DREAM THEATER – A View from the Top of the World

Se pensiamo al settore più squisitamente mainstream, soprattutto in Italia (che porta alta la bandiera dei riccardoni nel mondo), i Dream Theater sono il primo nome che viene immediatamente dopo quelle 2/3 band intoccabili, l’unico gruppo che raggiunge posizioni importanti nelle classifiche e che programma letteralmente un fottìo di date nel nostro Paese. Situazione che non accenna a diminuire né con il ricambio generazionale dei fan – agli ultimi concerti della band era davvero impressionante la presenza di spettatori tra i 16 e i 20 anni – né con in seguito ai cambi di formazione. Anzi, nonostante IL cambio di formazione per eccellenza, ossia la separazione da Mike Portnoy.

Evento che, da un lato, ha avuto un effetto sicuramente positivo, perché le evidenti divergenze tra il batterista e il resto della band si sono concretizzate negli album successivi a Six Degrees of Inner Turbulence che – se si eccettua Octavarium, quasi una riuscita “compilation” più che un album con una sua coerenza – sono davvero confusi, poco ispirati e noiosi. Dall’altro, i Dream Theater con l’abbandono di Portnoy hanno tirato i remi i barca, hanno messo il pilota automatico tornando a solcare territori già battuti in passato, con l’aggravante di aver perso quel “calore”, quella botta emozionale che solo Portnoy riusciva a dare al gruppo, sia come compositore che come musicista.

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I Dream Theater del 2021 contengono più colorante per capelli di un intero reparto di supermercato.

Se mettiamo da parte The Astonishing, che è un progetto diverso, il risultato di questa svolta si è concretizzato in due album gradevoli, ma freddissimi, senza particolari picchi e che lasciano poco il segno, ai quali ha fatto seguito Distance Over Time, primo disco più coeso e soprattutto più coinvolgente e che, nonostante alcune imperfezioni e una tracklist non sempre all’altezza, riascolto ancora oggi con molto piacere.

Il nuovo A View From The Top of The World parte esattamente dove era finito il precedente e si assesta praticamente sul suo stesso livello, ma contiene degli elementi che ci fanno ben sperare per il futuro. In primis perché Mangini non è più un corpo alieno all’interno della band e ha finalmente trovato uno stile che ben si inserisce nell’amalgama del gruppo, ma soprattutto perché dopo anni i Dream Theater sembrano aver ritrovato una propria anima e riescono ad emozionare come accadeva un tempo.

Un pezzo come Trascending Time è il segno più evidente di questo discorso: un brano melodico – perché da almeno vent’anni i Dream Theater danno il meglio in questi brani – estremamente orecchiabile, quasi AOR, molto classico, e che funziona incredibilmente bene. Allo stesso modo, in pezzi come Answering the Call e Sleeping Giant, i Dream Theater pur non rischiando nulla riescono a convincere come e forse più del precedente album. Perché questa volta, anche nei brani meno ispirati come Invisible Monsters o la prima parte della suite da venti minuti che dà il titolo all’album, non ci si annoia mai e le canzoni, di durata elevata, contengono sempre dei segmenti interessanti e capaci di colpire l’ascoltatore grazie a delle linee melodiche che, senza girarci troppo intorno, non si sentivano da tanto tempo.

Un rinnovato “calore” che, pur non apportando alcuna rivoluzione ad uno stile ormai consolidato (ma stiamo sempre parlando di una band con trentasei anni di carriera alle spalle), ci fa capire che la band ha trovato la sua quadra e sta continuando sul percorso giusto. (L’Azzeccagarbugli)

3 commenti

  • non li seguo da anni. train of thoughts ha ammazzato il mio amore per loro, ma dramatic turn of events sentito per caso a me era piaciuto moltissimo. però ho proprio perso il gusto di star loro dietro…

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    • Eugenio Fumagalli

      Io li ascolto da 30 anni, li ho visti almeno 20 volte dal vivo…e non mi hanno ancora annoiato🤷‍♂️

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    • A me è successo con Octavarium.
      Train of Thoughts lo trovo un disco sottovalutato, forse l’ultimo disco “a fuoco” dove hanno detto qualcosa di nuovo.
      Poi piattume, dispersività ed (auto)citazionismo.
      A Dramatic Turn of Events sempre fatto con lo stampino, ma ha del songwriting mica da poco per la prima volta in dieci anni.

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