Prepararsi all’autunno con un bel recuperone doom

Mentre voi magari starete ancora cercando di godervi gli ultimi scampoli di estate con occhiali da sole rifrangenti e copia-incolla synthwave assortiti, eccomi invece a proporvi un bel recuperone di dischi doom usciti in mesi più o meno recenti per riempire le vostre dispense più o meno digitali in vista dell’autunno che, mi dispiace guastarvi le feste, è più o meno alle porte. E, qualora il caldo dovesse invece continuare, qual miglior ristoro di una cripta, una birra fresca ed un bel disco doom?

Cominciamo proprio dai più recenti, essendo appena uscito questa estate per la Spikerot Records di Pescara l’esordio omonimo dei BOTTOMLESS, ovvero i due siciliani degli Assumption che, col supporto al basso di Sara dei Messa, si sono buttati entusiasticamente nel filone primigenio del doom di sponda americana, ovvero Saint Vitus, Trouble, Obsessed (quindi ovviamente Pentagram). Filologicamente impeccabile, il disco suona bene ed ha un bel tiro. L’uno-due iniziale (Monastery e soprattutto Centuries Asleep) fa calare immediatamente le brume. Il disco poi prosegue sulle stesse coordinate, con ancora qualche bel guizzo (Losing Shape) e soprattutto con riff e parti di chitarra solista veramente ammodino. Dato il genere, forse un carisma maggiore nell’interpretazione delle parti vocali avrebbe aiutato a far risaltare maggiormente le canzoni. Per ora un bell’esordio davvero, attendiamo i prossimi sviluppi.

All’opposto i GRIEF COLLECTOR con En Delirium, terzetto americano che include il grande Robert Lowe (ex Candlemass e Solitude Aeturnus) al microfono. Facilissimo immaginarsi come suoni il disco, quindi. Ed in effetti è il classico doom epico e cadenzato che ci si aspetterebbe. All’opposto, dicevo, perché qui ovviamente Lowe gioca in casa e non si sforza proprio tantissimo. Il carisma, ecco, uno come lui ce l’ha di partenza. Ma purtroppo non basta a sollevare più di tanto una collezione di canzoni anonime sia per riff che per sviluppi. Suoni decisamente brutti (che orrido è quello dell’arpeggio a metà di Knee Deep in Devils?) e chitarra solista piuttosto sciatta. Bonus del disco il medley col pilota automatico Voodoo/Die Young, che fa proprio venire voglia di rimettere su Mob Rules piuttosto che far ripartire da capo En Delirium. Peccato. Però qualche ascolto rinfrescante in realtà lo vale.

I THRONEHAMMER di Incantation Rites (che sono tedeschi per quattro quinti) interpretano l’epicità come sangue, asce, ghiacciai, interi reami divorati dalle fiamme. Come dargli torto. Kat “Shevil” Gilham (il quinto membro non germanico) alterna salmodie a pieni polmoni e growl, con un fervore millenaristico che ricorda a tratti Alan Averill, e non direste mai che sia una donna a cantare. Ma a sorprendere maggiormente sono il suono moderno supersaturo e, soprattutto, la scrittura, quasi post metal/hardcore. Strano, ma funziona. Provate l’iniziale title track, quattordici minuti densissimi in cui un refrain possente viene ripetuto con effetto ipnotico per svariati dei quattordici minuti di durata, con poi anche una lunga coda come l’avrebbero intesa i Cult of Luna se si fossero dati un minimo all’epic. O A Faded King, più concisa, ma più o meno con gli stessi ingredienti. La durata del disco (75 minuti per sette brani) certo è un po’ impegnativa. Ma ne vale la pena.

Con rinnovato ottimismo e benevolenza nei confronti della nazione di Bismarck, Gutenberg ed Arminio ci si approccia quindi ad As Strangers We Depart dei CROSS VAULT da Magonza. Cross vault in italiano significa volta a crociera, e poi non dite che l’inglese non aiuta. Voglio vedere a chiamare una band soffitto a cassettoni, quando invece coffered ceiling potrebbe quasi funzionare. Meno iconoclasti dei Thronehammer, non certo evocativi come gli Atlantean Kodex, i Cross Vault sono però eleganti in composizione ed ornamento di brani doom abbastanza funebri, che per mestizia e sconforto guardano almeno con un occhio ai capisaldi inglesi dei ’90. Qualcosina anche del tocco dei Pallbearer (ma senza traccia di stoner) nelle chitarre. Disco molto omogeneo e monolitico. Il che per qualcuno magari non sarà un pregio, ma io non mi scontenterei. Recuperatelo.

Avendo poi già citato il buon Averill, non ci si può esimere dall’includere in questa carrellata Alchemical Warfare dei DREAD SOVEREIGN. Piccola forzatura, perché, pure inclusi genericamente nel genere doom, lasciano andare il metronomo a velocità più elevate di quelle degli altri gruppi inclusi in questo pezzo. In effetti, tra influenze come Venom e Bathory (omaggiati in una cover), ci si sente in realtà tantissimo heavy metal classico, nelle versioni più oscure degli anni ’80. E, anche un certo spirito psichedelico nelle divagazioni di chitarra, quasi stoner. Sulla carta, ingredienti per un disco della madonna. Ma c’è un ma: il disco non decolla proprio e i pezzi non graffiano come dovrebbero. Vuoi perché alla fine abbastanza banalotti nella scrittura, vuoi perché Averill li canta sempre con la sua proverbiale enfasi, spesso troppa. Già, l’enfasi che già ammorba spesso i Primordial. Che potrebbero essere un gruppo gigante. Ed Averill dal vivo è un cantante superbo, è in grado di convincerti che sia una cosa giusta prendere una spada, lanciare un urlo ed andare a combattere contro il primo nemico che ti indichino. Ma su disco è un’altra storia, ci vuole anche un po’ di misura. E se le canzoni poi non hanno la tensione adeguata… A sentire come canta l’indisponente ritornello di Her Master’s Voice sembra di essere alle prese con una cover band di cinquantenni convinti, che suonano nei pochi locali delle zone turistiche che ancora lo consentono, tra coveracce della ballate di Metallica e Pink Floyd (e io già non sopporto Rogers e Hetfield, figuriamoci gli emuli col borsello). Roba orrenda. Storia di vita vissuta. Ok, intendiamoci, i Dread Sovereign non sono la monnezza che ho appena raccontato, però ecco, posso anche vivere senza e cavarmela lo stesso. Magari voi siete di diverso avviso. (Lorenzo Centini)

One comment

  • Articolo recuperato tardino ma comunque utilissimo. Bottomless e Dread Sovereign li avevo ascoltati all’uscita, entrambi validissimi seppure i secondi siano un semplice cazzeggio di Averill (che comunque ho trovato in parte come suo solito), e siano in effetti un po’ prolissi nella scrittura e nel minutaggio. Da recuperare per quanto mi riguarda Cross Vault e magari pure Grief Collector, che a Lowe non gli si può volere male.

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