Un post un po’ post-doom, un po’ post-quel che volete voi

Niente male come annata, dai. Da quando Ciccio mi ha dato due dritte su dove andare a pescare nuove uscite mi è capitata fra le mani una quantità di dischi notevole. Solo per parlare di doom, quest’anno di bei dischetti ne ho sentiti diversi, e anche qualche quasi-capolavoro. Così ho dovuto anche trovare un criterio per raggruppare i dischi e scriverne. L’ultimo calderone si occupava del doom più tradizionale, così da parte ho tenuto tutte le varie sfaccettature più post. Che alla fine è facile usare la parola “doom”, ma poi di cose ne sono successe nei decenni e di ispirazioni ce n’è delle più disparate. E variegate, anche fuori dal seminato metal. Così stavolta preparo una bella carrellata di band meno ortodosse e più post-moderne, se volete. Sulle definizioni, possiamo sbizzarrirci.

Partiamo dai MONOLORD, beniamini di voi drogati, e dall’ultimo loro album dal bel titolo, Your Time To Shine, e dalla ancor più bella copertina (povero coniglietto, ditemi che non gli avete fatto nulla). Insomma, i Monolord iniziano ad affrancarsi in maniera piuttosto pronunciata dallo stilema di semplice band fuzzosa e riffosa post-Sleep. Iniziano a fare capolino melodie malinconiche e un po’ indie (passatemi il termine, che è un termine nobile). Quindi diciamo che i Pallbearer possono essere chiamati in causa. Ma anche più, appunto, certo indie fuzzoso tipo i Dead Meadow. Come definireste la splendida To Each Their Own, se non un bellissimo pezzo di malinconia americana (made in Sweden)? Ora la sparo grossa: mi ricorda un po’ l’indolenza ovattata dei Guided By Voices. Coi riffoni sabbathiani, però, che è chiaramente un bene. Ok, smetto con le stronzate. No, dai, ancora una: l’ingrediente segreto dei Black Sabbath non è la profumeria, sono i Beatles. È il segreto di Pulcinella. Ok, non che ci siano tante tracce di Harrison, McCartney e Lennon, qua, come magari potrebbe essere il caso degli Uncle Acid, però ecco, non mi aspettavo di trovarmi davanti a un disco di melodie dolenti e rarefatte e poi riffoni pesanti, ancora più pesanti proprio perché si alternano a quelle melodie. La voce non è proprio il punto forte. The Siren of Yersinia sarebbe molto bella, ma il cantato è forse troppo monotono. Poi, oh, non pensiate sia un disco indie, è un disco metal, la doppia cassa sotto il riff circolare di I’ll Be Damned te lo sbatte in faccia. E poi è un disco breve, 38 minuti, gran bella scelta, che non vale sempre la pena andare per le lunghe. Sicuramente, tra i dischi doom dell’anno. Anzi: tra i dischi post-indie/melodic doom.

Ricordate quando parlammo degli INDIGO RAVEN per la cover dei Mazzy Star? Bene, è uscito il disco. Ve lo immaginavate pure voi suadente e delicato come fossero dei nuovi Trees of Eternity? E invece no, Looking for Trascendence è plumbeo e minimale, tra tribalismi essenziali sludge, lievi digitalizzazioni trip-hop e sciamanesimo gotico nella forma dei vocalizzi ammalianti di Julie Docteur, al centro della scena. Quindi ecco, parliamo di quel qualcosa di nero pece, eppure lucido, cucinato a suo tempo da Jarboe in compagnia dei Neurosis. I Dead Can Dance, o per lo meno una loro ideale rielaborazione post-metal, sarebbero un altro punto di riferimento. Ecco, è un esordio, molto bello, e c’è tempo per crescere prima di giocare a quei livelli. Però la personalità di Julie Docteur é già forte e magnetica. E i suoi compagni sanno perfettamente quando conviene suonare una nota in meno piuttosto che una di troppo. Non è poco. Appunto, negli arrangiamenti, raramente sentirete qualcos’altro rispetto a lente percussioni, riff secchi e staccati su un altro livello, e sopra tutto Julie Docteur ad intonare i suoi canti sciamanici. The White Knight Syndrome azzarda a un certo punto un arpeggio minimale di chitarra acustica scuola Teardrop. Il martello pneumatico di Small-hearted & Blind ha più a che fare forse con certa elettronica gotica che non col metal inteso in senso classico. Se continuano così, rischiano di diventare grandi. Esordio memorabile, all’insegna di un post-tribal/trip-hop/goth doom.

Lo sludge’n’roll dei Mastodon per fortuna sta dando qualche bel frutto. Vi anticipo: non c’è l’ho fatta ancora a finire Hushed and Grim. Parlo di Untrue dei BLACK SITES. Da Chicago. Dal bel suono fangoso, che per un gruppo dalla vena prog ed heavy è sempre una cosa apprezzata. E pure il fatto che le canzoni siano tali, non smarronamenti, e i riff siano riff. Belle le melodie di Call It By Its Name e Lost Tribes, dei potenziali singoli. I quattro di Atlanta ci si sentono parecchio. In senso buono. Ancora meglio The Worst of Us, radiofonica e che sa pure di anni ’90. Sembrano appunto i Mastodon che fanno un pezzo bello dei Foo Fighters. A me i Foo Fighters non piacciono, ma non vuole essere una critica a The Worst of Us, anzi. E su tutte They Eat Their Young, Che da un contesto completamente differente evolve poi sull’assolo con una soluzione armonica tipo quella di Demonic Science degli Arch Enemy (dai che ce l’avete presente), per poi condurre verso un finale esaltante per magniloquenza Adult Oriented Prog. Pezzo stupendo, se faccio una playlist dell’anno ci finisce dentro sicuro. Bel disco davvero, anche se (o forse proprio perché) piuttosto inclassificabile. post-adult oriented “prog/grunge” sludge/heavy… no, forse il doom c’entra poco.

Che rottura di palle i KHEMMIS. Io li avevo notati in passato solo per le copertine orrende. Ora che ne ho approfondito un disco per bene posso dire che non sono le copertine, il peggio. Che lagna. Peggio: una lagna con suoni che sono l’equivalente di un bibitone di proteine che puzza di fragola (del sapore so nulla, mai bevuto certa merda), accelerazioni da doposcuola swedish melo-death, che su un disco di presunto doom c’entrano col cazzo. E melodie terribili, risapute, indisponenti. Non un riff, uno, che dici cazzo si, ora scapoccio. No, questa è roba che mi fa ricordare perché per un mucchio di tempo ho disprezzato il prog per partito preso. Che volete farci, ai Van Der Graaf Generator non sono arrivato subito, prima hanno provato a piazzarmi i Dream Teather, da cui l’avversione. Non nominate i Pallbearer, per carità, i Khemmis possono a malapena allacciargli le scarpe. Ditemi che per voi è un disco memorabile e vi stringo la mano. Ditemi che ve ne ricorderete le canzoni tra dieci anni e vi offro un giro. Ma io voglio dimenticarmene ora, che mentre scrivo e venerdì sera. Ah, il disco si chiama Deceiver, se vi interessa. Io lo tolgo subito dalle cuffie, che non ho tempo e voglia per il post-swedish melodic death “doom” levigato e pettinato di questi qui.

Visto che quest’anno però avete fatto i bravi e vi siete drogati poco, non potevamo lasciarvi il boccone amore di quella porcata dei Khemmis per chiudere, così ecco a voi un discone di riffoni zozzi ed epici per chiudere l’anno in bellezza. Non parrebbero quasi di New York, i tre RESTLESS SPIRIT, perché questo Blood of The Old Gods (ottimo titolo) puzza di stoner sporco e redneck. Citavamo prima i Mastodon. Beh, in questo caso più i primi, o meglio ancora gli High On Fire. Ecco, per ingannare l’attesa della prossima mossa del mitico Pike, questo è il disco ideale. In copertina un bel dipinto di Frazetta (le cose che contano nella vita), chitarre acustiche southern in apertura e poi riffoni. E che altro volete. Disco breve, e meno male, poche canzoni, ma molto belle. E in crescendo, perché l’inizio non è per niente male, anche con certi giri alla Monster Magnet, calati in un contesto più barbarico e meno sornione, ma poi si va in crescendo. Cascade Immolator è veramente qualcosa. Canzone stoner praticamente perfetta, come si facevano una volta. Ecco, ora ricordo pure cos’altro mi ricordano a tratti, i primi Sword, che infatti giocavano con ingredienti simili, fango stoner e acciaio metal. Poi c’è Blood of the Old Gods, la canzone, lunga, sfaccettata, e l’ultima Hunter. Le chitarre acustiche intervengono spesso, a supporto di quelle elettriche, a doppiarle nei momenti riflessivi. Poi le accelerazioni southern prog. E poi ancora riffoni. Insomma, diversa roba al fuoco, un disco grasso, un po’ malinconico, ma cazzutissimo e succulento, di post-southern heavy fantasy psych Doom. (Lorenzo Centini) 

One comment

  • A me non ha fatto così cagare l’album dei Khemmis ma devo dire che in generale mi paiono un pelino sopravvalutati. Ottime invece le uscite dei Restless Spirit (copertina bellissima, così come quella di Untrue) e dei Monolord. A proposito di musica da drogati, a me è piaciuto parecchio Dark Majesty dei Kal-El al quale avrei giusto levato qualche minuto di troppo.

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