Ancora un recuperone doom (ARGONAUTA edition)

Ancora un recupero di uscite Doom e ancora Argonauta Records, dopo la sorpresa Satyrus. L’etichetta genovese è attivissima e solo quest’anno ha promosso tante di quelle uscite doom e stoner internazionali che è difficile starci dietro. Io mi cimento con uno speciale che però è solo parziale e lascia fuori almeno altrettanti dischi di cui non riesco a darvi contezza questa volta.

Partiamo dai normanni CONVICTION che hanno esordito in gennaio col disco omonimo. Album ben quadrato con un connubio felice (sic) tra voce pulita (e ovviamente molto sofferta) e un suono di chitarra bello crunchy da far pensare quasi ai primi Entombed (che per il resto però non c’entrano molto). Ritmi, ça va sans dire, quasi sempre piuttosto lenti e solenni e attitudine di basso profilo, proletaria, verrebbe da dire. Qui non si inventa la ruota, ovvio, ma si interpreta la materia con un’onestà da premiare. Oh, poi, non è solo attitudine, il disco gira bene, lentamente, ovvio, ma poi quando si concede un’accelerazione sacrosanta (Curse of The Witch) ti viene da chiederti come mai di copie carbone degli Electric Wizard è pieno Bandcamp, mentre pochi si cimentano con l’eredità dei Cathedral, in realtà. Nel pezzo migliore della collezione, Castles Made of Shame, dalla vena anni ’70, il ritornello è da cantare brandendo una bella pinta di birra.

Altro disco piuttosto carne (sic) e patate è Dawn of Days degli statunitensi CONCLAVE. Marcio e potente, tutto muscoli, più che anima. Doom/sludge classico nella sostanza ed estremo nella forma, che si ibrida con qualche punta di death (voce growl). Ho penato un po’ ad arrivare alla fine, ma l’impatto è roccioso.

Piuttosto difficili da inquadrare i finnici FIMIR. Tomb of God, l’esordio, è più avventuroso che oscuro, con una vena rock ’70 tutt’ altro che cupa. Ecco forse che mi viene quasi di citare la schiettezza dei Cathedral, per lo meno a inizio disco, prima cioè che White Wolf porti tutto su un piano più lugubre e guerresco (chi ha detto Primordial?), mentre la suite/trittico finale è una lunga narrazione che fa venire voglia di sentire di più. Copertina ad opera di un artista vero: David Thiérrée.

Veramente carini questi MOURN THE LIGHT. Dalla copertina di Suffer, Then We’re Gone penseresti di trovarti alle prese con un gruppo di death marcio. Invece la prima When The Fear Subsides è una mini-suite che parte come una versione scolastica di quel classico gruppo doom svedese che comincia per C (basta, non li nomino più), e poi incorpora momenti di heavy classico solare, hammond e, sopresa, una coda che è una mini ballata di AOR radiofonico classico guidato da una chitarra acustica in maggiore. Ho usato tre volte la parola classico/a, tanto che così ci capiamo. Insomma, quello che sorprende del quintetto del Connecticut è la positività. Qualità sorprendente per un gruppo doom con bare e scheletri in copertina, no? Sempre sulle ali dell’ottimismo ancora due pezzi molto coinvolgenti, l’heavy classico di I Bear The Scars e l’americanata di Take Your Pain Away, la migliore del disco, quasi una versione easy listening dei Down. Cercate i video di queste due e ditemi se non vi viene voglia di invitarli alla vostra festa di compleanno in giardino. Il resto del disco rimane buono anche se forse non tutto su questi livelli, ma, oh, io mi accontento. Guilty pleasure istantaneo.

Felice come una scolaretta ho poi l’occasione di parlare dei SOLDATI del mio idolo adolescenziale Sergio Chotsourian, ovvero il motore dei leader stoner argentini Los Natas (alzi la mano chi li ricorda), poi in Ararat, Solodolor e ora con questo terzetto che l’anno scorso ha tirato fuori, con South American Sludge Records ed in collaborazione con Argonauta, appunto, l’esordio Doom Nacional. Questa estate è uscito anche l’ep El Attic Sessions. C’è tanto stoner in questo doom, in netta continuità con gli ultimi Natas, quando asciugarono il suono definitivamente dopo averlo espanso avventurosamente nei due Toba Trance.  Occhio, c’è una hispanidad esibita che non è quella di chi ha visitato il gettonatissimo Rancho De La Luna in viaggio turistico o di lavoro. Ci sono decenni di rock duro e psichedelico argentino sotto traccia (sarebbe da farne uno speciale, tanto ricca fu la scena nei ’70). Stoner o doom che sia, è un’interpretazione così fortemente identitaria, con una personalità forte e malinconica, che ammanta anche i brani meno trascendentali. Io sono di parte. Voi però provate.

E infine chiudo lasciandovi una chicca notevole di un duo, o trio, di Tolosa, Francia, che deve ancora esordire sulla lunga distanza ma che quest’anno ha fatto uscire una cover gothic Doom di Into Dust dei Mazzy Star. Questa degli INDIGO RAVEN è una versione spettacolare e ti viene di dirgli “bravi” anche per l’aver recuperato in campo metal uno dei brani non metal più doom di sempre. Ora, su queste note malinconiche, non resta che prepararci al loro esordio. Come disse qualcuno su queste pagine (virtuali) : “se son crisantemi, fioriranno”. (Lorenzo Centini)

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