Avere vent’anni: DARKTHRONE – Plaguewielder

Barg: Negli anni Novanta si dibatteva animatamente se i Darkthrone ci facessero o ci fossero, da un punto di vista tecnico. In altre parole, ci si chiedeva se quei dischi suonati e prodotti così male fossero fatti apposta così oppure se quello fosse il massimo che il trio (poi duo) riusciva a fare; certo, c’era Soulside Journey che avrebbe dovuto far capire come stessero davvero le cose, ma rimanevano comunque quegli scettici che pensavano che davvero Fenriz non riuscisse a suonare meglio di quanto facesse in Under a Funeral Moon. Poi venne Plaguewielder, e non ci furono più dubbi.Plaguewielder non è semplicemente un capolavoro: è l’ultimo capolavoro dei Darkthrone, il disco che più di ogni altro testimonia la loro grandezza nell’interpretare l’estremo. Stilisticamente è un unicum, o meglio una parentesi tra i due macroperiodi della band: è una svolta notevole rispetto ai precedenti dischi black ed è assai diverso dalla fase successiva, quella che per comodità chiameremo cazzeggiona. È un disco serissimo, ma non grim & frostbitten da camminata nei boschi ad ululare alla luna col face painting; ed è un disco tecnico, ovviamente non in senso assoluto ma relativamente al resto della loro discografia. Purtroppo non ha avuto il successo che meritava, ma per quanto mi riguarda è davvero un capolavoro, e lo sarebbe anche se non ci fosse scritto Darkthrone in copertina: bisogna essere in stato di grazia per scrivere un pezzo come Wreak, e bisogna essere un gran gruppo per suonarla in quel modo. Un disco da ascoltare mille volte, mandare a memoria e amare incondizionatamente.

 

Griffar: Nel 2001 i DarkThrone già potevano vantare una carriera decennale, demo a parte. Soulside Journey è del 1991 (ha compiuto 30 anni a gennaio) e in questo breve lasso temporale i Nostri sono arrivati a Plaguewielder, il nono full lenght, il primo del nuovo millennio. Ed è una sorta di ricapitolazione, un compendio di tutto quanto di buono fatto dalla band in questa prima parte della loro carriera, la migliore, che, almeno per come la vedo io, si chiude qui. I brani sono più lunghi del solito: dei sei totali quattro sono da circa sette minuti (Sin Origin) e oltre, solo due più brevi da circa cinque e tra esse la famosissima I, Voidhanger (e se pensate che l’etichetta siciliana che pubblica gioielli puri di alternative black metal abbia preso il suo nome da qui, avete ragione). In questi sei pezzi c’è tutto quanto i DarkThrone sono stati in grado di comporre per diventare un punto di riferimento del rock inteso in ogni sua sfaccettatura. Il black metal per come lo conosciamo oggi se lo sono inventati loro, rielaborando ed estremizzando quel death/thrash degli anni ’80 che, volendo, alla larga, può anche essere denominato proto-black – ma chi è vecchio abbastanza come me sa benissimo che Hellhammer, Sarcofago, Venom, Bathory, Sodom, Root, Tormentor e via cantando NON suonavano black metal, un concetto (o sottogenere, se vi piace di più) che quando questi gruppi andavano per la maggiore semplicemente non esisteva. Si è parlato di black metal “puro” da quando uscì A Blaze in the northern sky. E lo hanno scritto i DarkThrone.

Plaguewielder rende grazie a tutto quanto da loro suonato fino a qui: certi riff velocissimi che impreziosiscono Weakling Avenger (la opener, che in otto minuti cambia tempo ottanta volte), la successiva Raining Murder o la stessa I, Voidhanger sarebbero stati benissimo in un pezzo di Panzerfaust, alcuni passaggi (tipo in Sin Origin) sono death metal cristallino come quello dei loro esordi. E poi non mancano i tributi ai loro mentori di sempre, cioè i gruppi proto-black summenzionati (insieme a molti altri, long lists are fucking boring, si sa). Naturalmente i suoni sono migliori, la produzione sfiora l’eccellenza, e la maggior esperienza del duo Fenriz/Nocturno Culto ha il suo peso. Anche per questo Plaguewielder è un album imperdibile, l’ultimo gioiello di una band leggendaria che a questi livelli non è mai più arrivata.

È l’ultimo dei dischi dei DarkThrone che non dovrebbe mancare nella discoteca di ogni metallaro che si reputi tale, cioè una persona con un minimo di larghezza di vedute musicali e che riconosce il valore effettivo di chi la storia l’ha scritta da protagonista e non da mero comprimario imitatore. Un po’ meno estremo dei loro capolavori degli esordi, eppure sempre classico, adamantino black metal con solo pregi e nessun difetto.

4 commenti

  • Forse il mio preferito dei D. O, se non altro, nella top tre.

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  • Ogni tot lustri sono d’accordo con Barg. E sì, è anche il mio disco preferito dei Darkthrone. Questo ovviamente non significa affatto che sia il migliore. Ma qui si addensa l’ultima esperienza artistica della band. Dove per esperienza artistica intendo la capacità di scrivere un’opera straordinaria non perché tu ce l’abbia già in testa. No. A mio modo di vedere la grandezza di un disco come questo si manifesta après coup anche in chi la scrive. Viene fuori come una torsione che pesca dal passato ma sintetizza uno scarto e un’apertura nuova di cui puoi avere consapevolezza soltanto a ritroso, mentre le idee e la possibilità di tradurle in note scaturiscono procedendo senza una meta precisa. Non è un caso che sia un unicum nella loro discografia. Un significante che si stacca da una catena di cose più o meno logiche nella loro soggettiva successione. Ovvero creatività, gestione, regressione ai numi tutelari del passato. Qui c’è un buco. E nel buco c’è un mondo a sé stante.

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  • Quando leggo una articolo di Griffar gioisco perchè è sempre illuminante.Alla Montanelli, o Biagi, in poche frasi riesce a riassumere e dare nuova e fresca luce a un contesto, a un sottomondo, in questo caso al caro “proto-black”. E,sì, sommiamo le foto dei Darkthrone, magari da giovini, e la dfrittata è fatta:non resta altro che mettere sul piatto 2 o 3 dischi dei Darkthrone di fila, e passa anche sta nottata

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  • Beh oddio, “capolavoro” Plaguewielder mi pare non lo sia proprio, anzi il periodo tra Ravishing Grimness e questo lo trovo quello più vicino ai Darkthrone degli ultimi tre album, e non è affatto un complimento. Poi d’accordo che dei Darkthrone ogni disco merita il suo ascolto (sempre fino ad Underground Resistence), ma senza andare sui classici preferisco assai Hate Them e Sardonic Wrath.

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