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Avere vent’anni: HAMMERFALL – Legacy of Kings

24 settembre 2018

Una breve introduzione di batteria e poi il riff di Heeding the Call che parte sparato è la migliore presentazione per Legacy of Kings, secondo album degli Hammerfall in cui la freschezza degli esordi raggiunge un meraviglioso compromesso con il mestiere di chi è cresciuto consumando i dischi del vecchio metal anni Ottanta. La stessa Heeding the Call è uno dei picchi mai più superati del power metal scandinavo di tutti i tempi nonché uno dei motivi per cui, tuttora, gli Hammerfall vengono spesso rubricati come gruppo power metal non essendolo in realtà quasi mai stati. A dire la verità il loro pezzo più power è Dreamland, sempre in questo disco, ma un capolavoro come Heeding the Call ha davvero lasciato il segno nei metallari di quella generazione: difficile non essersi ritrovati a cantarla in coro per chiunque abbia incrociato Oskar Dronjak e soci, magari anche per sbaglio ad un festival: un po’ come Emerald Sword dei Rhapsody, Rebellion dei Grave Digger e, non so, Mordred’s Song dei Blind Guardian. Heeding the Call è una di quelle melodie che ti rimangono sottopelle come ai nostri ascendenti rimanevano sottopelle i successi di Battisti o Celentano, una di quelle canzoni che definiscono il tuo essere metallaro di una certa generazione nella misura in cui inconsciamente scegli determinate canzoni da cantare sotto la doccia. 

La cosa bella di Legacy of Kings è che non soffre di alcun calo di tensione per tutti i suoi tre quarti d’ora di durata, tenendo conto anche del fisiologico respiro delle due ballate, qui peraltro incomparabilmente migliori della media qualitativa delle ballate degli Hammerfall. È anche il disco in cui la voce di Joacim Cans dà meno fastidio, o perlomeno viene modulata in modo da essere meno monocorde possibile e sorretta da un’infinità di cori – sia quelli incisi sul disco che quelli che produci inevitabilmente tu che lo ascolti. Perché penso sia impossibile rimanere zitti e muti durante At the End of the Rainbow o Let the Hammer Fall o la traccia eponima. E come detto, comunque, è il disco più power metal degli Hammerfall, per una serie di fattori: la produzione, specie nel suono della batteria; e poi la stessa batteria, qui per la prima e unica volta affidata ad un tizio con le polpette in bocca di cui al momento non ricordo il nome, uno meno fantasioso e tecnico di Anders Johansson ma il cui stile si sposa perfettamente con l’andamento del disco; e inoltre anche il ritmo tendenzialmente più sostenuto dei pezzi, il ricorso continuo ai cori, mai più così tanto enfatici, e via dicendo.

In Legacy of Kings c’è tutto quello che dovrebbe esserci; ed l’essere uscito nel 1998, quando in parecchi non aspettavano altro che esattamente un disco del genere, ne ha amplificato la portata. Il delirio di onnipotenza di Heeding the Call, il fomento di Legacy of Kings, la marziale Let the Hammer Fall, l’allegria di Dreamland, la coralità di At the End of the Rainbow, la cazzimma di Stronger than All, l’epicità di Warriors of Faith; pure due discrete ballate e la bellissima cover di Back to Back dei Pretty Maids. In più i primi Hammerfall erano un generatore continuo di frasi motivazionali sul metallo, roba da stamparsi sul cuore, sulle magliette e sui banchi di scuola, come ben sapeva il bidello costretto ogni mattina a cancellare icastici aforismi sulla potenza salvifica del vero metal: e la scelta di risuonare Back to Back fu particolarmente felice non solo da un punto di vista musicale ma anche perché trattasi di uno dei pezzi più liricamente esaltanti di sempre, con barlumi di poesia come filled with anger and harm/ came to kill, not to charm/ the sound of metal screaming in the air/ the time has come when justice rules oppure il break che precede l’assolo con kill with power, ready to ride, let’s go! che ancora me lo ripeto mentalmente ogni volta che devo accendere la macchina.

Capolavoro. Ho già usato la parola capolavoro in questa recensione? Legacy of Kings è un capolavoro. Non è l’ultimo disco bello degli Hammerfall, che terranno botta per almeno un altro paio di album, ma è con Legacy of Kings che Dronjak e Cans sbatteranno il martello sul tavolo per reclamare un posto tra i grandi della propria epoca. Fatevi un favore: riascoltatelo ad alto volume e sentite il metallo fuso che vi pompa nel cuore. (barg)

12 commenti leave one →
  1. Crisuommolo permalink
    24 settembre 2018 19:57

    Comprato appena uscito, durante il mio primo anno di università. Per mesi l’ho ascoltato tutti i giorni, più volte al giorno, durante gli spostamenti sugli affollatissimi autobus partenopei, intonando estemporaneamente i vari ritornelli (per la gioia della calca intorno a me). Ah, Robe’, per me sono eccellenti anche “Renegade” e “Crimson thunder”. Steel meets Steel!

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    • Polpo permalink
      24 settembre 2018 21:57

      Gli Hammerfall li scoprii ai tempi di Threshold, che ascoltai talmente tanto da impararlo a memoria, nonostante non fosse certo una bomba. In seguito ascoltai qualcosa qua e la, tra cui Glory to the brave, che però non riuscì a dirmi molto, e li abbandonai per un periodo lunghissimo. Fino a un paio di settimane fa, quando mi imbattei per caso nella copertina di Legacy of kings, e già li mi venne un durello che Rachel Starr spostati (le opere di Marschall son meglio del porno)…e niente, ormai son due settimane che ascolto quel disco anche 3-4 volte al giorno. E non stufa mai.

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  2. weareblind permalink
    24 settembre 2018 20:55

    Capolavoro! A me annoia a morte, come tutta la loro moscia discografia. Cazzimma assente.

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  3. pepato permalink
    24 settembre 2018 23:00

    Perché dici che non sono power metal? (a parte il fatto che all’epoca faceva comodo a tutti infilare tutto dentro quell’etichetta)

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    • 27 settembre 2018 09:45

      perché le loro influenze risalgono all’epoca pre-Helloween, a parte qualche caso isolato (tipo appunto Dreamland), e il loro approccio era fermamente ottantiano classico. agli esordi erano addirittura riusciti a sfociare nell’epic metal, come in The Metal Age e qualche altro episodio qua e là.

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  4. Crisuommolo permalink
    24 settembre 2018 23:59

    Senza gli Hammerfall, molti di noi non avrebbero scoperto, almeno tra i 15 e i 20 anni, band favolose come Warlord e Stormwitch. È questo il loro grande merito.

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  5. fredrik permalink
    25 settembre 2018 06:58

    sottolinerei (senza nulla togliere a dronjak e soci) che anche su quest’album come sul debutto, almeno 4-5 brani furono scritti da un altro mago del riff, ovvero jesper stromblad… e si sente!

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  6. bonzo79 permalink
    25 settembre 2018 10:20

    Oh, per me fa cagare, esclusi due o tre pezzi. Dei dischi successivi manco voglio parlare.

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  7. hieiolo permalink
    26 settembre 2018 14:12

    se proprio dovessi scegliere un disco degli Hammerfall per tutta la vita Glory to the brave. Non c’è paragone. La sola title track a palla mi spingerebbe spada alla mano a combattere da solo contro un’orda di vichinghi.

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  8. Sadwings permalink
    26 settembre 2018 15:25

    io non so come si fa ad esaltare questa band alla quale gli manca la cattiveria tipica e necessaria nell’heavy metal. Mi sembra una versione edulcorata di ciò che dovrebbe essere metal e sopratutto trovo la voce di cans limitativa. sono ascoltabili ma di capolavori secondo me non li hanno mai fatti.

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  9. sghembol permalink
    27 settembre 2018 08:54

    Istigai un mio amico all’acquisto di questo cd perché a que’ giorni eravamo tutti gasati a manetta col powerone. Lui ora vive all’estero, lo rivedo una volta all’anno e ogni volta che ci andiamo a bere la nostra birretta annuale mi rinfaccia l’acquisto. Disco e band invecchiati malissimo a parer mio.

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