La frusta letteraria: speciale alta montagna

È con un misto di piacere e sano dubbio che noto l’infittirsi di copertine raffiguranti montagne dalla prominenza incredibile, dominanti verdi vallate o quegli scenari apocalittici che noi stessi abbiamo provocato oppure avuto in eredità da oscure entità sotterranee. Altre volte ancora non dominano proprio niente ma ci sono, nella mente dei creativi o di chi semplicemente pretende una copertina che assomigli a un’altra vista in giro. Più la seconda, forse.

Il metallaro è un montanaro, sebbene, e personalmente, non abbia mai praticato l’alpinismo in nessuna delle sue forme pur essendone appassionato da anni. È un po’ come seguire in modo frenetico il calcio e non saper fare un passaggio a dieci metri: sono lo spettatore con una vaga idea del concetto di discesa in corda doppia, niente di più.

Nacque tutto durante una vacanza in camper, a Molveno, alla modesta quota di novecento metri scarsi sul livello del mare: ero pescatore e non persi neanche un minuto a scorgere esemplari di salmerino nell’immediato sottoriva. Me ne stavo tutto il tempo con lo sguardo rivolto alle spalle, in direzione di creste dalla forma più che vagamente dolomitica – sebbene fossimo un po’ fuori zona – ai miei occhi altissime e inviolate. Poi scoprii Messner e Bonatti, e pure Manolo sulla pubblicità della Sector, e scelsi che fra gli arrampicatori su roccia e gli alpinisti preferivo seguire e appassionarmi alle imprese dei secondi. Credo d’essermi buttato sulla letteratura alpinistica soltanto di recente, più o meno negli anni in cui Simone Moro, Tamara Lunger e altri tentarono il Nanga Parbat in invernale, in Pakistan.

Da allora ne avrò letti una cinquantina fra vecchie edizioni, ristampe ed e-book, e, a fronte di una tale collezione, coglierò l’occasione per riesumare questa rubrica inaugurata un po’ di tempo fa dal buon Carrozzi, e lasciata a decomporre da noi altri, per consigliarvene un po’ affinché possano ispirare le copertine del vostro futuro progetto doom/death.

Heinrich Harrer – Ragno bianco

Per trovarlo ho dovuto bestemmiare ogni divinità di cui avessi anche un vago ricordo. In italiano sono riuscito a individuare una sola edizione, quella del 1959, mentre in inglese ce n’erano in abbondanza e a prezzi irrisori. Su Ebay ho intercettato l’italiano a folli cifre collezionistiche che oscillavano fra i settanta e gli oltre cento euro, poi beccai un tizio che lo aveva messo a sessanta, in condizioni più che buone. Gli dico che glielo prendo, ma più avanti e senza neppure accennare alla trattabilità. Ogni italiano che si rispetti accenna alla trattabilità del prezzo d’asta, eppure non lo insospettisco. Lui capisce che sono un barbone proletario toscano che mangia la pizza alla Festa de l’Unità pur ripudiando i moderni valori pseudo-democratici e, dal nulla, me lo propone a trentacinque più le spedizioni.

Ci ho messo oltre un anno a portarmi a casa questa rarità della letteratura alpinistica del Novecento, e debbo fare alcune considerazioni su di essa: nonostante l’autore sia lo stesso del celeberrimo Sette anni in Tibet, per intenderci, colui che hanno fatto interpretare a Brad Pitt nell’omonimo film, il libro è scritto o tradotto un po’ da cani come spesso accade in alpinismo. Sanno affrontare la scura parte nord dell’Eiger, il Cerro Torre fino al fungo ghiacciato sommitale, e un giorno ce la faranno pure con il proibitivo Muchu Chhish, ma, molto spesso, mettendogli in mano una semplice penna accadrà un bel casino. Ed è comprensibile. La storia è tuttavia molto bella, sofferta e avvincente, e ripercorre tutti i fallimentari tentativi alla nord dell’Eiger incluso il dramma che coinvolse Toni Kurz ed altri nel 1936, fino al successo di Harrer in cordata con Kasparek datato 1938. Le due coppie di campioni capaci di una simile impresa attrassero un tale livello mediatico da richiamare l’attenzione del Fuhrer, cosa che nei decenni successivi, fatti di avvincenti fughe e sodalizi con il Dalai Lama, gettò non poche ombre sulla reputazione del forte alpinista austriaco. Il ragno bianco altro non è che una porzione di nevaio avente, appunto, la vaga forma d’un ragno, laddove Harrer e Kasparek furono travolti da una valanga e resistettero nonostante le escoriazioni e il perdurante maltempo, superando il punto cruciale e andando dritti in vetta. A seguito è trattata anche la tragedia che negli anni cinquanta riguardò gli alpinisti italiani Corti e Longhi, con tutte le controversie del caso osservate dal punto di vista di Harrer e dei giornalisti dell’epoca. Raccomandato agli appassionati della storia di Harrer antecedente il Tibet, e, in particolar modo, della parete nord, una fra le più chiacchierate al mondo e statisticamente una delle più mortali.

Reinhold Messner – La montagna nuda

L’altoatesino l’Eiger lo vinse circa a metà degli anni Settanta, incontrando, curiosamente, la troupe impegnata sul set di Assassinio sull’Eiger diretto e interpretato da Clint Eastwood. Quella volta Reinhold Messner segnò il record della parete nord giungendo in vetta in sole dieci ore. Ma il libro qui in oggetto narra di ben altro, e occorre ritornare al 1970.

La cosa che mi colpì del celebrato La montagna nuda era uno smodato uso dei puntini di sospensione, ve ne erano praticamente dappertutto e il fattaccio mi rimise il dubbio: Reinhold scrive in tedesco e ne leggiamo la traduzione? Avevo sentito questo dettaglio da qualche parte e, ancora oggi, mi porto addosso il dubbio che qualcuno avesse mantenuto una punteggiatura sconsigliabile, anziché adattarla. In compenso lo trovai esageratamente più scorrevole e leggibile di molte sue altre pubblicazioni, incluso l’ultimo Everest Solo che a fatica sto terminando proprio in questi giorni, e che si focalizza molto sulla situazione socio-politica della Cina e della regione del Tibet fra i Settanta e gli Ottanta. Ne La montagna nuda l’allungamento del brodo consiste nella ripetizione del cliché già applicato da altri, fra cui Harrer e il postumo Krakauer che menzionerò a breve: si parte a ritroso richiamando in causa le precedenti, e spesso fallimentari, spedizioni che la storia della suddetta montagna ha incamerato. E si arriva a quella in oggetto, anch’essa un dramma. Con certezza è il libro più sentito da parte di Reinhold, dato che tratta la sua prima vetta al Nanga Parbat (8126 metri) per conto dello spedizioniere tedesco Karl Maria Herrligkoffer in compagnia del fratello Gunther, il quale perse la vita sul versante Diamir al termine d’una disperata discesa. Herrligkoffer tentò di disconoscerne la vetta come già fatto con Hermann Buhl nel 1953 per motivi di cameratismo e di disobbedienza agli ordini prestabiliti. Fra questi rientra il grosso emblema del razzo rosso o blu, uno dei due momenti clou di tutto l’arco narrativo. Successivamente si sarebbero riversate su di lui le critiche riguardanti l’eventuale responsabilità nei confronti di Gunther. I suoi resti sarebbero stati ritrovati nel nuovo millennio, esattamente nella zona in cui Reinhold aveva indicato d’averlo perduto sotto una valanga.

Jon Krakauer – Aria Sottile

Il problema che sorge leggendo un libro di Krakauer è che la prende un po’ alla Stephen King, ovvero ha quel brutto vizio di caratterizzare i personaggi, qui reali e non abitanti di Castle Rock, raccontando vita, morte e miracoli di ogni stronzo che abbia incontrato o intervistato, o di cui abbia raccolto una sommaria testimonianza. Il che include svariati redneck dell’entroterra americano, naturalmente. Il bello è che nessuno in alpinismo scrive come lui, un giornalismo che fa dell’indagine il suo punto di forza e che, nonostante le evocative ambientazioni himalayane, riesce sempre a tenere le persone, e non i paesaggi, al centro della questione. Se volete leggere dell’Everest lasciate perdere il romanzo Alba di sangue di Dan Simmons, le opzioni sono un paio: o vi buttate sulla storia più stravagante che riguarda la più alta montagna della Terra, e qui menzionerei Da solo sull’Everest a proposito del determinato e folle Maurice Wilson, oppure rimanete sull’anno 1996. Jon Krakauer fu invitato a una spedizione commerciale sul fronte nepalese con lo scopo di documentare l’azione della Adventure Consultants di Rob Hall, una guida neozelandese in combutta con la Mountain Madness di Scott Fischer. Quell’anno le spedizioni commerciali avevano preso a proliferare, includendo ricchi in cerca di fama, perfetti incapaci in difficoltà con l’aggancio dei ramponi, e uomini di mezza età aventi l’intento di riprovarci per un’ultima volta. Krakauer descrive ognuno di loro alla perfezione, e, sebbene il libro abbia sollevato un enorme polverone circa le presunte responsabilità di Anatolij Boukreev (al servizio di Fischer, deceduto un anno più tardi sull’Annapurna), è quanto di meglio possiate reperire sull’argomento. L’autore è il medesimo di Nelle terre estreme, per intenderci, il libro che ha ispirato lo stucchevolissimo Into the Wild di Sean Penn. E di conseguenza le sue musiche.

Vi menziono infine due titoli non proprio minori: parto con Il mio mondo verticale di Jerzy Kukuczka, anch’esso scritto in maniera non proprio scorrevole, eppure ottima e ben approfondita disamina di quanto differente fosse l’alpinismo estremo a seconda del paese di provenienza e della sua situazione economica e culturale. Jerzy era polacco e finanziava le proprie spedizioni pitturando ciminiere appeso a una corda, permettendo così alle aziende di risparmiare sulle impalcature e sul personale, e svolgendo piccole attività ai limiti della legalità. Si tratta letteralmente di un altro mondo, che vi appassionerà nonostante lo stile ostico in cui è stato scritto o appunto tradotto. Per ultimo, una storia accaduta nel 1985 a Joe Simpson e Simon Yates in Sud America, sulla celebre Siula Grande: raggiunta la vetta uno dei due si rompe una gamba, e, nel conseguente salvataggio, al peggiorare del tempo, Yates si ritrova costretto a tagliare la corda alla quale l’amico è assicurato. Casualmente nel punto esatto di caduta vi è aperto un crepaccio. Unico spoiler, dato che la storia è semplicemente pazzesca: esce di lì e se ne torna giù, ma come? Il titolo è La morte sospesa.

Un po’ tutte queste storie, o quasi, hanno ricevuto un più o meno dignitoso adattamento cinematografico. Se dovessi consigliarvene una vi rammenterei proprio il film documentario su quest’ultima, che ho trovato pertinente e avvincente quanto il libro, se non oltre, e non il classico blockbuster all’americana in stile K2 – Ultima sfida con Michael Biehn, Vertical Limit con Bill Paxton che fa il miliardario villain, o, per restare in tema, Everest con Josh Brolin sulla tragedia del 1996 narrata da Krakauer. Film del genere giustificano e consolidano il paradosso per cui il libro sarà sempre migliore del suo adattamento allo schermo, e con La morte sospesa di Kevin MacDonald questo non accadde.

8 commenti

  • Per scalare non basta essere in forma, ci vuole una conformazione fisica particolare. Bisogna essere leggeri e forti di muscolatura oltre ad avere polmoni d’ acciaio, un mix tutt’ altro che facile da ottenere. Con i miei 90 kg, la panza doppio malto e i polmoni THC oriented posso solo ambire alla cima del mio divano.

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  • Ho sempre pensato che tra un certo tipo di metal e alpinismo ci sia un legame talvolta invisibile ma fortissimo. Anche io sono un appassionato pur non essendo un alpinista vero e proprio. Non ho particolari competenze di arrampicata ma amo la montagna, mi piace fare trekking ed escursioni su ghiacciaio anche oltre i 4000, sia in cordata che in solitaria (e anche io sono pescatore, amante dello spinning in torrente). Dei libri da te menzionati ho letto “La Morte Sospesa” che mi è piaciuto molto e di cui ho apprezzato anche il docu-film. Anche “Everest” con Brolin l’ho visto e non mi è dispiaciuto, così come il film “Nanga Parbat”. Non mi sono piaciuti invece il libro “Sette Anni Nel Tibet”, che ho trovato piuttosto pesante da finire, e neppure il film con Brad Pitt. Ho letto invece un paio di libri di Bonatti di cui uno era “In Terre Lontane” mentre dell’altro non ricordo il titolo (probabile che fosse Le Mie Montagne) e mi erano piaciuti parecchio. Settimane fa mi è stato regalato il libro di Messner “Cervino. Il più nobile scoglio” (che è la mia zona) con una bellissima copertina dal sapore vintage che però non ho ancora letto. Sempre sul Cervino ti segnalo, in caso non l’avessi visto, il film “La Grande Conquista” del 1938. Ma se devo proprio dire il film che più in assoluto ho amato sull’alpinismo ti dico Grido Di Pietra di Herzog, ci ho ritrovato la stessa magia che mi aveva ammaliato in “Nosferatu, Il Principe Della Notte” che difatti è il mio horror preferito. Per ultimo ti dirò, tutto sommato, nonostante alcuni difetti, non mi è dispiaciuta nemmeno la miniserie “K2 – La montagna degli italiani”. Sicuramente ho anche visto\letto altro che ora non mi viene in mente, ad ogni modo grazie per le segnalazioni, mi piacerebbe leggere “Il Ragno Bianco” e dare ad Harrer una seconda possibilità.

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  • Incompatibile. Io le spianerei tutte.

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  • Personalmente sono rimasto affacinato da Bonatti. Un vero signore, mi ha folgorato una sua intervista dopo l’impresa del Cervino. Mai sentito uno sportivo esprimersi con una tale proprietà e padronanza di linguaggio. Tanto di cappello. Sul legame col metal non saprei, la prima cosa che mi viene in mente sono gli OM di Cisneros… e anche la pagina fb Hirking Metal Punks. Io comunque ne sono affascinato, pur non avendo il fisico.

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  • Chiunque ne sappia un po’ di montagna sa che “Aria sottile” è spazzatura. Bukreev fu uno dei più grandi alpinisti di sempre ma per colpa di Krakauer passa per i più come una mezza sega incompetente.

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  • Tim the Enchanter

    Sei mica Luca Signorelli?
    Lo chiedo perche’ a casa da qualche parte dovrei ancora avere il tuo editoriale “Tra l’incudine e il martello” in cui parlavi dell’ingiustizia subita da Bukreev per colpa di Krakauer.

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  • Bel pezzo, Metalskunk mia lettura quotidiana preferita. Per me le montagne erano, in ordine, Thomas Mann, i sanatori nei libri di Remarque, le foto degli alpeggi della mia famiglia, e Alpenpasse dei Minenwerfer. Poi ho amato Antonia Pozzi e a 45 anni sono andato a scarpinare sulla Grigna avvolta dalle nuvole e pioggia e mi sono cagato in mano.

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