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Il disco dell’anno: ATLANTEAN KODEX – The Course of Empire

19 ottobre 2019

Sei anni sono passati da The White Goddess, sei anni in cui l’alone di mistero ed impenetrabilità intorno agli Atlantean Kodex si è infittito sempre più, alimentato anche dalla nostra volontà di mantenere un velo tra noi e loro, ultimi grandi messaggeri dell’Epica, malinconici cantori di un mondo che sta morendo, chinando la testa all’Inevitabile.

Proprio l’Inevitabile è il tema di The Course of Empire, terzo album dopo The Golden Bough e il suddetto The White Goddess, entrambi ispirati alle omonime opere letterarie rispettivamente di James Frazer e Robert Graves, monumentali saggi antropologici di ricerca delle nostre origini identitarie, per riflettere su ciò che siamo e che saremo (o non saremo) alla luce di ciò che siamo stati. Ci si chiedeva quale concept avrebbero scelto per il terzo disco, temendo una caduta di tono dopo quegli elevatissimi argomenti; e ora sappiamo di aver sbagliato a dubitare, perché il soggetto scelto è Il Corso dell’Impero, una serie ottocentesca di cinque dipinti, ad opera di Thomas Cole, che rappresenta i cinque momenti esemplificativi che un impero, o meglio una civiltà/civilizzazione, attraversa dalla sua nascita alla sua ineluttabile fine.

The Course of Empire è uno sguardo lucido e appassionato sulla nostra essenza ancestrale e sui modi in cui ha declinato sé stessa nel corso dei millenni. È la storia dell’uomo europide che sorge dalle colline magiche della Mesopotamia e inizia il suo cammino verso Ovest, portando con sé un’eredità spirituale che continuerà a impregnarne lo spirito anche nel momento in cui, ebbro di decadenza e pulsione di morte, la rinnegherà col piglio sardonico caratteristico delle epoche di declino. Stiamo morendo, neanche più tanto lentamente, e non c’è modo di mutare il nostro destino a meno di non riprendere coscienza di ciò che siamo: è questo l’unico messaggio concreto che gli Atlantean Kodex hanno la missione di trasmettere.

Days are growing darker
And what the coming age might hold
Even the wisest among us cannot say
And though some things are better left undisturbed
We must not bury the past
Or we will be buried by the future

Gli Atlantean Kodex però non hanno alcun tipo di finalità politica, e i loro testi sono sempre vaghi, indeterminati, in coerenza con l’atmosfera onirica della loro musica. Il loro sguardo è quello dello storico, dell’antropologo, forse anche del mago; ma non del politico. Rimaniamo sospesi in uno stato sognante mentre innumerevoli suggestioni mitiche ci passano davanti; e la vividezza di queste immagini dipende da noi, da quanti riferimenti riusciamo a cogliere e da quanto i nostri occhi sono accecati dalla perversa ideologia di morte che permea la nostra epoca e che disconosce sé stessa e noi. The Course of Empire, così come la produzione precedente, ci suona terribile perché ci pone davanti agli occhi il terribile lascito di grandezza della nostra stirpe che noi, disabituati al senso di responsabilità e all’e(ste)tica del sacrificio, tendiamo a negare, distorcere o sminuire per la nostra inadeguatezza a darle una degna continuazione. È il manzoniano “io sono però” che allo stesso tempo ci esalta e ci atterrisce, per il grande fardello di responsabilità che deriva dall’esserne all’altezza.

The Course of Empire è il disco dell’anno, a meno che non esca qualcosa di particolarmente grandioso nel mese e mezzo che ci separa da San Silvestro. È quantomeno al pari di The White Goddess, fermo restando che il primo The Golden Bough rimane per ora insuperato. Questo è più immediato del precedente, ma ne mantiene i soliti riferimenti stilistici: primi Manowar, Warlord, Candlemass, Bathory. Non c’è davvero altro da dire, perché questo è uno dei casi in cui, come diceva quello, “cercare di analizzarlo sarebbe come squarciare un pallone per ricercarne il rimbalzo”. (barg)

Ducunt volentem fata, nolentem trahunt

One Comment leave one →
  1. 20 ottobre 2019 09:15

    Mi levo il cappello alla recensione e al disco. Complimenti.

    "Mi piace"

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