Metallo per la casalinga di Voghera: SABATON – The War to End All Wars

Finalmente un disco dei Sabaton che si riesce ad ascoltare dall’inizio alla fine senza che ti venga quel senso misto soporifero/indigesto tipico delle lezioni di Storia Contemporanea all’università. I nostri sono diventati negli anni una band grossa a tutti gli effetti. Praticamente ora li trovi ovunque nei concerti più grossi e generalisti, e in posizioni molto in alto nel cartellone. Segno che, alla fine, questa roba piace a un sacco di gente. Questa roba sarebbe un metal molto affettato e ben confezionato che lascia poco spazio al pogo, allo sfogo e all’istinto e che è quindi concettualmente molto distante dai principi cardine della nostra amata musica. Si potrebbe serenamente definirlo come metal mainstream o il metal per la casalinga di Voghera: un qualcosa di innocuo che piace a tutti proprio perché non disturba nessuno. E, ancora una volta, molto distante da ciò che ci si aspetterebbe da una band metal, ne converrete. E se non ne convenite, pazienza, vuol dire che vi siete assuefatti alla tranquillità e alla banalità, o siete la casalinga di Voghera.

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Tranquillo, in fin dei conti, ancora lo è, perché anche qui non è che si ravvedano particolari guizzi, ma banale non lo è assolutamente: The War to End All Wars è il miglior disco degli svedesi dai tempi di Carolus Rex, quello che resta a mio parere il loro miglior album, quello cioè che riesco ad ascoltare dall’inizio alla fine senza farmi due palle tante. Oltre a tale caratteristica, che resta la più evidente, noto anche una svolta dal punto di vista strettamente compositivo: i riff e gli assoli di chitarra sono protagonisti, la voce di Joakim Brodén la fa da padrona, ciò significa meno orchestrazioni e meno cori. Elementi ancora presentissimi ma che non scassano il cazzo come in The Great War, che pareva solo una colonna sonora per film di guerra (e forse voleva essere proprio quello), o come in The Last Stand che perdeva in efficacia via via che lo si ascoltava ma che tutto sommato non era completamente da buttare.

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Anche questa volta si “celebrano” le atrocità della Prima Guerra Mondiale, che giustamente ci volevano almeno due album per raccontarla tutta. Nel complesso c’è un bel tiro, è tutto molto più poweroso del solito e non c’è stanca (al netto di quei due/tre pezzi che ti fanno ricordare di essere pur sempre in un disco dei Sabaton). Mi sta stranamente piacendo un casino, non me lo spiego fino in fondo. Sarà che in tempi di guerra è perfettamente coerente ascoltarsi i Sabaton, sarà che mi aspettavo un secondo disco straccia maroni, sarà quel che sarà ma vi potrei menzionare almeno sette/otto pezzi che spaccano sul serio e non lo faccio solo per non cadere nella vituperata mania compilatoria, educativa e nozionistica dei nostri che avrebbe anche un po’ rotto, ma tant’è, almeno a modo suo li rende originali. Pensate che di The Great War ne fecero anche una cosiddetta “history version” con voce narrante che raccontava con fare oltremodo pedante di battaglie e campagne militari. Gustiamoceli comunque, anche perché la prossima guerra, quella nucleare, non ce la racconterà nessuno. (Charles)

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