Avere vent’anni: ARCH ENEMY – Wages of Sin

Uno shock può essere trasmesso anche attraverso un buon disco. Nel 2001 ne ricevetti uno, e bello forte. Per comprendere l’essenza di questa rubrica e non limitarci a leggere semplici recensioni di album usciti vent’anni fa, occorre calarsi in quella che, appunto, era la scena di vent’anni fa e in ciò che noi eravamo al tempo. Io ero un ragazzino con gli ormoni a mille, fomentato dall’heavy metal e incuriosito dai mille fiumiciattoli che partivano come zampe d’un ragno dal possente corso centrale. A un certo punto era come se il corso centrale fosse rimasto un po’ in secca e i rami secondari tutti quanti in piena, furiosi e spumeggianti. Era una situazione molto particolare, ce n’era per tutti eppure era tipico lamentarsi di qualche rigagnolo del quale avremmo volentieri fatto a meno. Per farvi ancora qualche esempio, era possibilissimo che si verificasse l’impossibile. Era possibile che un gruppo partorisse un bell’album e a noi sembrasse una merda, perché in quel momento non eravamo affatto lucidi per constatarne l’essenza e i contenuti. Eravamo un pubblico giovanile, a dirla tutta, mentre ora siamo disincantati.

Capitò che gli Arch Enemy pubblicassero Burning Bridges e per noi quel Burning Bridges era la nuova pietra portante del decorato palazzo del death melodico. Con gli In Flames e molti altri prossimi alla fase calante, ce ne sarebbe stato certamente bisogno. Ma Amott, Michael s’intende, buttò fuori Johan Liiva. E noi tutti adoravamo Johan Liiva.

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Fu annunciata una donna e fu pubblicato un album che era un ridicolo e semplicissimo bignami dell’heavy metal classico ridotto ai minimi termini; l’effetto fu quello d’una bottiglia rovesciata nel ramo portante in secca, rivisto, all’epoca, secondo i canoni della musica estrema moderna già sdoganata a grandi e piccini. In casa Arch Enemy accadde niente meno che lo stesso fenomeno da poco esploso nel black metal: la vendita porta a porta del Proibito.

Angela Gossow era pure impostata malissimo, dico tecnicamente, e ne avrebbe presto pagato le conseguenze con ripetuti stop dovuti alla salute e in particolar modo alle sue corde vocali, colpite da noduli al primo tour. Ma figuriamoci se alla Century Media e ad Amott questo importava: avevano trovato la gallina dalle uova d’oro e i nuovi Arch Enemy erano come se fossero debuttanti. Ora toccava raccoglierne i frutti, non mettersi in malattia. “Liiva li avrebbe curati facendo i gargarismi col bourbon quei noduli!”

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In breve avrei intervistato entrambi. Con la Gossow fui decisamente un ingrato. A mente fredda la preferisco non di poco ad Alissa White-Gluz, era fondamentalmente un clone mal riuscito di Jeff Walker ma sprigionava energia a profusione. Era un vulcano, sebbene stesse portando gli Arch Enemy all’inferno su commissione di Amott e dei piani alti. Mi chiese che cosa ne pensassi del loro nuovo disco, Wages of Sin, e io glielo dissi davvero. In risposta ricevetti quella che solitamente chiamo “la risatina isterica”, e cioè, quel troncare repentinamente un discorso per mezzo di un ridere che non è per niente una genuina risata. Eppure fu un’intervista piacevolissima, fra le più piacevoli, probabilmente, anche se si sentiva come fosse già stata allevata e allenata a pane e relazioni pubbliche. Con Amott, quell’Amott, parlammo di Spiritual Beggars e lo ricordo come uno dei due peggiori personaggi che ho avuto dall’altra parte del telefono. L’altro fu Weikath.

Iniziò per me il declino di un rapporto, contratto ed intenso. Si trattava della mia passione per gli Arch Enemy, che piomberà ai minimi storici più o meno in occasione degli ultimi botti sparati con la Gossow, prima che la biologica sostituzione della milf con la teen divenisse realtà. A risentirlo adesso, a mente ancora più fredda, Wages of Sin è sì un banale bignami dell’heavy metal ma è anche pieno di buone canzoni, con quell’Amott che azzecca una melodia dietro l’altra rasentando più volte il concetto di misura massima della stucchevolezza. Ma adesso, e soltanto adesso, Wages of Sin mi va più che bene, anche se, a ogni confronto col recente passato di velocità e brutalità si percepisca un fastidioso scalino: è il caso di Dead Bury Their Dead, bella, ma già fuori tempo massimo. Peccato che in seguito ad Anthems of Rebellion sarebbero calati sul serio. (Marco Belardi)

5 commenti

  • oh ragazzi, su queste pagine si continua a tirare merda sulla White Spruz, che alla Gossow caga in testa ma di brutto brutto…

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  • Come cantante faceva veramente, veramente cagare. Ma del resto non era stata scelta fondamentalmente per quello no? In confronto ai precedenti il disco era una cacatina piuttosto stitica, successivamente non ho avuto voglia di star dietro a quanto facevano schifo, ma mi fido sulla parola. A difesa della Spruzz c’è da dire che in un’ospitata su fake taxi ci starebbe bene, sta crucca allampanata qua manco il sangue attizza.

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  • Band morta e sepolta dopo Burning Bridges, che è un discone. L’inserimento di voce femminile ha incrementato solo la popolarità e attirato i nerd che si facevano le pip*e prima sulla Gossow, e poi sulla puffa blu. Musica di plastica non assimilabile.

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