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L’attesa per il nuovo ALICE IN CHAINS mi sta uccidendo

3 agosto 2018

Doveva succedere ed è successo. Sono trascorsi cinque anni da The Devil Put Dinosaurs Here, gli Alice In Chains hanno annunciato per fine agosto il loro nuovo album Rainier Fog, e le due tracce anticipate hanno fatto schizzare così in alto l’hype che mi sono praticamente ripassato l’intera discografia in meno di una settimana. Senza saltare nemmeno SAP, collaborazioni o puttanate varie, e naturalmente cose serie come i Mad Season. Quindi andava scritto qualcosa.

Il punto è che gli Alice In Chains sono la mia band “grunge” preferita, anche se per anni ho sostenuto l’idea che con Staley avessero colto l’attimo di onnipotenza pubblicando Dirt, e realizzato buone cose in tutti gli altri momenti della loro breve ma energica carriera. La realtà è che Dirt è l’album perfetto, quello in cui ogni persona può scegliere le proprie canzoni preferite e scontrarsi con le scelte altrui, o addirittura snobbare una ovvia Down In A Hole in favore delle meno celebrate Junkhead o Hate To Feel, queste ultime, due delle mie predilette in assoluto. Ne consegue che competere con quel titolo sia una sfida persa in partenza, e che probabilmente il solo Jar Of Flies può accettare senza uscirne con le ossa anche in parte rotte. Il resto è ottimo anche senza toccare vette del genere, a partire da quel debut trainato da due singoli fortissimi come la profetica We Die Young e Man In The Boxil video con la mucca penso abbia rovinato l’adolescenza a un sacco di gente, ma ci andava bene lo stesso. Il tutto passando per SAP, che apprezzo fino a un certo punto anche per via di certe ruffianate come Got Me Wrong, e passando per il capolavoro Jar Of Flies, che contiene la mia canzone preferita della band di Seattle, Rotten Apple, ovvero una cosa che non ascolterei dalla mattina alla sera solo perchè riesce davvero a devastarti lo stato d’animo. 

Mi piace pure l’omonimo, anche se lo ritengo un capitolo di difficile lettura e leggermente meno ispirato nei singoli rispetto ai suoi fortunati predecessori, sebbene Grind rappresentasse un buon biglietto da visita, e non riesca a togliermi dalla testa cose come Frogs. Il punto è che, passando oltre quel vuoto non solo temporale, gli ultimi Alice In Chains sono una delle migliori cose esistenti nel panorama rock attuale, se non quella che metterei direttamente in cima alla lista, considerando che uno che come me puntava molto sui Queens Of The Stone Age, oggi sta facendo i conti con Villains. E provengono pure loro dalla vecchia guardia, quella già orfana dei Soundgarden che al disco della reunion avevano fatto per metà cilecca, ma che oggi ovviamente rimpiango, e dei Pearl Jam, sempre più posseduti da Jovanotti e Bono Vox almeno a giudicare dalle notizie provenienti dai luoghi in cui si esibiscono, e sempre più rock band adatta a grandi e piccini nonché alle milf che non riescono a riempire lo scaffale dei cd con la discografia del solo Vasco Rossi. Gli Alice In Chains attuali, al netto dell’incolmabile mancanza di Layne Staley, sono comunque l’unico testamento esistente sulla terra di quella cosa che a metà anni Novanta sconvolse tutti quanti; appassionandone una buona parte, facendone incazzare un’altra e costringendo a ricredersi una terza, oggi, in mancanza di altrettanto valide alternative. Era il grunge, nient’altro che lui.

Layne Staley

Senza entrare nello specifico di cosa suonino di preciso gli Alice In Chains, che sicuramente si portano dietro un significativo bagaglio heavy metal sin dai giorni di Facelift, posso solo dire che sia Black Gives Way To Blue, sia The Devil Put Dinosaurs Here, mi sono piaciuti tantissimo. Da lì l’hype per il prossimo Rainier Fog, da lì la totale ammirazione per Jerry Cantrell, che con le sue fatiche da solista mi aveva incuriosito a momenti decisamente alterni. Penso che il primo disco dalla reunion in poi sia più quadrato del successivo, meno monolitico e di una continuità pazzesca almeno per le prime cinque incredibili tracce, cui si accodava l’ottima Lesson Learned nella seconda metà. Check My Brain e A Looking In View sono di diritto fra le mie dieci, massimo venti canzoni preferite del gruppo americano. The Devil Put Dinosaurs Here mostrava invece un avvio incredibile, con quattro pezzi di livello strabiliante e perfettamente suddivisi fra l’energia e le dissonanze delle prime due, e il carattere più ruffiano di Stone e Voices. Hollow è probabilmente la miglior cosa scritta negli anni con DuVall, con il suo costante crescendo che rimandava in continuazione il ritornello, o almeno fino a mostrarlo apertamente nella seconda metà del pezzo. Emozionante, come ai tempi di Would ma ovviamente senza quel contesto, senza quel cantante, e tutti gli accessori del caso. Trattandosi del 2013, direi che è comunque qualcosa che aveva tratti ai limiti miracoloso, e che agli Alice In Chains di Cantrell, e di DuVall, si debba iniziare a rendere più di un certo merito anche se i loro album continuano a essere affetti da secondi tempi non proprio esaltanti.

E così si passa a The One You Know ed all’ultimissimo singolo, So Far Under. I due momenti di Rainier Fog anticipati da Cantrell, Kinney e soci mi hanno colpito per cose totalmente differenti: la prima ha uno di quei ritornelli che ti si stampano in testa all’istante, condivide con Man In The Box giusto l’incedere a singhiozzo e avrebbe avuto un ruolo importante anche nei due album precedenti, tiene botta con il paragone. L’altra riprende le dissonanze di Check My Brain e punta leggermente più sulla pesantezza. In definitiva due buonissimi pezzi, personalmente propendo per la prima e noto inoltre una maggiore incisività del rullante, chitarre meno esaltate dal mixaggio finale e il significativo dettaglio che l’album conterrà ben due brani in meno rispetto a The Devil Put Dinosaurs Here. Da fiero sostenitore degli album senza troppe canzoni, attendo speranzoso mentre i sacrifici umani, i tagli di capelli alla Maynard Keenan e il digiunare in massa in vista del successore di 10,000 days proseguono senza sosta. (Marco Belardi)

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