Avere vent’anni: REBELLION – A Tragedy in Steel: Shakespeare’s Macbeth

Il mese scorso, parlando di Dreams of Endless War dei Norther, dissi che quello era uno dei miei dieci dischi-feticcio di sempre. Questo è un altro. L’ho sempre considerato un capolavoro assoluto, all’epoca lo misi come top album sul Metal Shock cartaceo, ma in giro ne ho sempre sentito parlare malissimo. Questo è uno di quei casi in cui mi sento il tizio che va contromano in autostrada e pensa che gli altri siano tutti pazzi contromano, tranne per il fatto che qui non c’è psichiatra che possa convincermi di avere torto. Perché Macbeth è davvero un capolavoro, lo ascolto da vent’anni costantemente e ogni santa volta non riesco a spiegarmi del perché non sia universalmente celebrato come tale; e non si può neanche dire che io abbia un debole per i Rebellion in generale, dato che a parte questo debutto li considero un grupparello simpatico che ogni tanto azzecca la canzone ma i cui dischi non riescono mai ad ergersi troppo al di sopra della media del genere.

Contestualizziamo. I Rebellion nascono dalla diaspora di Uwe Lulis e Tomi Goettlich dai Grave Digger, che abbandonarono in seguito a un litigio con Chris Boltendahl, condannandoli alla mediocrità dopo una serie di dischi memorabili negli anni Novanta a cui i due suddetti contribuirono attivamente. Dopo una francamente inspiegabile contesa sul nome Grave Digger (che alla fine, giustamente, conservò Boltendahl), i due transfughi cercarono di stupire il mondo con l’artiglieria pesante: chiamarono Randy Black (Destruction, Annihilator, Primal Fear) alla batteria, scovarono un giovane talentuosissimo cantante come Michael Seifert e composero un lungo e ambizioso concept sul Macbeth di Shakespeare, con tanto di parti narrate e ruoli affidati a vari ospiti. Non riuscirono a stupire il mondo, ma riuscirono a stupire me; il che, dal mio punto di vista, era già qualcosa.

Ma alla fine com’è ‘sto Macbeth? Beh, innanzitutto è lungo: 72 minuti, più o meno la capacità massima di un compact disc, il che fa pensare che se avessero avuto a disposizione supporti più capienti avrebbero riempito pure quelli. Segue abbastanza pedissequamente la trama dell’opera, con ognuna delle dieci canzoni (più intro) che rappresenta un momento fondamentale dello svolgimento. Stilisticamente è tipico metallo tetesco in ogni sua accezione, ed è questa forse la cosa più riuscita: non è da tutti rappresentare un argomento così elevato con un genere che di solito riporta alla mente tutt’al più crauti e patate. Forse un’impresa del genere non è più riuscita a nessuno, compresi loro, che hanno quasi sempre fatto concept album ma che non sono mai più riusciti ad avvicinarsi a un risultato simile.

Macbeth è l’opera più barbarica di un autore che i romantici intendevano fortemente barbarico come Shakespeare. Parla di ambizione e di tutto ciò che da essa deriva: violenza, crudeltà, egoismo, caduta, angoscia, sete di potere, pulsione di morte. La storia è nota, ma la riassumiamo in poche righe: in una primitiva Scozia altomedievale, Macbeth è un nobile che, lusingato dalla profezia di tre streghe, uccide a tradimento il proprio re per prenderne il trono. Da qui entra in una spirale di violenza che lo rende un tiranno odiato dai propri sudditi, che lo vedono come un usurpatore, e che alla fine lo farà impazzire, fino all’inevitabile conclusione con la rivolta dei nobili sopravvissuti che ristabiliscono l’ordine.

Tematiche del genere, peraltro condite di una tinta soprannaturale assai evocativa ed inquietante (al punto che negli ambienti teatrali l’opera si dice essere di malaugurio e non viene mai nominata se non come “la tragedia scozzese“, perché la leggenda narra che Shakespeare abbia inserito delle vere invocazioni malefiche nei dialoghi delle streghe), rendono l’opera scespiriana adattissima ad una trasposizione heavy metal. Ci avevano già provato due anni prima i Jag Panzer con Thane to the Throne, ma il risultato non era stato altrettanto apprezzabile, non tanto per qualità (che è soggettiva) ma perché quello era un normale disco heavy metal con, incidentalmente, dei testi sul Macbeth. Invece qui i Rebellion prendono la cosa estremamente sul serio e incastrano le canzoni in un’impalcatura di parti narrate e duetti avvicinandosi concettualmente alla metal opera, nonostante poi il 95% delle parti venga poi cantata da Michael Seifert. Lui è probabilmente il vero asso nella manica dell’operazione, date le sue abilità interpretative e la maestria con cui riesce ad utilizzare vari registri stilistici, incarnandosi nei vari lati della personalità del protagonista. Perché poi Macbeth è un disco assai variegato, in cui la composizione e l’atmosfera dei singoli pezzi si adatta il più possibile ai momenti della storia. E così l’apertura Disdaining Fortune, in cui Macbeth dà prova di valore, è un tipico pezzo anthemico com’era già Scotland United; al contrario l’atmosfera si fa sofferta e luciferina in The Dead Arise, quando lo spettro di Banquo appare all’usurpatore incolpandolo dei suoi crimini col suo sguardo vuoto; la sete di sangue e la follia omicida è ben resa in Letters of Blood, pezzo dritto e da pogo in tipico stile crucco; è invece lenta e sulfurea Demons Rising, in cui il re è ormai pazzo e messo di fronte al fallimento della sua cieca ambizione; e infine la conclusiva Die with Harness on Our Back, invece di concludere l’opera con qualcosa di maestoso e tonitruante (si pensi a Veni Vidi Vici in Invictus dei Virgin Steele), si adatta allo spirito rassegnato di Macbeth che va incontro alla morte con un pezzo dall’andatura diretta e quasi spensierata. E tutto questo è reso possibile da Michael Seifert, perfetto nell’interpretare ogni sfumatura e mettersi a disposizione delle atmosfere dell’album.

Il momento più alto di questo debutto dei Rebellion però è Husbandry in Heaven, che parla del momento decisivo dell’opera, ovvero di quando Lady Macbeth convince il marito a uccidere re Duncan. Sono tredici minuti che compongono una vera e propria suite, con momenti diversi che si susseguono tra soliloqui, duetti, accelerazioni, decelerazioni e una parte finale velocizzata che mi ha sempre ricordato la fine di The Demon’s Whip dei Manowar. La cantante che interpreta Lady Macbeth non è granché tecnicamente ma ne rende benissimo la malvagità. Ma – e finalmente c’è un ma – questo pezzo più degli altri è penalizzato dall’unico, vero, grosso difetto del disco: l’accento crucco. Tutti i personaggi, da Seifert in giù, hanno un accento tedesco talmente forte da essere caricaturale. Sentire Shakespeare declamato dalla caricatura di un tedesco che sembra uscito da un film di Lino Banfi degli anni ’70 è un grossissimo ostacolo per prendere sul serio tutta l’operazione. Io continuo a farci caso ancora dopo vent’anni, ma la cosa mi fa tenerezza e riesco a prenderla nel pacchetto come caratteristica situazionista, diciamo così, però ai primi ascolti bisogna armarsi di tanta, tanta, tanta pazienza e comprensione per cercare di superarla.

Mi pare di aver detto tutto. Ho ritenuto opportuno dilungarmi per rendere nuovamente omaggio a quello che solo io al mondo ritengo essere un capolavoro. Spero di aver convinto qualcuno di voi a portare pazienza per entrare nelle corde di un disco che per molti versi può essere ostico; per tutti gli altri ci vediamo in autostrada, ma ricordatevi che quelli contromano siete voi. (barg)

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