Con John non m’accontento: INCANTATION – Sect of Vile Divinities

È capitato che gli Incantation cambiassero atteggiamento senza dover necessariamente muovere una virgola, era circa il 2012. Possibile che John McEntee abbia ripensato la sua creatura come una sorta di camaleonte: aggiungi quel pizzico di atmosfera doom che a dirla tutta già c’era, enfatizzala e otterrai pezzi come Profound Loathing; pezzi che funzionano talmente bene che un giorno dovrai farne di simili. Ma sostanzialmente cosa cambiò?

Gli Incantation hanno influenzato metà delle uscite death metal degli anni Dieci, ecco cosa. Hanno reso la propria musica appetibile per una marea di gente, e con “gente”, non intendo i figli o i nipotini perversi di coloro che fino a un attimo prima li bollavano come un death metal stantio e che non ce la faceva più a reggersi in piedi. Intendo coloro che all’uscita di Diabolical Conquest se ne stavano ancora sull’Allegro chirurgo, devastando con le pinze quell’orribile naso rosso.

Poi è successo che l’influenza è tracimata in filone, e il filone in saturazione. E va pure bene così, perché molti dei figli legittimi degli Incantation a me piacciono pure. John McEntee era colui che senza Craig Pillard sarebbe rimasto al giro di boa dei primi due album, adesso, barbuto senza controllo e con due lustri in più che gli gravano sulle spalle, è l’uomo, il compositore, l’icona da cui tutti aspettano con trepidazione che esca il nuovo album. Una sorta di truce e nero messia del death metal, definizione morta e sepolta intorno al 1999, e ora nuovamente raggiante, bellissima da pronunciare. Anche grazie a lui, s’intende.

Chi all’epoca attese The Infernal Storm, l’insoddisfacente Blasphemy e i due titoli a seguire non poté certo avere quell’atteggiamento che inconsciamente avremmo di fronte a un titolo imponente: molto semplicemente era l’ennesimo album che non sarebbe mai stato paragonabile ai precedenti. Lo si dava per scontato, se mai fosse uscito un buon album a loro firma, probabilmente non ce ne saremmo accorti. Questo capita ai gruppi che hanno una fan base solida e non troppo numerosa, non fanno abbastanza rumore gli album meritevoli, non fanno troppo male quelli scarsi. Ora è un’altra storia: fatta nostra la consapevolezza che Onward to Golgotha appartiene a un’altra epopea, invecchiamo con la costante curiosità di scoprire che cosa ci riserveranno gli Incantation di dopo domani. Si ha la quasi certezza che tutto quanto funzionerà alla perfezione, diversamente dagli anni di Onward to Golgotha, senza però pretendere che sia meglio di allora. Come in un paradosso, se a loro firma uscisse un dischetto nella norma, o anche sotto tono, in molti si esalterebbero ugualmente.

Quando è uscito Profane Nexus mi domandai quanto potesse andare avanti tutto questo, perché di quell’album annotai giusto un paio d’aspetti relativamente negativi che però mi pesarono fin da subito: un paio di singoli un po’ sempliciotti come Messiah Nostrum, a cui una Lux Sepulcri letteralmente cacava in testa, e quella sensazione d’impatto frontale di colpo ridotta all’osso. Un album in cui tutto va bene e niente t’esalta sul serio, nonostante la rabbia, l’iconoclastia, la sensazione d’essere sempre lì, a casa. Con un pizzico di melodia in più a cui neanche dai importanza, e che eppure ti lascia l’amaro in bocca, la sensazione di castello che sta per crollare.

Da sempre penso che ciò che rende unico il death metal sono quei momenti che te la fanno prender bene oltre ogni ragionevole proporzione, per enfasi, epicità, cattiveria o per qualunque altra ragione passata per la testa di chi li ha composti.

Novanta secondi di The Ibex Moon. La canzone parte in quarta e ti sembra che abbia già raggiunto il suo climax. Nel classico per eccellenza degli Incantation, però, ne passano altri quindici, o venti, e il climax arriva per davvero. Craig Pillard ruggisce in sottofondo, la batteria è un martello. È una sorta di allineamento fra astri, sensazioni che non penseresti di ottenere e raggiungere neanche a riprovarci cento volte.

Eppure cose del genere vivono e rivivono anche negli Incantation più recenti, ma, in occasione degli ultimi due album, lo fanno in maniera molto rarefatta. E’ come se tutto si fosse un po’ livellato su livelli medio-buoni, senza più osare. John McEntee ha capito come fare per non annoiarti e per non passare come quello che, dopo Pillard, non ne ha beccata più una. La formula ora rischia per creargli il problema diametralmente opposto, perché i pezzi girano sempre attorno ai soliti due o tre format: i singoli, che per certi versi hanno esattamente un appeal da singolo, poi il momento doom e le immancabili fucilate. Tutto come da copione.

Il death metal necessita d’esser costruito sui climax, il death metal senza quei momenti è povero e fa la fine del 1999: tecnica, velocità, noia. Oppure gli album peggiori degli Incantation, quelli che seguirono Diabolical Conquest. Ed è ancor più povero un album che è buono, e che relativamente funziona, ma che non ha nemmeno uno di quegli apici da toccare, di quelle vette da raggiungere. E sulle prime l’ultimo degli Incantation mi era parso esattamente così. Senza considerare che Dan Swanö si è comportato davvero bene in studio – aggiungo, all’ennesima collaborazione con i nostri – ma che l’atteggiamento tecnico di Dirges to Elysium fu certamente più adeguato a risaltare il marcio, il malvagio, gli aspetti fondamentali alla base della musica di John McEntee. Sect of Vile Divinities è un album pulito, con dei bei pezzi come Entrails of the Hag Queen che al primo rallentamento trasformano ogni cosa in un inferno: sono gli Incantation, sono sempre formalmente impeccabili. Ma a quasi dieci anni dalla “svolta” di Vanquish in Vengeance, il mio preferito loro subito dopo i primissimi, esaltarmi per una semi-strumentale come Scribes of the Stygian ed esaltarmi un po’ meno per tutto il resto, un po’ mi duole.

Riascoltandolo e riascoltandolo, e dunque metabolizzando i pezzi più che posso, giungo alla conclusione che Vanquish in Vengeance e Dirges of Elysium sono il meglio che gli Incantation recenti abbiano partorito, e che successivamente si siano leggermente adagiati sul buon funzionamento di una formula. John McEntee ha dunque il merito di aver rimesso in moto una macchina arrugginita, ma non può sedersi una seconda volta. Non ora che hanno praticamente assunto la definizione di death metal band di punta, e che, circa da un decennio scarso, sono individuati come punto di riferimento da innumerevoli giovani formazioni. Credo che la dimensione di culto per pochi giovasse a John McEntee e alla sua band, e ora che gli Incantation piacciono un po’ a tutti occorre loro ritrovare quello spirito minimale che, certamente, le atmosfere egiziane del cazzo che permeano ogni minuto di Sect of Vile Divinities non restituiranno loro. Bene accontentarsi, malissimo farlo con una delle mie band preferite. Peccato mortale accontentarsi con gli Incantation più leggeri e posticci dell’ultimo decennio. (Marco Belardi)

3 commenti

  • Ne voglio a tonnellate di questa merda !

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  • Il precedente non mi ha fatto impazzire, sentiremo questo

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  • mi associo completamente alla linea del sor Belardi, anche per “Vanquish In Vengeance” che reputo uno dei migliori lavori dell’ultimo periodo. Anche io con il precedente mi sono fatto tanti sbadigli, mentre altrove vedevi fioccare lodi e cuoricini…questo non l’ho ancora sentito, e non so nemmeno se ho voglia di farlo…sempre e cmq grande stima per il vecchio John McEntee

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