Paradossi temporali: PENTAGRAM CHILE – Eternal Life of Madness
Un po’ come i Sadistic Intent, i Pentragram cileni (oggi Pentagram Chile per non essere confusi con i più celebri doomster statunitensi) diventarono un gruppo di culto a botte di cassettine e rari Ep, senza mai pubblicare un full fino al 2013, quando arrivò l’esordio sulla lunga distanza a ventisette anni dalla prima demo. Lungi dal dissipare l’aura mitologica intorno a un nome comunque importante dell’underground sudamericano anni ’80, The Malefice fu l’affermazione di identità che serviva per una, sia pur tardiva, consacrazione: death metal cadenzato e sulfureo, nostalgico ma non passatista, quindi attuale. Per il successore, questo Eternal Life of Madness, abbiamo dovuto pazientare undici anni. Nel frattempo il cantante Anton Reisenegger, unico membro originale insieme al chitarrista Juan Pablo Uribe, ha internazionalizzato il proprio curriculum entrando in Brujeria e Lock Up e ha continuato a portare avanti i suoi Criminal, gruppo che non mi ha mai appassionato ma a cui lui evidentemente tiene parecchio. E sembrerebbe che qualche influenza eterodossa, magari legata proprio ai succitati progetti, abbia percolato nell’attuale suono dei Pentagram. Il risultato spiazza e delude ma conduce pure ad ascolti ripetuti per capire esattamente cosa diavolo sia successo.
Eternal Life of Madness suona troppo moderno. In che senso? Ci sono breakdown deathcore? Anton fa i ritornelli alla Soilwork? Hanno piazzato inserti dubstep? No, amici lettori, è moderno come poteva esserlo un album pubblicato negli anni ’90 da un gruppo estremo della vecchia scuola che cercava di adeguarsi alle nuove tendenze. I riff sono più intricati, spesso schuldineriani. Gli assoli hanno un gusto melodico spiccato. C’è una vena techno-thrash che a volte fa a cazzotti con l’inestirpabile componente celticfrostiana (El Imbunche), altre (Omniscient Tyrant) richiama al versante meno puzzone della scena tedesca, regalando qualche soddisfazione.

Eternal Life of Madness è insomma il disco che i Pentagram avrebbero potuto pubblicare trent’anni fa se The Malefice fosse uscito nell’88. E fin qui niente di male. Bisogna pure capirli, quel genere di revival ha ampiamente scassato le gonadi, ci sta fare qualcosa di diverso per distinguersi dalle centinaia di sbarbatelli che hanno deciso di basare la loro carriera sul lato A di Morbid Tales. Il problema è che quasi tutto l’album è appiattito su tempi moderati, il che smorza l’impatto di canzoni meno monolitiche di quanto appaiano. Non solo, i pezzi più divertenti restano quelli che più ricalcano le orme della leggenda svizzera, tra grugniti e accelerazioni, come Possessor. Né aiuta una durata (cinquantacinque minuti) un po’ eccessiva.
Sia chiaro, stiamo parlando di un risultato inferiore alle attese, non di un cattivo risultato. Due o tre pezzi davvero buoni ci sono. Devourer of Life strizza l’occhio al death tecnico d’antan di certi Pestilence e propone soluzioni che sarebbe stato interessante approfondire. In The Portal si respira parte della vecchia magia. Poi, certo, se si fossero presentati con un remake di The Malefice io, che sono un cialtrone, ne starei parlando bene a prescindere e loro avrebbero raggiunto il massimo obiettivo con il minimo sforzo. Quindi tanto di cappello per aver tentato un’altra strada. (Ciccio Russo)
