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Filmini delle vacanze e turismo sessuale con CHRIS BAY

21 dicembre 2018

Noi che ascoltiamo metal sappiamo benissimo qual è il confine oltre cui la parola dignità comincia a perdere di senso. A volte l’attraversamento di questa linea immaginaria porta a capolavori che solo noi riusciamo ad apprezzare, tipo i Rhapsody o gli Alestorm. Quello che non sapevamo è che esiste un ulteriore confine, spostato molto più in là, oltre cui si aprono territori sconfinati di terrore e paura, come la dimensione parallela di qualche film horror tamarro tipo Insidious, in cui creature oscure vomitate dalle arcane profondità dello spazio popolano gli oscuri recessi dell’ignoto. Questo è più o meno il territorio in cui si muove Christian Beyer, in arte Chris Bay, mente e braccio dietro alle immortali fanfare genderfluid dei Freedom Call e adesso anche artista solista grazie a Chasing the Sun, suo primo disco. Che dire, amici. Per darvi un’idea di ciò di cui si sta parlando, sappiate che qualsiasi canzone di Chasing the Sun fa sembrare i Freedom Call un gruppo pornogrind neozelandese dedito al cannibalismo e coi testi copiaincollati dal manuale di anatomia patologica. Siamo ben oltre i normali canoni stabiliti dal comune senso del pudore: canzoncine allegre e spensierate rette dalla voce cinguettante del nostro idolo, con testi che parlano di quanto è bella la vita, del valore salvifico della musica, di cuoricini innamorati che brillano come diamanti e così via. E, anche prevedibilmente, conoscendo le pregevoli doti compositive di Chris Bay, il disco non è male. Certo, per apprezzarlo dovete essere pronti a spogliarvi di ogni senso del pudore e avventurarvi in quegli oscuri territori di cui si diceva prima, dove verrete messi al cospetto dell’enormità dell’orrore primigenio che si cela tra le pieghe dei la-la-la-la che il demone Chris Bay sparge con mefistofelica sapienza. Per meglio apprezzare questa discesa nell’abisso, da Chasing the Sun sono stati tratti non uno, non due, non tre ma QUATTRO video, rigorosamente a bassissimo budget e la metà dei quali è stato girato nientemeno che con una GoPro retta da un’asta in cui Chris Bay si riprende, col suo solito sorrisino malizioso, durante le sue vacanze in Indocina. Vediamoli nel dettaglio, amici del vero metal. 

Il video della canzone di apertura, Flying Hearts, vede il nostro biondissimo eroe palestrato su una spiaggia del sud-est asiatico in canottiera, occhiale war metal, tatuaggi tribali da zarro in vacanza a Ibiza e, come tocco di classe, un’occasionale bandana. La canzone è effettivamente la migliore dell’album (insieme a Move On, di cui però non è stato fatto un video), e un video del genere, in cui lui canta ammiccando alla telecamera, disegna cuori sulla spiaggia ed esce fuori dall’acqua lanciando i capelli all’indietro come un sirenetto, la rende di diritto patrimonio dell’umanità, e il fatto che l’UNESCO abbia insignito di tale titolo quel mostruoso abominio del reggae e non il possente gay metal di Chris Bay ti fa capire come quest’organizzazione vada presa sul serio più o meno quanto la partecipazione del mio yorkshire in un combattimento tra pitbull.

Silent Cry invece è il video più professionale dei quattro, ma anche la canzone meno carina. Il ritornello si compone di un tudu-tudu-tudu-tudu-tudu cantato in coppia con tale Sonja Hollering, che non si capisce chi sia. Qui probabilmente il regista ha impedito al grande Chris di farsi riprendere in canottiera mentre manda bacini alla telecamera, ma comunque non è riuscito a fermarlo dal mettersi in posa meditativa a piedi scalzi in un raffinato loft di qualche hipster amburghese gender neutral.

Il video della vagamente beatlesiana Hollywood Dancer è a metà tra i primi due, nel senso che sembra sì ripreso con una GoPro, ma è impreziosito da alcuni effetti di postproduzione, giusto per non far vedere che in fondo non è altro che un filmino delle vacanze. Qui Chris saltella e ancheggia gaiamente in qualche città dell’Estremo Oriente, non curandosi del fatto che lì non sono molto tolleranti per determinati atteggiamenti occidentali e quindi all’ennesimo sculettamento si rischia l’internamento in qualche orribile campo di concentramento comunista in cui il soggetto deviante viene rieducato a forza di riso in bianco con scarafaggi, lettura dei grandi classici del maoismo e tante, tante, tante mazzate.

Concludiamo questa discesa nell’Averno col video di Radio Starlight, che sembra in tutto e per tutto un lyric video tranne nel ritornello, in cui il nostro mito assoluto appare in primo piano a cantare i versi immortali Oh, I play a song/ and the world can sing along/ sing la-la-la, turn the radio on. Qui le sue movenze appaiono pericolosamente simili a quelle delle ragazzine dei programmi di Disney Channel che saltellano e ammiccano alla telecamera, e per questo permettetemi di dedicare questo video, questa canzone e financo questo disco all’amico Messicano, grandissimo fan di Chris Bay in tutte le sue incarnazioni.

In definitiva Chasing the Sun è un disco piuttosto carino da ascoltare in macchina d’inverno, coi finestrini ben chiusi perché ne va della propria reputazione. È troppo lungo, ma se lo utilizzate per tragitti brevi andrà benissimo. Ovviamente ricordiamo sempre che un piccolo gattino viene squartato e dato in pasto ai ratti di fogna ogni volta che qualcuno parla male dei Freedom Call o di Chris Bay, quindi sappiatevi comportare. Ora scusatemi, ho urgente bisogno di ascoltare neofolk per un paio di giorni. (barg)

6 commenti leave one →
  1. Pesso permalink
    21 dicembre 2018 10:05

    Lo so che questo disco è troppo, semplicemente troppo. Di tutto. Di cori, di trombette, di glucosio. Eppure ce l’ho già piantato in testa, mannaggia a Chris Gay

    Piace a 1 persona

  2. Pesso permalink
    21 dicembre 2018 10:08

    Pensavo che scherzassi quando parlavi di occhi che brillano come un milione di diamanti. E invece lo dice per davvero. Non ho parole

    Mi piace

  3. Arkady permalink
    21 dicembre 2018 10:12

    Ho guardato i video e adesso mi piace il cazzo, olè

    Piace a 3 people

  4. Cattivone permalink
    22 dicembre 2018 07:31

    Se non avessi conosciuto il cantante, monicker e copertina mi avrebbero fatto stare ben alla larga da questo disco.
    E forse sarebbe stato meglio così.
    Imbarazzante, ma nel senso buono del termine.

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