Epic grunge comes to life: ARMORED SAINT – Punching the Sky

Dopo una notte passata a difendermi dalle zanzare e la successiva a neutralizzarle con l’immancabile racchetta elettrica presa dal pakistano davanti alla mia pasticceria preferita, il graduale calo d’insonnia e l’altrettanto graduale ripristino delle funzioni vitali mi hanno ricordato che era uscito l’album degli Armored Saint. E mi sono nuovamente sentito irrispettoso con loro.

C’è una cosa che mette in comune tutti gli album della band di John Bush: non li attende quasi nessuno né suscitano alcuna parvenza di clamore, eppure riscuotono ad ogni giro di boa recensioni generalmente positive. A John Bush credo che questo non interessi più: ha trascorso mezza vita a tenere a galla una nave fatiscente a cui MTV aveva smesso di riservare gratitudine, gli Anthrax, l’emblema chiassoso e pulito del metal di fine anni Ottanta, gli Anthrax di Fueled e di colpo del più nulla d’interessante da passare sullo schermo a mezzanotte. John Bush ha reso interessanti gli Anthrax finché ha potuto, e poi sono stati loro a voltargli le spalle nonostante Worship Music non fosse affatto costruito su Belladonna. A John Bush serviva un ambiente sano per fare quel che ha sempre voluto: semplicemente cantare bene, se non meravigliosamente, su dell’ottima musica.

L’emblema degli Armored Saint che tutti lodano ma nessuno aspetta al varco è Dave Prichard, una sorta di spartiacque umano per il quale alcuni sostengono che la storia sia finita con lui. Sbagliato. Dave Prichard fu sì un chitarrista miracoloso, eppure un anno più tardi sortì fuori Symbol of Salvation, uno dei loro migliori album di sempre, quello, nella fattispecie, in cui seppur in maniera embrionale potemmo percepire tutti gli aspetti del loro sound attuale. Erano decisamente al passo con i tempi, e a chi è al passo con i tempi generalmente si prospetta un ulteriore decennio di soddisfazioni e pubblicazioni: sbagliato anche stavolta. Sulla scia dell’ultimo lavoro scritto e composto anche da Dave Prichard gli Armored Saint persero proprio John Bush e si ritirarono, perché a quel punto niente di niente aveva più un senso.

È anormale che gli Armored Saint, nel 2020, ritrovino forza prendendo come punto di riferimento proprio uno dei loro lavori più discussi, La Raza. Sarebbe facile confezionare un qualcosa sulla scia di Raising Fear (mood dell’epoca escluso, quello non lo fotocopia nessuno) e mandare in brodo di seghe, piuttosto che di giuggiole, i fanatici della prima ora, di Prichard, della doppia cassa a manetta e degli acuti. Sarebbe anche banale, e non troverebbe alcun corrispettivo nella volontà di John Bush, in colui che debuttò su Sound of White Noise e vi fece risuonare nella testa il ritornello di Only giusto per dieci o vent’anni. Gli Armored Saint della rinascita ebbero un primo timido approccio nei suoni ruvidi e taglienti di Revelation, forse la loro unica mezza paraculata recente. Poi presero una direzione che ancor oggi mantengono, lustrandola e tirandola a lucido affinché nulla ristagnasse. In sostanza fanno un album, Punching the Sky, che è il successore di quel Win Hands Down che ben fece parlar di sé all’uscita, in cui si spartiscono lo spazio due anime: la prima è il solito power metal americano aggiornato che ancora adesso ben gli riesce, a volte spigoloso, altre lineare e veloce; la seconda, invece, la definirei come un hard rock altamente contaminato e metallizzato oltre che vagamente simile a quello che Alice in Chains e Jane’s Addiction misero in piedi in tempi non sospetti. Come gli Armored Saint riescano a trarre da questo immaginario un ottimo album, e non una sorta di EP rock coraggiosamente nascosto fra le righe di un album di metal tradizionale, ve lo spiegano loro con una sequela di canzoni una più bella dell’altra e fra le quali fa flop solamente Bark, no Bite, forse in coppia con altre due mezze tacche come No Jurisdiction e la radiofonica – ma a modo suo – Lone Wolf. Il resto è di un livello clamoroso, e rasenta il sublime in episodi come l’apripista, End of the Attention Span, Fly in the Ointment, Unfair.

Mi soffermo in particolar modo su Fly in the Ointment, che ho davvero faticato a inquadrare. Ci ho sentito una voce calda e potente alla Soundgarden e quel suono ibrido tra l’hard rock e quel non so cosa che poi tutti chiamarono grunge, con una carica epica che, certamente, a Seattle non si poté certo percepire in menti, musicisti, elementi che il detective Doyle de Il Braccio Violento della Legge avrebbe interpellato con un semplice tu ti buchi i piedi. La loro, nel contesto del loro disagio giovanile, fu una totalitaria celebrazione della non-vita attraverso un mondo di merda: non si fotocopia neppure questo, o almeno non attraverso altro grunge che attualmente diamo per non pervenuto nonostante l’annata sia decisamente complementare. Non considero Fly in the Ointment fra le due o tre migliori dell’album ma è certamente la canzone che, su tutte, m’ha fatto sobbalzare con un qualcosa di inedito, seppur basato su elementi invecchiati d’almeno ventisette, ventotto, o anche trent’anni. Ma che vuol dire tutto quel tempo se riesci a trarne risultati del genere.

Canzoni del genere sono il tipo di pezzo che a fine dicembre ti ricordi benissimo nell’atto di vomitare titoli in una poll, ossia quel che un anno fa m’era accaduto con Welcome to the Garden State degli Overkill. Eppure da album eterogenei e variopinti come questo John Bush c’era già passato, pensate a Volume 8: è l’ambiente che è sano, e sono le intenzioni ad andare tutte nella direzione giusta.

Disco grosso, che trasuda anni Novanta da tutte le parti e non lo fa neppure in maniera meschina, dato che la produzione è ben più che accettabile e oggi, quando una produzione è più che accettabile, o buona, finisco per rasentare il concetto di lacrime copiose. Il progresso tecnologico dovrebbe rendere tutto molto più facile, eppure le produzioni accettabili son sempre più rare o ne ritroviamo in qualche pubblicazione di medio/basso livello. Eccone una: difficile è casomai inquadrare gli Armored Saint in un livello, ma in anzianità stanno certamente occupando una delle prime file. Disco probabilmente superiore a Win Hands Down, e certamente superiore a La Raza e Revelation, con un John Vera sugli scudi, un John Bush come da tradizione da applausi, e i due Sandoval non chierichetti a completare l’opera in modo molto più che soddisfacente: perdoniamogli dunque la copertina e quella sorta di Into the Pandemonium in una location montanara. Certamente il migliore dalla loro reunion, anche se il modo più adatto a definirlo sta nella ritrovata continuità con quel Win Hands Down di qualche anno fa. Meglio un album del genere ogni cinque anni che un tegame di merda ogni dodici mesi a farci esplodere con cadenza annua tutt’e due i bulbi oculari. Bravi, anzi enormi, a testimonianza che molte retrovie degli anni Ottanta sono oggi divenute gli artisti principali dei rispettivi movimenti: se non è un senso di riscossa questo, aggiungo, meritato, se non strameritato, allora non lo è nient’altro. (Marco Belardi)

9 commenti

  • L’ album degli Anthrax con John Bush c’è l’ ho ma lo ascolto poco pur non essendo brutto, Belladonna in confronto fa cagare ma paradossalmente si addice benissimo al loro sound caciarone. Gli Armored Saint sono capitati in mezzo ai pesi massimi di quell’ epoca in cui bisognava pestare e non andare di fioretto.

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  • Solo rispetto, per loro, forse il gruppo più sottovalutato di tutto il metal americano, e per te, Belardi, che partorisci una recensione da cui traspare la profonda conoscenza del gruppo. Grande disco e John Bush immenso (che, per inciso, potrebbe persino rialzare il livello odierno, non propriamente strepitoso, di un certo quartetto californiano che lo corteggiò agli esordi).
    Inciso 2: Jeff Duncan sta a Dave Prichard come Matthias Jabs sta a Uli Jon Roth.

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  • Discone e bella analisi. Solo che a me Lone Wolf piace parecchio, con quella strofa alla Faith no more e il ritornello che ti si stampa in testa.

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  • Uno dei grandi problemi degli Armored Saint e’, a mio parere, che si ne hanno parlato sempre tutti bene, recensioni positive etc. ma, alla fine, non sono mai finiti nelle copertine dei magazine specializzati (che io ricordi ne HM ne Metal Shock, che compravo assiduamente, gli hanno mai dedicato una copertina). Ci ha pensato Decibel nel 2020. Troppo tardi?

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  • Anche io ho sempre avuto un grande rispetto per gli Armored Saint e non ne ho mai sentito parlare molto. Ricordo solo un’intervista su HM, sarà stato nell’ 89 o 90. Gente di grande mestiere, che fa cose ottime, ma che in qualche modo non riesce a emergere e ad avere quel riconoscimento che si meriterebbe.
    Veniamo a noi: ascoltando questo Punching the Sky ho subito pensato “che bello!”, poi mi sono reso conto che l’ho abbandonato dopo il primo ascolto, non me n’è più tornato voglia. Il motivo me l’ha trovato il Belardi, che ne sa sempre una più del diavolo: qui in effetti c’è qualcosa di quel periodo per me nefasto e inascoltabile, in cui più o meno tutti dovevano cambiare suono e abbandonarsi a quel degrado musicale e umano che venne chiamato grunge. Ecco perché! Non è che si senta tanto in questo disco, ma abbastanza per farmelo rifiutare prima a livello inconscio, ma poi anche conscio. Grazie Belardi, hai definito una cosa che avrei capito forse fra un paio di mesi.

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  • Articolo eruditissimo, fra cronistoria, arti e mestieri, sociologia, vita nostra passata, fatiscienza ecc…
    Stomp 442 per me unico disco degli Antrace che ascolto per intero. Armored Saint li avevo dimenticati completamente!!! Grazie!

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  • Altro discone, che band grandiosa. Win Hands Down mi era piaciuto un botto, e questo mi sembra sullo stesso livello, tanta grinta e bellissime canzoni. Joey Vera è un semidio, ha appena fatto uscire pure il nuovo Fates Warning, ma come fa quell’uomo? E Bush è semplicemente un mito. Se pensiamo che rischiava di finire nei Metallica…

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    • Mi pare di ricordare che nel doppio video A year and a half in the life of Metallica prendevano per il culo proprio Bush per non averlo preso, che poi, con tutto il rispetto che hanno un frontman come Hetfield che regge il palco da solo, ma l’hanno trattato come fosse l’ultimo dei coglioni

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  • Sono un gruppo cristiano?

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