatissima Sidney Prescott, e addirittura Dawson’s Creek. In un mondo ideale, qualcuno sarebbe tornato indietro dal 2089 per ammazzarlo a fucilate.

In mezzo a questa pletora di titoli uscì The Faculty. Il film vantava un cast dalle grandi potenzialità, dalla Salma Hayek che tutti conosciamo come Santanico Pandemonium – o meglio la messicana alta un metro e mezzo, ma con due bombe paurose – passando per Elijah Wood, Josh Hartnett e Famke Janssen. C’era pure Robert Patrick, il T-1000 di Terminator 2. Kevin Williamson avrebbe dovuto dirigere in prima persona The Faculty, ma a causa di impegni lavorativi più incombenti – o forse perché aveva annusato la pericolosità di debuttare alla regia con una merda del genere – passò la patata bollente a Robert Rodríguez. Quello di Dal tramonto all’alba, non so se vi rendete conto. The Faculty non mi piacque neanche un po’, e di esso ricordo vagamente questa storia di alieni, naturalmente ambientata dentro ad una scuola americana, in cui le creature prendevano il controllo delle menti studentesche attraverso una sorta di parassita. Non ho mai avuto il coraggio di rivederlo, così come non lo avrei avuto con So cosa hai fatto. Se oggi ci lamentiamo a ragione degli ottantacinque capitoli targati Final Destination, probabilmente è un po’ di colpa di Kevin Williamson. La colonna sonora, però, fu un autentico testamento.

C’erano un sacco di gruppi rock allora in voga, dai The Offspring con un singolo direttamente da Americana, passando per Garbage, Creed e gli storici Soul Asylum. E poi c’erano loro, i Class of ’99.

La band, se così potemmo chiamarla, fu composta da Stephen Perkins dei Jane’s Addiction in coppia alla ritmica con Martyn LeNoble, il bassista dei Porno For Pyros. Le due formazioni erano una il sostanziale proseguimento dell’altra sotto il denominatore comune di Perry Farrell; solo che nel 1999 la prima si trovava ancora ai box, mentre la seconda risultava già defunta in seguito alla pubblicazione di soli due album, comunque capaci di riscuotere un discreto successo. C’era anche un tastierista, Matt Serletic, che più avanti avrebbe lavorato addirittura con Cher su Burlesque. Ma generalmente i Class of ’99 furono associati a Tom Morello e Layne Staley. Uno era reduce da Evil Empire, qualche mese ancora e avremmo goduto del terzo album dei Rage Against The Machine, The Battle Of Los Angeles: lo comprai subito, aveva un terzetto iniziale da paura, ma come tutto il resto della loro discografia non mi avrebbe entusiasmato quanto il debut. Layne invece stava sprofondando nell’abisso della tossicodipendenza, ed i Mad Season sembravano una cosa invecchiata un paio di decenni.

Quest’ultimo aveva registrato due inediti con gli Alice In Chains giusto qualche mese prima, sembrava sulla via del lento recupero – almeno stando alle fonti ufficiali, ovvero qualche scampolo di intervista ad un introverso Jerry Cantrell su MTV – ma i Class of ’99 furono uno dei motivi principali con cui capimmo che l’Inferno di Layne Staley sarebbe soltanto peggiorato. Il pezzo più interessante inciso alle battute finali con gli Alice In Chains fu sicuramente Get Born Again: era dannatamente moderno, più lo riascolto e più ci sento certe cose dei primi due album dei Tool. Avrebbe fatto parte di una parentesi sperimentale della band di Seattle, che non ha mai potuto prendere forma per la ragione che conoscete: la morte di uno dei più grandi cantanti rock degli anni Novanta. L’altro inedito era Died, e ipotizzo fosse dedicata alla sua ex fidanzata Demri Parrott. Era molto più influenzata dal blues rispetto alla precedente, ma non mi ha mai preso fino in fondo. Girava dalle parti dell’altalenante album omonimo, piuttosto che da quelle del confusionario full length di debutto di Jerry Cantrell, Boggy Depot. Qualche tempo dopo, Layne Staley avrebbe cantato sulla seconda parte di Another Brick In The Wall dei Pink Floyd insieme ai Class of ’99, che trascurarono solamente la terza sezione del brano, per intenderci, il crescendo finale con tutte le schitarrate del caso e la voce sempre più marcata. L’ultima firma di Layne Staley, il cantante di Dirt, posta sulla colonna sonora di un filmetto di merda per teenager americani che avrebbero identificato, con esso, gli alieni nella figura severa dei professori, e l’escamotage per combatterli nientemeno che nella droga. Il colmo. (Marco Belardi)

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