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Avere vent’anni: BURZUM – Hliðskjálf 

20 maggio 2019

L’ultimo impronunciabile disco di Burzum prima di scomparire dalle scene per più di dieci anni è uno dei suoi meno riusciti. A dirla tutta è fondamentalmente un dischetto un po’ del cazzo che non si è mai riusciti a inquadrare, e del quale ci si è dimenticati abbastanza in fretta. È stato registrato quando Vikernes era già in carcere ed è composto esclusivamente da pianoline ed effettini semplici e ripetitivi, come il precedente Daudi Baldrs, ma uscito peggio. Non ho niente di particolarmente brillante da dire sull’album in sé, anche se all’uscita ero talmente fomentato da averlo ascoltato fino allo sfinimento, nel disperato tentativo di cercare qualcosa che mi ridesse le sensazioni di Filosofem e via dicendo. Ovviamente qualche filo conduttore c’è, ma Hliðskjálf è talmente scarno e minimale da essere impossibile da ascoltare con concentrazione e a mente lucida fino alla fine.

Il ricordo più vivido che ho di quest’album è una maglietta che presi poco dopo la sua uscita e che ho continuato ad indossare per più di quindici anni. Maglietta a maniche lunghe, come si usava negli anni ‘90, con la copertina sul fronte e un interminabile discorso in norvegese dietro. L’ho usata praticamente come felpa, portandomela quasi sempre dietro, appallottolata nello zaino e tirata fuori alla bisogna. Ci ho passato innumerevoli momenti, dalle nottate in spiaggia d’estate fino ai viaggi in aereo quando abbassavano la temperatura così tanto che sembrava che avessero aperto i finestrini in alta quota. Non continuo a metterla ancora oggi solo per una questione di decenza, anche perché adesso si è sformata e potrei usarla come sacco a pelo, ma mentre ne scrivevo mi è ritornata voglia di rimetterla – o quantomeno di prendermi un’altra maglietta a maniche lunghe, ché ne ho tantissime ma tutte con le maniche corte.

L’altro ricordo vivido di Hliðskjálf è legato alle recensioni dell’epoca. Per me Burzum era un personaggio semi-mitologico, un sopravvissuto di una serie di vicende di cronaca nera che nella mia testa di ragazzino aveva assunto i contorni di una saga epica, con i protagonisti idealizzati che si muovevano all’interno di un contesto favolistico. Il Conte Burzum, in particolare, era quello che meno riuscivo ad associare ad una persona in carne ed ossa, tra coloro i quali erano riusciti ad uscirne vivi. Criticarlo musicalmente, o anche solo analizzare i suoi dischi con distacco, era una blasfemia. Già mi sconvolgeva il fatto che sulle riviste si parlasse pochissimo di lui, se non con riferimenti sibillini a svariati sottintesi che io spesso non coglievo; del resto all’epoca erano tutti presi dal nuovo modo di intendere il black metal, con i Dimmu Borgir a fare la parte dei coraggiosi pionieri verso territori inesplorati, tanto da accantonare velocemente quello che era stato prodotto nei primi anni Novanta. E, di quei gruppi, ad essere elogiati erano soprattutto Emperor, Immortal e Satyricon, specie per quanto avevano composto successivamente.

In questo contesto, la ricezione di Hliðskjálf fu tremenda. Le recensioni si risolsero grossomodo in una sequela di insulti sia a Vikernes stesso sia al disco, considerato (come il precedente) una boiata inutile fatta da un mentecatto megalomane per spillare soldi ai gonzi. Della qual cosa peraltro si può pure discutere, ma tenete conto che tali ragionamenti venivano fatti da gente che di contro credeva nell’assoluto valore innovativo dell’immagine vampiresca dei Cradle of Filth. Credo che semplicemente all’epoca molti si fossero stancati del black metal vero e proprio: l’età d’oro era troppo vicina perché la si potesse considerare con un sentimento di riscoperta, e l’ubriacatura degli anni precedenti aveva lasciato un senso di rigetto in chi aveva dovuto subire l’onda d’urto di centinaia di dischi tendenzialmente simili. Era del resto l’epoca in cui il suono pulito e bombastico in stile Nuclear Blast/Limb Schnoor è nato e si è sviluppato, e anche questo può essere considerato un sintomo di quel rigetto verso quasi dieci anni di metal dal suono grezzo e, a volte, volontariamente amatoriale.

Noi, che abbiamo dalla nostra parte vent’anni di indigestione di produzioni sovraccariche, possiamo però guardare indietro a Hliðskjálf e concludere che sì, era un dischetto un po’ del cazzo che non ha aggiunto niente alla parabola artistica del Conte, ma che di sottofondo non è poi così male. Le atmosfere fatate e rarefatte ci portano nel folklore norvegese, tra il sottobosco di piovosi declivi popolati da creature mitiche in cui si muovono gli antichi dèi norreni, in un’eterna coazione a ripetere che si concluderà solo col Ragnarok, quando l’albero Yggdrasil si scuoterà dalle radici e il dio Odino verrà sbranato dal colossale lupo Fenrir. Poi potrà pure essere un disco noioso, ma ha un immaginario di sicuro più dignitoso di quello che implica canini di plastica e succo di ciliegia spalmato in faccia. (barg)

5 commenti leave one →
  1. 20 maggio 2019 09:38

    1. Si pronuncia qualcosa come “Lid-schiàlf”, alla islandese, che poi è la pronuncia che pare sia la più vicina al norreno originale. I norvegesi lo pronunciano in modo diverso, ma dipende anche dalle zone e quindi mi astengo da divulgare altre falsità.

    2. I Cradle of Filth sono una cagata pazzesca, e questo lo si diceva fin dal 94.

    3. Questo disco fa sicuramente parte di un periodo calante e crepuscolare, per usare degli eufemismi molto forbiti, che però aveva un presupposto teorico nel pangermanesimo di Vikernes, ovvero che chitarre e batterie in realtà sono strumenti da negri, non a caso vengono dal ragtime e dal jazz e, solo successivamente, dal blues e dal rock’n’roll. Questa è l’estrema sintesi del discorso delirante che in qualche momento fece il Conte.

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  2. Bacc0 permalink
    20 maggio 2019 09:51

    Lo comprai l’estate successiva a Budapest, in cassetta. Per anni ha fatto parte della tappezzeria della mia Marbella nera da pezzente, che aveva uno stereo mangiacassette che gli avevo montato alla mrno peggio. Il bello è che spesso, una volta infilata una cassetta, era buono poi di non buttarla più fuori per mesi… Quindi i di adcoltato ad nauseam

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  3. El Baluba permalink
    20 maggio 2019 15:00

    Non sono dischi così fondamentali nella carriera di Burzum, però a me non dispiacciono, soprattutto Daudi Baldrs, che nel suo minimalismo trovo un qualcosa di veramente ipnotico e coinvolgente. Questo è registrato meglio ed ha un andamento più ambient. Meno frasi melodiche sovrapposte e più landscape sonori. Probabilmente meglio ragionato, ma preferisco il precedente.

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  4. mirko permalink
    20 maggio 2019 18:57

    In effetti è un po arido di emozioni, se paragonato ai dischi clamorosi precedenti.
    Nulla di male in confronto alla cloaca viking-power-Death che ha investito da 15 anni la nostra musica e che non accenna a legarsi dalla cappella. Quanto mi fanno cacare u gruppi che parlano dei vichinghi oggi. Soprattutto quelli che arrivano da Italia, Spagna Francia, e altri posti improbabili

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  5. pizza11 permalink
    21 maggio 2019 15:03

    Disco che sonoramente ha poco a che fare col vecchio Burzum, ma a livello di concept è perfettamente coerente. Storicamente questo album e Dauði Baldrs sono importanti in quanto hanno fatto conoscere al mondo sonorità che poi avrebbero portato alla formazione di un nuovo genere, la dungeon synth. In questo senso sono entrambi decisamente sottovalutati.

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