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La finestra sul porcile: 1917

25 gennaio 2020

Quando andai a vedere Dunkirk era all’incirca metà luglio del 2017, ero appena entrato su Metal Skunk, e fu allora che conobbi un modo differente di raccontare una storia di guerra. Per qualche motivo non ne scrissi assolutamente niente e ripiegai su Remains degli Annihilator, all’epoca in odore di ventennale. Ad oggi non sono in grado di spiegare il mio stesso comportamento in quei giorni.

L’annuncio di 1917, sulla scia dell’esaltazione per il film di Christopher Nolan, fu per me straziante. Film del genere ti riducono in pezzi non appena ne leggi la lontanissima data di uscita, e quando questa arriva, svariate volte fuoriesci dalla sala letteralmente imploso, con un nervoso da record e i testicoli in fiamme. World Invasion – Battle: Los Angeles è solo uno degli infami titoli su cui ebbi il coraggio di riporre gigantesche aspettative. World War Z un altro, una cosa obbligatoria dopo aver divorato il romanzo di Max Brooks.

Le preoccupanti premesse che incombevano su 1917 consistevano perlopiù in un gruppetto di buzzurri entrati nel cinema poco dopo di me, tutti vestiti uguali un po’ alla Arancia Meccanica o alla Funny Games, e così conciati: scarpa da ginnastica bianca, pantalone sportivo nero e maglietta bianca a maniche corte della Nike in una delle serate più umide di questo gennaio di merda. Erano tutti in evidente sovrappeso e puzzavano, a detta del mio amico Daniele, “di bagno chimico”. Si sono seduti precisamente accanto a noi, ma ho avuto la fortuna di mettere il giubbotto alla mia sinistra – esattamente su uno dei posti a loro riservati – e questa mossa involontaria ma risolutrice avrebbe preservato la mia salute nelle successive tre ore (pubblicità e intervallo inclusi), poiché, per gentilezza nei miei riguardi, gli Esseri abominevoli avevano a quel punto deciso di bivaccare alla destra del mio amico, stravolgendone in modo definitivo l’esistenza. A seguire, gli umanoidi hanno iniziato a emettere rumorosi boati, perlopiù rutti, emissioni ricollegabili alle bevande gassate di cui sembravano essersi muniti più per un campeggio prolungato che per la visione di un semplice lungometraggio. Non ricordo se fossero in due oppure in tre, questo perché non li ho più guardati dopo che mi sono passati davanti per la prima e straziante volta. Il motivo? Non era umanamente possibile guardarli ancora, sarei finito come Shu di Ken il guerriero o in qualche modo simile.

1917-sam-mendes-still-07

Alla mia sinistra arriva invece un tizio con la fidanzata, anch’essi muniti di abbondante Coca Cola ma stavolta AROMATIZZATA ALLA VANIGLIA, materiale che credo sia stato sdoganato dalla Svizzera come supplemento all’eutanasia legalizzata che in Italia stenta a decollare, e che ieri, nel cinema in cui mi trovavo, avrebbe risolto non poche situazioni sociali a dir poco svantaggiose. Nel frattempo, una pubblicità progressista sui cambiamenti climatici ribadisce che “quando settate il termostato della vostra abitazione a diciotto gradi per troppe ore al giorno…”

E chi cazzo ha mai messo il riscaldamento a diciotto gradi? Dimmi direttamente che lo devo tenere spento, Cristo.

Del film è quasi superfluo parlare, per quanto mi è piaciuto e per quanto vi consiglio di andare a vederlo a mente libera, e cioè senza trailer, pareri che spoilerano o recensioni sulle spalle. 1917 è un film che va in culo al modo di fare cinema odierno, il quale prevede che ogni cosa accaduta, che accade o accadrà sullo schermo, venga meticolosamente spiegata come se l’autore sia perfettamente consapevole di rivolgersi a un pubblico di imbecilli che deglutiscono a fatica una bevanda appiccicosa, mentre la cacofonica masticazione di pop corn farà da sottofondo a scenografie e luci magistralmente pensate da Sam Mendes, da Roger Deakins alla fotografia, e da tutto quanto lo staff.

Giusto per farvi un esempio, l’espediente tramite il quale il regista intende indicarvi se i protagonisti si trovino o meno in territorio amico, o in una situazione di pericolo, è quello di mostrare – lungo le vie desolate che questi percorrono – alberi da frutto abbattuti e bestiame in decomposizione. C’è un ciliegio ancora in piedi? Bene, di lì i tedeschi non sono ancora passati e non ci vuole un genio, oppure i sottotitoli, per comprenderlo. Sono questi i piccoli dettagli che fanno di un film un buon film, anziché una di quelle porcate dozzinali, nonché scritte coi piedi, impacchettate con amore per un pubblico in evidente difficoltà sensoriale, e che vediamo continuamente in programmazione per mezzo dei cinquantanovemila marchi acquistati e orrendamente uniformati dalla Disney.

1917-sam-mendes(2)

Ieri sera, in preda al sonno, mi sono annotato quattro o cinque cose che avrei voluto buttare dentro alla recensione, perché probabilmente stamani me ne sarei dimenticate la metà. Rileggo questi termini tipo “Dunkirk nella caratterizzazione dei personaggi”, “piano sequenza”, “antieroi”, “fotografia”, “cammeo”, “Cesare Carrozzi sottovaluta i Nevermore” e pure “Call of Duty”, perché ve lo giuro, il primo dialogo di tutto il film ha un che di imbarazzante per quanto assomiglia alla presentazione filmata di una qualsiasi missione di una campagna di Call of Duty (quelli sui conflitti mondiali, non la roba con i soldati che volano). Ma non voglio affatto scriverne: sono tornato particolarmente soddisfatto dalla visione di questo film di guerra, così capace di suscitare una tensione paradossalmente degna di un horror (notevole e realistica è l’assenza del nemico per una grossa porzione del girato, una minaccia umana che immagini e temi dietro a ogni albero o angolo, ma che spesso non è fisicamente presente).

Lodevole è pure la capacità di immersione al fianco dei due protagonisti, nella desolazione delle campagne francesi così come nella melma delle trincee, stravolte dagli attacchi e dalla putrefazione ma ben ripresentate specie dal punto di vista della differenziazione architettonica. Aspetto, quello dellimmedesimazione all’interno di un contesto così personale ed esplorativo, che un contemporaneo videogioco open world non è ancora in grado di ripetere: ma è a quei giochi che ho subito ripensato ieri sera, e la sensazione non è stata affatto disturbante. Al pari, un film anche capace di mostrare, con orgoglio mai tenuto nascosto, un lavoro tecnico, e soprattutto di pensiero, semplicemente sopraffini. Dategli un’occhiata e leggetene meno che potete: per il sottoscritto, dopo quel Dunkirk, un altro titolo di grandissimo spessore da un genere cinematografico a cui sono da sempre affezionato. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. Alberto Massidda permalink
    25 gennaio 2020 15:39

    Adesso sono curioso: ho letto una stroncatura abbastanza ragionevole su https://www.linkiesta.it/it/article/2020/01/24/1917-film-guerra-tecnica/45170/ che mi ha fatto pensare fosse l’ennesimo film vittima dell’estetica à-la “Salvate il soldato Ryan”.
    Non hai riscontrato nulla di tutto ciò?

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  2. Marco Belardi permalink
    25 gennaio 2020 22:45

    l’unica piccola forzatura che ci ho trovato è che c’è una cura dell’estetica e della fotografia che a volte è un po’ spinta, finisce per concentrarti un po’ troppo su ciò che vedi e un po’ poco su ciò che accade. salvate il soldato ryan è la prima cosa a cui ho pensato quando ho letto la trama online, in realtà è molto distante. è lontanissimo anche da dunkirk ma io ci ho visto più i personaggi di dunkirk, nonostante la missione “obbligata”, che quelli di spielberg. se ogni anno uscisse un film di guerra così, uno, ci metterei la firma. personalmente non l’ho trovato freddo o sterile come fanno intendere lì sopra

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