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Avere vent’anni: SIX FEET UNDER – Maximum Violence

18 giugno 2019

La lista degli album papabili per l’avere vent’anni di questo mese era lunghissima, naturale che me ne scordassi qualcuno. La rileggo e noto i Six Feet Under, porca puttana che fatica scrivere qualcosa sui Six Feet Under. Apro due cose: una Pepsi e Spotify, ridiamo quest’ascolto a Maximum Violence, tanto sono quasi vent’anni che non ci ritorno sopra.

Il tempo di cliccare sull’icona verde e digitare parte del loro nome, e mi compare lui nel tondino: barba incolta, dread lunghissimi ed un’espressività facciale tipica di chi è al concessionario a farsi inculare con l’acquisto – chiavi in mano – di una sportiva degli anni Ottanta che non vale più niente. Chris Barnes prende vita nel tondino, il suo testone si volta lentamente ed inizia a fissarmi: non ci provare, mi gorgoglia con voce appena catarrosa.

Tento di contraddirlo, due righe sul primo album che non sembrava più una succursale degli Obituary andranno pur scritte; c’era Steve Swanson, in pratica la badante di Chris Barnes dal 1999 fino a qualche annetto fa. Ti ho detto non ci provare, con lo stesso tono solenne. Allora gli spiego che una volta sono entrato in un gruppo nel quale ho resistito per circa un paio di settimane. C’era questo tizio che cercava un batterista per fare death metal, e mi disse: passa da me che se ne ragiona. Il tale sembrava Dan Lilker dopo una ulteriore cura dimagrante, con i capelli un po’ più corti ma ugualmente cespugliosi, e non più di trenta secondi dopo avermi accolto mi propose la prima cover da fare: Victim Of The Paranoid. Chris Barnes inizia d’un tratto a compatirmi, il tondino è piccolo ma si capisce benissimo: l’ex cantante dei Cannibal Corpse, già ridotto a suonare riff cacati fuori da Allen West nei ritagli di tempo tra Back From The DeadBreaking Bad: Homemade Edition. In contemporanea, usciva Bloodthirst. La figura nel tondino, ormai in lacrime ed in procinto di salire sulla sua Maserati Biturbo con 180.000 chilometri, che mi congedava con un laconico scrivi il cazzaccio che ti pare, lasciando comparire al suo posto la copertina di un Graveyard Classics a vostro piacimento. Brainwashed però era parecchio ganza, questo gli va detto. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. vito permalink
    18 giugno 2019 10:00

    Pezzo e video spettacolari erano anni che non lo risentivo ! Lunga vita al death metal.

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  2. Luigi Kiske Miticocchio permalink
    18 giugno 2019 10:42

    E’ uno di quei gruppi da cui ci si aspettava parecchio, anche perchè con gente come West, Butler e Barnes (che rimane tuttora il mio vocalist Death Metal preferito in assoluto), avevi l’obbligo morale di aspettarti quantomeno musica decente. Ad esclusione di Haunted, secondo me, non è mai avvenuto… e continuo, nonostante tutto, ad ascoltare ogni loro release!

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  3. 7 settembre 2019 02:13

    Oh, che tenero ricordo! Sul serio. Ero all’università, abitavo da solo, andavo in giro da solo, ero appena arrivato e giravo senza meta per capire dove comprare il cibo e affittare le vhs, ed ecco che in una stradina sperduta vedo una vetrina con cd, amplificatori e microfoni. Un negozietto di strumentazioni varie, che aveva anche una limitata offerta di album vari. In un mare (beh, un laghetto) di cd non-metal, spuntava, timido e solitario come me, l’unico album metal che avrei trovato da comprare per un paio d’anni: “Maximum Violence” di questi -per me- sconosciuti Six Feet Under. Lo comprai quasi a scatola chiusa (il tizio del negozio mi disse “questi fanno roba forte, metallo proprio pesante, eh”) e non ebbi mai a pentirmene.

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