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Avere vent’anni: SOCIAL DISTORTION – White Light, White Heat, White Trash

30 settembre 2016

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White Light, White Heat, White Trash dei Social Distortion compie vent’anni e questo è un bel problema, perché pochi gruppi come i Social Distortion e pochi album come White Light, White Heat, White Trash hanno segnato la mia adolescenza. Il che, converrete, lascerebbe spazio a tutta una serie di considerazioni sul tempus fugit e l’ineluttabilità della vita che volentieri vi (e mi) risparmio.

Nel bel mezzo dell’esplosione del punk rock californiano, mentre orde di liceali arrapati limonano duro sulle note di Dookie e Smash, i padrini della scena pubblicano il loro quinto lavoro e ristabiliscono le gerarchie. White Light, White Heat, White Trash esce quattro anni dopo Somewhere Between Heaven And Hell e ne accentua gli elementi portanti: il suono si fa più duro, recuperando le venature hardcore degli esordi, e la malinconia country che contraddistingueva alcuni passaggi del disco precedente sfocia in un pessimismo tipicamente bluesy. I volumi crescono, e con essi aumenta l’efficacia abrasiva della penna di Mike Ness.

Ultimo album in studio prima della tragica morte del chitarrista originale Dennis Danell, White Light, White Heat, White Trash omaggia esplicitamente i Velvet Underground di White Light/White Heat e per certi versi ne assimila la poetica decadente e viziosa. Tuttavia, a differenza di Lou Reed & Co., Ness è intriso di un senso della colpa e del pentimento quasi dostoevskijano, intimamente religioso, che cozza con lo sfoggio di eccessi tipico della rockstar e restituisce l’immagine di un uomo tormentato, piegato dalla vita e consapevole della propria personalissima disfatta. Ogni singolo brano diventa così l’elegia di un peccatore alla costante ricerca di redenzione.
Il mondo dei Social Distortion ha una facciata sfavillante e attraente, costruita su melodie catchy e ritornelli che si fissano in testa al primo ascolto, ma pullula di reietti e anime perse tra cui il discepolo di Johnny Cash si aggira malinconico. Al suo confronto, i vari Billie Joe Armstrong di turno sembrano poco più che ragazzetti lindoferrettianamente carini e ben vestiti.

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“It was me against the world / I was sure that I’d win / The world fought back / Punished me for my sins”

Poche altre volte mi è capitato di amare un album fin dal primo ascolto, e ancora oggi non riesco a spiegarmi del tutto la ragione di un colpo di fulmine così vero e sincero. Vero perché per mesi interi non ascoltai altro, senza che quelle dodici tracce (compresa la conclusiva cover di Under My Thumb dei Rolling Stones) mi venissero mai a noia. Sincero perché a distanza di anni mi sale sempre un groppo in gola quando avvicino la puntina del giradischi al vinile e partono le prime note di Dear Lover.

Sarà stata l’epica della sconfitta che su noi vecchi metallari ha sempre esercitato un certo fascino, o forse l’aura mitologica che circonda la figura di Mike Ness, romantico cantastorie entrato e uscito dal carcere svariate volte. Chi lo sa. Sta di fatto che all’epoca ci andai talmente in fissa che, essendo ancora uno studente squattrinato, convinsi la mia dolce metà a vendere su eBay un frigorifero che non sapeva dove sistemare dopo l’ennesimo trasloco e a usare il ricavato per finanziarci la trasferta a Milano, dove i Social Distortion si esibivano in un festival contornati da una pletora di gruppi di cui ci fregava poco o nulla. Certo, sarebbe stato molto più consono alla situazione svaligiare una banca per strada come dei novelli Bonnie e Clyde e scappare verso il concerto inseguiti dalle volanti della polizia, riservando al frigorifero una sorte migliore. Ma sono sicuro che poi gli sbirri ci avrebbero acciuffato prima dei bis, e allora tutta la poesia sarebbe andata a farsi benedire.

3 commenti leave one →
  1. Cpt. Impallo permalink
    30 settembre 2016 12:44

    Album immenso, di quelli che puoi ascoltare per appunto vent’anni e ad ogni nuovo ascolto riescono ancora a dirti qualcosa su te stesso e sul mondo. Un capolavoro incredibile

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  2. bonzo1979 permalink
    30 settembre 2016 22:15

    disconissimo.

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  3. fredrik permalink
    3 ottobre 2016 00:30

    mai andato matto per il punk, però quest’album ce l’ho pure io… granddismi.
    confermo, ai vecchi metallari l’epica della sconfitta affascina sempre.

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