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R.I.P. Lou Reed (1942 – 2013)

28 ottobre 2013

Lou+Reed

Volevo fare piazza pulita e liberarmi di tutti quegli stronzi fottuti che vengono ai miei concerti e si mettono a urlare “Vicious” o “Walk on the Wild Side”. (Lou Reed in un’intervista, dopo l’uscita di Metal Machine Music)

Poeta del rock, araba fenice, cantastorie, e chi più ne ha più metta. In queste ore a  Lou Reed vengono affibbiati gli appellativi più impensabili e insensati, in una specie di girotondo dell’euforia collettiva, dove ognuno – anche chi non dovrebbe avere alcuna voce in capitolo – sente l’impellente necessità di dire la propria, di porgere un ultimo saluto a quello stramboide che nel migliore dei casi ricordano come l’autore di quella canzonetta inclusa nella colonna sonora di Trainspotting. La conoscerete sicuramente pure voi, ci hanno fatto una cover persino i Verdena, pensate un po’. Lou Reed era tutt’altro, non per niente il tipo da Perfect Day, era innanzitutto un pervertito, uno che ha passato la vita tra transessuali e mignotte, uno che faceva marchette, un alcolizzato, un tossico che aveva avuto un’infanzia terribile e un’adolescenza segnata dalle sedute di elettroshock, a cui veniva sottoposto regolarmente, così come narra in Kill Your Sonsforse uno dei pezzi più intimi del cantautore newyorchese. Questo era l’uomo, e dietro l’uomo il mito, la leggenda, l’icona. Il  peso di una manciata di dischi realizzati con i Velvet Underground graverà per sempre sulla sua carriera solista, come testimoniano i litri di inchiostro versati per incensare il debutto con la divina Nico, e il disco successivo, che si chiudeva con l’esplosione di Sister Ray, e quello dopo ancora, diretto responsabile delle inquietudini che hanno contribuito a forgiare il pop degli anni ’90, dai Galaxie 500 in poi. Di fronte a questi monoliti, scompaiono  pure album come Coney Island Baby, come ingiustamente sono dimenticati The Blue Mask e New York, e tanti altri ancora, dagli assalti sonori di Street Hassle, al jazz confessionale di The Bells.

Ieri pomeriggio Rolling Stone ha pubblicato l’infausta notizia, Lou Reed se n’è andato per sempre, le cause sono ancora sconosciute, anche se non si fatica ad immaginarle, visto che a maggio di quest’anno aveva subito un trapianto di fegato. Quando sparisce una figura di questo calibro, a maggior ragione se la sua musica ha fatto parte della colonna sonora della tua vita, scatta sempre quel contrasto tra il sottile velo di tristezza che nasconde la solita buona vecchia storia del mancato ricambio generazionale, e le rivendicazioni di appartenenza ed elitarismo, che ti portano a considerare un artista di tua proprietà, come se gli altri non avessero il diritto di insudiciarne il buon nome con le loro opinioni, che tutto sommato non condividi per un cazzo di niente. Anche perché, come ricordavo prima, la maggior parte della gente un’opinione su Lou Reed proprio non ce l’ha.

A me piacerebbe ricordarlo così, con un pezzo che non è né tra i più belli, né tra i più importanti in senso stresso, ma rientra sicuramente tra i più personali e commoventi, e ci mostra l’immagine di un Lou Reed che terminata la disintossicazione riconquista il pieno possesso della propria vita, ritrova la propria sessualità e sposa Sylvia Morales, a cui è dedicata Heavenly ArmsSembra passato un secolo dall’ultima volta che l’ho sentita, una vita fa.

3 commenti leave one →
  1. Snaghi permalink
    28 ottobre 2013 13:40

    non sono un fan di lou, ma questo articolo è davvero bellerrimo

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