Invecchiare malissimo: FEAR FACTORY – Aggression Continuum

Ho ascoltato e riascoltato Aggression Continuum senza riuscire a estrapolarne niente. È come se al termine di ogni passaggio ripartissi da un ipotetico punto zero, e non solo. Sento di doverlo ascoltare a pezzetti per arrivare all’epilogo, arrancando, facendo un’ennesima pausa; al momento di ripartire mi pare infine che ogni segmento valga l’altro. Non posso negare di notare dei dettagli, tipo che Purity si costruisce inesorabilmente su strutture già abusate in passato, o che il ritornello di Fuel Injected Suicide Machine affossi un pezzo potenzialmente buono. So però con certezza che di questo album, il mese prossimo, non mi fregherà più un cazzo.

Su tutti i Fear Factory mi fanno una pena bestia, perché ero adolescente quando venivano considerati i più freschi di tutti, i più coraggiosi, gli innovatori supremi dell’epoca in cui si portava il metallo a fare una passeggiata fuori dai suoi confini. Loro innovarono picchiando duro, raggelando il suono, miscelando sapientemente e con ardore cose che nel metallo già c’erano. Alla maniera loro, in un certo senso i più moderni divennero anche i più puristi della loro epoca.

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È paradossale, ed è forse insulso, ma ci sono gruppi più anziani dei Fear Factory che se la sfangano decisamente meglio di loro, sia in presenza di un normale processo evolutivo sia in sua totale assenza. I Fear Factory sono un gruppo invecchiato malissimo, ed è come se Obsolete, che non è il loro miglior disco per questione di centimetri, già non aggiungesse nulla al pacchetto se non la reale presenza di un singolo definibile tale, Edgecrusher. Il punto focale di tutta la questione sono quei due dischi là: Obsolete e Digimortal. O i Fear Factory avrebbero scelto di girare intorno a Demanufacture, ponendoci ogni volta faccia a faccia con tutte le varianti del caso, oppure avrebbero esemplificato il proprio modo di suonare sfornando ad ogni uscita qualche singoli in stile Edgecrusher. Non ha funzionato, i rapporti interpersonali tra gli altri membri e Cazares non hanno funzionato, ed il giochino si è conseguentemente rotto.

Un altro passaggio fondamentale della loro carriera è Archetype, un album che in molti snobbano e che ritengo l’ultimo importante del gruppo. In sostanza non c’era più Dino Cazares, ma quattro persone – di cui tre membri originali – un po’ più libere di fare il cazzo che volevano senza badare a sopportarsi. Non durerà neanche quest’ultima fase, stavolta per colpa di Burton C. Bell. Pensateci bene, ogni tentativo da parte dei Fear Factory di rendere appetibile il proprio sound andrà a puttane, fra cui quel Transgression uscito un attimo prima che il giochino si rompesse di nuovo, fracassandone per sempre la sezione ritmica. I Fear Factory divengono, per obbligo più che per scelta, una soluzione stantia, nonché un problema senza soluzione. Sorvolerò poi sui recenti casini giudiziari che hanno compromesso Monolith e lo hanno infine trasformato in Aggression Continuum. Ci troviamo ancora davanti alle soluzioni orchestrali di Genexus in un album che vanta un po’ meno personalità, come se si fosse scelto di riallacciarsi parzialmente alle due uscite precedenti, mantenendo però un perfetto bilanciamento fra riffoni tipici della casa e melodia. È un album, questo, che a differenza del molto più personale Genexus non se la sente di osare in alcuna direzione specifica. E allora vi domando: dopo averci fracassato per anni, e negato una reunion con Wolbers ed Herrera, e raccontato degli screzi fra Cazares e quel Burton che l’aveva nuovamente accolto come un cane con la coda fra le gambe, ritrovandoselo però padrone per una seconda volta, ripeto, dopo tutto questo, Aggression Continuum è la sola cosa che mi ritrovo fra le mani?

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Collapse, traccia sei, è l’unica che pare metter per inciso qualcosa. Il resto è un deja-vu che si ripete da cima a fondo, e le due tracce iniziali Recode e Disruptor, per quanto discrete, non sono che la summa di un deprimente concetto: i Fear Factory hanno già scritto quelle canzoni in passato, quelle linee melodiche, quelle soluzioni. C’è poco di inedito qua dentro e, a ben sei anni da Genexus, certamente non uno dei miei preferiti dei Fear Factory, forse mi sarei aspettato qualcosina in più, nonostante il clima da Celebrity Deathmatch che pervade l’arena e un cantante che canta ma a tutti gli effetti non c’è. C’è perfino ben poco di imbarazzante, tanto che Aggression Continuum risulta più un compitino da sei politico che un brutto album, laddove trovo ai limiti dell’indigesto le sole soluzioni orchestrali. L’elettronica nei Fear Factory funziona se è ridotta all’osso, è una regola, non si sgarra: con Genexus e Aggression Continuum incrementa il numero di note, e queste la disperdono, non ne concentrano l’essenza. E finisce che l’elettronica diviene elemento di disturbo pur d’aggregare una proposta invecchiata, ma affidabile, a certi dettami in voga nel metal attuale. In sostanza il loro ragionamento è stato “per non ripetermi rischierò di fare schifo”, segno che non si va da nessuna parte qualunque strada si prenda. I Fear Factory dovevano fermarsi molto tempo fa e chiudere a testa alta, non mentre si prendono a cazzi in faccia per confezionare un’uscita come questa. (Marco Belardi)

2 commenti

  • Ho provato ad ascoltarne qualcosa giorni fa. Pessimo. Mi ha quasi suscitato fastidio fisico, un indistinguibile chugga, chugga con ritornelli gay.

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  • Queste produzioni asettiche e pulitissime sono più da sala operatoria che di incisione. Davvero non c’ entrano nulla con la nostra musica preferita. Sono d’accordo sul valore di alcuni loro dischi menzionati di cui ho i CD ma non posso dire che hanno retto gli anni sul groppone. Gira e rigira dopo averli ascoltati ti viene sempre voglia di mettere su i Motorhead.

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