La mensa di Odino #21

Questo 2020 doveva essere un anno intenso. Avevo programmato un viaggio in Giappone, due weekend di Rock the Castle, il Wacken e il matrimonio. È tutto slittato al 2021, che quindi sarà una specie di remake del 2020 o quantomeno una rimasterizzazione con bonus track. Poco male alla fine: si è fermato tutto il mondo, quindi non mi sono roso il fegato a vedere le cose che accadevano senza che io potessi andarci. Tutto è rinviabile, persino il matrimonio: gli invitati capiranno, c’è il Coviddi. Per il Giappone abbiamo comunque comprato le guide turistiche e per il Rock the Castle vabbè, tanto Verona è qua dietro. La cosa che mi ha tolto più il sonno è proprio il Wacken. Avevo una voglia di tornare al Wacken che non potete capire. Il Wacken è meraviglioso, fratelli. L’atmosfera, l’erba umida, il cielo di Germania, la birra, il senso di vivere in un’utopia del metallo in cui tutto è bellissimo e il tempo viene scandito dai fischi di chitarra. Per questo mi sono messo idioticamente a sentire a ripetizione alcuni dischi di recente uscita che mi ricordano quell’atmosfera.

Il primo album è Metal Commando dei PRIMAL FEAR, anticipato da ben tre video: la deliziosamente ruffianissima Hear Me Calling, l’anthemica The Lost & the Forgotten e infine I Am Alive, a cui è assegnato il compito di aprire il disco sganciando bombe atomiche dagli amplificatori giusto per far capire di che si sta parlando. I Primal Fear rappresentano il lato militante del Wacken: sono il gruppo istituzionale e di rappresentanza, quello con i fischioni di chitarra e i riffoni, che dà il giusto sottofondo alle tue peregrinazioni tra le bancarelle di carne di maiale arrosto e da cui ti dirigi per guardare un pezzo di concerto facendo smorfie di approvazione, con uno spiedino in una mano e una birra nell’altra. I dischi dei Primal Fear escono con cadenza periodica ed esistono per il semplice motivo che questi fanno un sacco di date in Germania e quindi ogni tanto devono variare un po’ il repertorio. Per modo di dire, ovviamente, perché poi il canovaccio è sempre (giustamente) quello, con gli acuti di Ralf Scheepers come gagliarde grida di guerra di un capoclan cherusco all’attacco delle legioni di Publio Quintilio Varo, sotto lo stesso fatale firmamento teutonico che si chiude sulle sonnolente campagne intorno a Wacken.

Un altro disco uscito quest’estate e che ho ascoltato più di quanto non fosse ragionevole aspettarsi è Kompass zur Sonne degli IN EXTREMO, che non è per niente uno dei loro migliori ma che mi fa salire alle narici quel profumo di erba bagnata, birra calda, sudore fresco e carne arrostita che, per comodità, potremo chiamare Metallo n° 5. Loro a dire il vero sembrano un po’ stanchi, e il disco intero è come se si trascinasse avanti per inerzia, ma l’esperienza vale comunque la pena perché gli In Extremo sono tra i migliori di sempre a tirare fuori giri di cornamuse e soprattutto, come al solito, in ogni album ci sono un paio di chicche che giustificano qualsiasi momento di stanca. In Kompass zur Sonne il pezzone trascinante è Reiht Euch ein ihr Lumpen, adorabile canzoncina allegra e zumpettona da cui hanno pure tratto un video (gli altri due sono l’eponima e Troja). Gli In Extremo rappresentano il lato folkloristico (oltre che folklorico) del Wacken, quello per cui ti ritrovi gente vestita con elmi con le corna o agghindata con vari parafernalia odalistici. So che molti di voi non sono grandi fan degli zufoli coi piedi, ma gli In Extremo ascoltati al Wacken devono essere un’esperienza imprescindibile.

L’ultimo è Alps on Fire degli WALLOP. Chi cazzo sono gli Wallop? Ora ve lo spiego e vi spiego anche come sono arrivato a sentire ‘sto disco. Qualche settimana fa ho riascoltato per sbaglio Excalibur (la canzone) dei Grave Digger, ficcata da Spotify in qualche playlist che ascolto di solito mentre guido. Gran pezzo, peraltro, il più bello da quell’album che – come detto qui – ho rivalutato di recente. Insomma, riascoltando quel teteschissimo incedere rimango colpito dalla prestazione di Stefan Arnold, uno di quei batteristi che a partire dal nome ti immagini che registri le sue parti battendo stinchi di maiale sul rullante. Dato che Arnold è stato da poco defenestrato dai Grave Digger, vado a controllare cosa stesse facendo e scopro che ha da poco riformato il suo gruppo d’infanzia, gli Wallop, con cui aveva registrato un album chiamato Metallic Alps a metà degli anni Ottanta. Non avendo niente da fare, il nostro mago del barbecue ha richiamato i suoi compari di bevute e ha riformato il gruppo, facendo uscire questo Alps on Fire che si compone di vecchi pezzi (principalmente dal suddetto Metallic Alps più un paio dai demo) risuonati per l’occasione dalla stessa identica formazione del debutto, con in più un paio di tracce inedite e una cover dei Raven con John Gallagher come ospite. È tutto tremendamente anni Ottanta, compresa la produzione: questa cosa ci piace moltissimo anche perché il disco merita davvero, oltre a restituirci uno Stefan Arnold in brillantissima forma. Gli Wallop rappresentano tre lati importantissimi del Wacken: in primis restituiscono l’atmosfera del palco piccolo col gruppo storico minore che suona alle cinque di pomeriggio con pochissima gente sotto al palco, tra cui soprattutto vecchi crucchi che avevano comprato il disco originale in musicassetta trent’anni prima e che ora cantano i pezzi a memoria guadagnandosi la stima degli altri astanti; in secundis, rappresentano in qualche modo anche i Grave Digger, gruppo che più di ogni altro si identifica con l’atmosfera del Wacken; in tertiis rappresentano la bandiera dei quattro mori, indossata dal chitarrista nel video che vedete qui sotto e che non può mai mancare in alcuna adunata pubblica all’aperto che si rispetti. Penso di aver finito, grazie per l’attenzione e viva il profumo del Metallo n° 5. (barg)

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