Avere vent’anni: OPETH – Deliverance

Pur essendo una persona ansiosa e fondamentalmente pessimista, ho sempre avuto un certo entusiasmo per le mie passioni. Un entusiasmo che conservo ancora oggi, alla soglia dei quaranta, quando ascolto un disco di una band che amo molto, quando vado al cinema per vedere un film di un regista che stimo o che ho atteso da tempo. Quindi, se ancora oggi sono ansioso di sentire un nuovo disco degli Enslaved o di vedere il nuovo film di Paul Thomas Anderson, pensate quanto potevo esserlo a 18 anni, quando stava per uscire il successore di Blackwater Park, album che all’epoca veneravo di uno dei gruppi che in quel periodo amavo di più, tanto da aver scelto “Morningrise” come nickname per i primi forum metal (abdicando, successivamente, per varie declinazioni di “Aspera Hiems Symfonia”).

E al di là delle sue indubbie qualità, sulle quali ritornerò a breve, sono molto legato a Deliverance, soprattutto per un aneddoto personale.

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Era il 2002, era stato annunciato che sarebbero usciti due dischi degli Opeth “gemelli” di cui uno acustico, e non vedevo l’ora di ascoltarli. Il primo disco sarebbe dovuto uscire tra ottobre e novembre, ma le date erano molto vaghe: era il 2002, ancora non avevamo informazioni dettagliate e precise, soprattutto in questi ambiti comunque settoriale. L’unico modo era informarsi nei negozi per avere notizie più fresche e cercare in rete.

Sui forum dell’epoca avevo letto che il nuovo album degli Opeth, Deliverance, era finalmente uscito e che si trovava nei negozi, solo che a Roma non lo trovavo da nessuna parte, ma alla Ricordi a Termini (RIP) mi dissero che sarebbe arrivato a giorni.

Fu un grave errore da parte loro darmi questa informazione, perché concentrai le mie mire su quel negozio, chiamando praticamente ogni giorno, o passando da lì quando mi trovavo a Termini (il che all’epoca succedeva molto spesso). In ogni caso la domanda era sempre la stessa “Buongiorno, è uscito il nuovo Opeth? No? Ok, ripasso/richiamo”. Il disco continuava a non trovarsi, ma non mi arrendevo e continuavo a rompere i coglioni alla Ricordi di Termini.

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Fino a quando, un bel giorno, passando dal negozio vidi un commesso di mezz’età che sbustava dei cd appena arrivati, e io mi avvicinai ponendo la fatidica domanda. La risposta non fu quella che mi aspettavo: il commesso si fece istantaneamente rosso in viso e mi gridò: “Ma sei tu quello che chiama ogni giorno?! HAI ROTTO IL CAZZO! Ma che so er tuo sguattero, ma che avèmo mai magnato assieme, MA CHE CAZZO VUOI?!!”. Tentai una piccata, ma garbata risposta che fomentò ulteriormente l’iracondo dipendente che, senza mezzi termini, mi spinse sugli scaffali del negozio facendo cadere un mare di dischi, tentando di tirarmi a sé dal giubbotto quasi à la Mario Brega, finché altri due commessi lo afferrarono allontanandolo da me, mentre si scusavano dell’accaduto.

E ciò che è peggio è che neanche quel giorno era arrivato Deliverance. Sarei riuscito a trovarlo solo dopo altre due settimane da Discoteca Laziale, che ancora non conoscevo e che era (e resta) il migliore negozio generalista di Roma e d’Italia, sempre al centro dei meravigliosi giri per negozi che si facevano il sabato insieme al vostro affezionatissimo trainspotting, alla mascotte partenopea Roberto Angolo e al grande Er Doom.

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Lo so, mi sono dilungato e non ho ancora parlato del disco, ma penso che sia quasi superfluo perché, se si eccettuano gli haters e i fanboy, il giudizio su Deliverance è pressoché unanime: è il disco che apre la seconda parte della carriera degli svedesi, dopo la “transizione” di Blackwater Park e prima della sbornia definitiva iniziata con Heritage. Ha un partenza della madonna, con quell’uno/due di Wreath e Deliverance degno delle migliori cose degli Opeth, in cui i Nostri riescono a far evolvere ulteriormente le sonorità progressive presenti nel proprio sound.

Poi c’è la bellissima A Fair Judgement, semiballata riuscita, sentita e tremendamente intensa e poi… molto poco. Abbiamo un’intro strumentale e i due brani più pesanti del lotto che non sono assolutamente all’altezza del resto dell’album. Due brani sicuramente discreti, con alcuni ottimi momenti (in particolare la seconda parte di Master’s Apprentices), ma di certo non memorabili e che, ancora oggi, lasciano un po’ l’amaro in bocca.

Però all’epoca andava benissimo così: ho visto gli Opeth dal vivo in quel tour, quando ancora c’era Lopez alla batteria. Fecero un concerto notevolissimo (pur suonando in pieno giorno, d’estate, all’aperto) e quindi resto sempre affezionato a questo album, nonostante i suoi evidenti limiti che non erano presenti nei precedenti dischi.

Il che mi fa capire, in conclusione, che ho rotto i coglioni e ho probabilmente fatto licenziare un commesso (mai più visto alla Ricordi) per un disco che di certo non mi ha cambiato la vita e che forse oggi costui vive in uno scantinato in cui ha fondato una cellula terroristica che vuole distruggere la Calabria e la Svezia ma ormai c’è poco da fare.

E si può trarre solo una conclusione da questa storia: il metal dà, il metal toglie. (L’Azzeccagarbugli)

6 commenti

  • Bah, ai tempi cercai di farmelo piacere in tutti i modi ma niente, l’ho sempre trovato una roba abbastanza brutta e inutile. Mi ha sempre dato l’impressione di un lavoro buttato fuori in fretta e furia, giusto per tenere caldo il nome Opeth dopo il botto di Blackwater Park. I riff sono abbastanza anonimi, con un so che di Morbid Angel dei poveri e la produzione è piattissima. Dei successivi ho apprezzato veramente soltanto Deliverance, ma per che li avevo scoperti ai tempi di Morningrise la delusione fu bella grossa.

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  • Concordo che gli ultimi due pezzi del disco sono i meno riusciti del lotto, ma rispetto agli ultimi album degli Opeth sono decisamente una spanna sopra (questione di gusti ovviamente).

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  • Che bellezza (l’aneddoto, il disco meh).

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  • Sarà che sei romano ma secondo me l’aneddoto è na cazzata.

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  • concordo.
    a me i primi pezzi piacciono molto.

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