Lasciamo in pace i PARADISE LOST, condannati a scontentare

Approfittando dell’estate in corso e della calante frequenza d’uscite, mi sono rimesso ad ascoltare certi album dell’ultimo triennio per tastarne la consistenza sul lungo termine. Armored Saint prima, penultimo dei Darkthrone poi; ed era inevitabile, sebbene il cielo terso mi scoraggiasse dal farlo, che sarebbe ben presto toccato anche a un gruppo inglese che ho particolarmente a cuore.

In molti ascoltavano i Paradise Lost un po’ di sotterfugio, quasi vergognandosene. Io, che non me ne vergognai affatto, cominciai alla stessa maniera di tanti altri: Gothic e Icon, messi in fila ad un album comperato un po’ per caso e che s’intitolava Shades of God.

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Mi sono particolarmente interessato al successo meritocratico – e per pochissimi scellerati smisurato – di un disco come Obsidian, da me recensito pressappoco un anno fa. Quand’è che possiamo cominciare a considerare un album un classico? Quanta pazienza occorre, e quali segnali ci spingono in direzione di un cauto ottimismo? Basta a pensare a quel che è accaduto ad Icon, e a come, per molti, sia stato sensibilmente ridimensionato dal tempo e dall’innata prolificità della band di Halifax.

Chi negli anni Novanta era riuscito a calarsi – mente e corpo – nella dimensione dei Paradise Lost, comprendendone l’evoluzione e le più o meno sottili variazioni di stile, difficilmente si lascerà entusiasmare dal nuovo corso. Può capitare che avvenga, certo, ma ho chiacchierato con più di un ultratrentenne contrario a ciò che è uscito da In Requiem in poi; e la cosa in un certo senso mi induce a risalire alle cause.

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La questione nasce o meglio esplode con Icon. All’epoca delle prime sonore stroncature, nel consigliare i Paradise Lost si facevano i nomi di Gothic e Icon. Più di rado si faceva quello di Draconian Times: per qualche misterioso motivo Icon lo teneva in ombra, mentre, ad oggi, è giustamente riconosciuto come il loro capolavoro un po’ all’unanime. La spiegazione che mi ripeto a freddo è che Icon fu un po’ il loro primo punto d’arrivo, ma, ogni volta che i Paradise Lost ne raggiungevano uno, questo si tramutava nel carburante per procedere subito oltre. Lì risiedeva la loro grandezza, e sempre lì andavano a mirare i loro detrattori cannonari. Non se ne stavano fermi un attimo ad Halifax, fu così fin da Gothic e non avresti mai avuto il tempo di metabolizzare un loro nuovo album che sarebbe stato già tempo di far previsioni. Magari lo avresti inquadrato con qualche anno di ritardo, un nuovo album dei Paradise Lost, mentre oggi ci accorgiamo di Obsidian per fortuna un po’ subito, ben consapevoli che, in una band attiva da trent’anni, stufa di esplorare e che bada al sodo, non ritroveremo più lo stesso effetto sorpresa: questo distoglie i fan di vecchia data dal reale valore di quel che la fabbrica insiste a sfornare. Eppure calcolano tutto a tavolino oggi come calcolavano tutto a tavolino ieri, ben consapevoli di saperlo fare benissimo.

Shades of God aveva rivoluzionato i suoni e l’attitudine, e subito dopo Icon rimise in gioco ogni aspetto legato direttamente alle loro origini estreme, mantenendo però ben intatta quella tipologia di melodie che è firma indelebile di Greg Mackintosh. Nel generare una situazione simile, tu, fan oppure occasionale ascoltatore della loro musica, in un caso accettavi le cose come stavano e ti godevi il disco; nell’altro prendevi parte di quella nutrita frangia che ha ricoperto di merda i Paradise Lost ben prima che uscisse Host, al tempo delle vicende scandinave che misero sotto tiro il death metal americano e la sua crescente popolarità, passando per coloro che accusavano Holmes di voltafaccia ad ogni uscita ufficiale. I Paradise Lost, mossi da un noncurante incedere, la pace di fare il cristo che gli pareva non l’hanno mai avuta.

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Ecco che passano venticinque anni, e, chiunque tu sia, con certezza Icon e Draconian Times li avrai metabolizzati. Pure One Second, all’epoca un disastro conclamato, oggi piace alla maggioranza. I Paradise Lost hanno toccato il secondo apice evolutivo con Symbol of Life, o almeno è quel che credo, poiché in esso seppero aggiustare la mancanza di mordente e personalità emersa con Host, ricominciando a valorizzare pian piano le chitarre. Se Believe in Nothing non piace per niente, è su Symbol of Life che faccio a fatica un’eccezione, e, pur non riascoltandolo mai, fin da principio lo interpretai come il massimo punto raggiunto nel procedere “in avanti”, nonostante il reinserire le chitarre distorte potesse esser già percepito al contrario. In seguito il loro processo evolutivo ha come imboccato una fase discendente, ricercando con gradualità la forma generica attorno alla quale orbitare in vecchiaia, rimbalzando come in un flipper dalla modernità ben dosata di Faith Divides Us, Death Unites Us al doom/death di Medusa, e passando, infine, per album ottimamente calcolati, e bilanciati, come The Plague Within e l’ultimo.

In molti resteranno debitamente alla larga da questo genere di scelte, a prescindere dal loro reale valore; e il valore di un album, a tutti gli effetti, può sì prescindere dalla sua originalità o audacia. Al contrario, coloro che non pretenderanno ripetute rivoluzioni al suono saranno faccia a faccia col loro gruppo ideale.

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E io seguo i Paradise Lost dai primissimi tempi in cui ebbi a che fare con il metal, e, sebbene tenda a rimarcare che non figurano fra i miei gruppi preferiti, dovrei mettere nero su bianco che raramente mi hanno deluso nel tempo. E ripenso allora al rancore che ho sempre percepito attorno a loro, al fatto che Anathema e Katatonia fossero applauditi per quei metodi innovativi che oggi li ingabbiano a morte, e che, al contrario, Gregory Mackintosh e compagnia bella abbiano sempre dovuto scontrarsi con una critica efferata, che prima li tacciò di essere un gruppo alla costante ricerca di una formula che generasse maggiori introiti, bollandoli successivamente come una qualsiasi entry level per neo-metallari e, infine, come bolliti.

È buffo pensare ad Icon come a un punto di riferimento indissolubile. È osceno ma realistico, però, osservare come il costante macinare album di qualità da parte degli inglesi abbia, nel tempo, reso Icon uno dei tanti titoli di rilievo, permettendogli di mantenere un’importanza storica impareggiabile. Esso sarà il prediletto di alcuni, e magari, il quinto oppure il sesto in lista per altri che li seguono con passione e curiosità. Una cosa è certa: in seguito ad Icon, i Paradise Lost inserirono in formazione Lee Morris, il musicista passato per la band di Halifax che oggi rimpiango, più di ogni altro, in una tradizione che li ha sempre visti sostituire soltanto i batteristi, neanche fossero esseri ammorbati dalla peste nera, col rischioso lusso di tentar la via di un atipico Adrian Erlandsson proprio su due dei loro titoli più riusciti.

Lasciate comunque in pace i Paradise Lost, per favore, o almeno abbiate la pazienza d’aspettare che sbaglino di nuovo. (Marco Belardi)

2 commenti

  • Cazzo anche secondo me Morris era il batterista perfetto per i PL. Tecnico se la esagerare e senza snaturare la batteria dei nostri

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  • Vergognarsi di ascoltare i Paradise Lost? Poveracci loro, per me sono stati per anni e anni la mia band della vita. Li ascolto dal novantatre/novantaquattro , dai tempi di Icon che tra l’altro è stato uno dei primi cd metal che acquistai, fino ad allora andavo avanti più che altro con cassette copiate alla meno peggio. Ero in campeggio in Francia con l’oratorio e trovai questa edizione in digipack in un negozietto a Lione, spendendo quasi tutti i pochi franchi che avevo a disposizione per le successive due settimane. Di quel disco avevo già sentito qualcosa copiato da un mio amico ma dovetti aspettare quindici cazzo di giorni per infilarlo nello stereo, cercando intanto di decifrare in qualche modo i testi. Quel disco mi fece capire definitivamente che cosa cercavo nella musica, definì miei gusti per così dire. Successivamente li ho sempre apprezzati nelle loro evoluzioni e per me non hanno fondamentalmente sbagliato nulla fino all’omonimo del 2005. Poi tutto a fine, inevitabilmente. Un ritorno raffazzonato al metal, album sempre più di maniera e un Holmes ormai in disarmo che mi hanno tolto tutta la gioia dell’attendere un nuovo disco dei Paradise Lost. Sarebbe meglio capire quando è il momento di farsi da parte, e per me loro sono ormai al digestivo più che alla frutta.

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