Avere vent’anni: FEAR FACTORY – Digimortal

Digimortal lo comprai nel suo lussuoso digipak cartonato non troppo dopo che era uscito, quasi a scatola chiusa, perché doveva essere sicuramente una figata. L’eco di Demanufacture in fondo era ancora troppo forte e, in un epoca in cui ero fissato coi videogiochi su PC, il fatto che fu abusato come colonna sonora di videogiochi (tra cui rimembro Messiah e soprattutto CARMAGEDDON) e film connessi (tipo quella deliziosa porcata di Mortal Kombat) contribuiva a ricordarmi quanto fossero fichi per me quei riff. Al momento dell’acquisto avevo sentito giusto l’anticipazione di Linchpin, video che girava a rotazione sui soliti canali di musica di allora e che già mi lasciava presagire quello che i giovani d’oggi chiamano cringe. Evidentemente già all’epoca non mi facevo grossi problemi perché, effettivamente, farsi andare giù cose come quella strofa mezza rappata di Burton significa avere del pelo sullo stomaco, voglio dire:

A linchpin holds within a means to an end
Can’t you see that we are one?

Ovviamente non riesco a scriverne senza canticchiarla, ed era pure uno dei pezzi “migliori” del lotto, assieme all’accettabile titletrack e alla ballatona Invisible Wounds, che a conti fatti era sì una cacatina ma quantomeno aveva un buon mood da colonna sonora. Pure questa finisce infatti in sottofondo all’ultimissima parte dei crediti del primo film di Resident Evil (le collaborazioni di livello) in un epoca in cui le scene post-credit non erano consuetudine e quindi erano ormai tutti fuori dalla sala per pisciare.

Sin da quei tempi in cui ero ancora giovane e sbarbato ho cercato a lungo di farmelo piacere in tutti i modi e quasi quasi ci sono anche riuscito, salvo poi dover concludere che Digimortal fa veramente schifo alle piattole. Il disco è sbagliato, fuori fuoco e nato vecchio, sia per le “modernità” che caratterizzavano il suono dei Fear Factory, e che su Digimortal appaiono particolarmente slegate e posticce, sia per la moda nu metal dell’epoca cacciata dentro a forza: e il fantasmagorico risultato di questa sintesi alchemica tra il moderno e il modernissimo si concretizza nell’imbarazzante Back the Fuck up. Al disco comunque voglio bene, mi ricorda di come ero ingenuo ai tempi e in qualche modo è l’ennesima fotografia sbiadita di come si cercava di far convivere, anche a forza, il rap con il metal, come quando giravo assieme agli amici b-boy e non era un problema per nessuno; non lo sarebbe neanche adesso, ovviamente, solo che non succede più. Di li a poco i Fear Factory esplosero definitivamente, dando inizio a al triste teatrino di cui sappiamo tutti e che contribuirà a condannare tutta la loro produzione futura all’irrilevanza. Cringe Factory. (Maurizio Diaz)

2 commenti

  • Fa veramente male pensare a cosa sarebbero potuti diventare i FF… Comprai questo disco durante la leva (sì, sono uno degli ultimi stronzi che se l’è dovuto smazzare) e ricordo che lo ascoltai a nastro sperando di trovarci qualcosa di buono. Un riff, un giro di batteria. Poi mi arresi. Una merda totale. Peccato.

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  • brutto forte porca vacca

    cmq Burton canta in un modo imbarazzante da quasi altrettanti anni

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