Celebriamo il crauto insieme a RUNNING WILD e REBELLION

Mi sento moralmente obbligato a cominciare questo piccolo recuperone di metallo tetesco parlando di Blood on Blood, l’ultimo album dei RUNNING WILD. Cinque anni sono passati dall’ultimo Rapid Foray, pur con l’EP Crossing the Blades nel mezzo, e nulla è cambiato in casa Kasparek. Se i gruppi tedeschi tendono spesso all’immobilismo stilistico, i Running Wild sono i campioni di questa tendenza. I loro dischi sono pressoché sempre intercambiabili, e qualsiasi pezzo di Blood on Blood sarebbe potuto essere su qualsiasi altro album della band, quantomeno quelli degli ultimi venti-trent’anni. A cambiare col tempo è ovviamente la qualità, perché è chiaro che certi dischi sono migliori di altri ed è altrettanto chiaro che dopo più di quarant’anni di carriera non è che si può pretendere un altro Pile of Skulls, ma quello che importa è che Rock’n’Rolf si diverta e che comunque i loro dischi, anche quando non proprio ispirati, comunque si facciano tranquillamente sentire in sottofondo.

Non c’è molto da dire su Blood on Blood, perché è esattamente come ve lo immaginate. Niente per cui strapparsi i capelli, ovviamente, ma neanche la merda totale che si dice in giro da un ventennio a questa parte ad ogni uscita firmata Running Wild. I pezzi sono mediamente gradevoli se non ci si pone troppa attenzione, con qualche momento di esaltazione vera come in Diamonds & Pearls e The Iron Times, il consueto pezzo lungo conclusivo, stavolta dedicato alla Guerra dei Trent’Anni (argomento recentemente toccato dal principe saudita Centini). E soprattutto gli assoli e le parti soliste in generale, che non deludono mai: Rolf sarà anche vecchio e stanco, ma gli assoli ce li ha nel sangue, e basterebbero quelli a dare un senso ad ogni suo nuovo album. Come sempre, per sempre, uno dei gruppi della vita.

Sono tornati pure i REBELLION, di cui abbiamo parlato qui e lì. Loro sono il gruppo che fondò Uwe Lulis dopo essersene andato dai Grave Digger, insieme all’altro transfuga Tomi Gottlich e a Randy Black alla batteria. Adesso è rimasto il solo Gottlich, che porta avanti il gruppo insieme ad alcuni illustri sconosciuti (tra cui tale Fabrizio Costantino, di cui non ho altre notizie) e al cantante storico Michael Seifert, anche negli Wolfchant. I Rebellion hanno sempre composto concept album, a parte il secondo Born a Rebel, e infatti nella loro discografia ci sono due dischi ispirati a Shakespeare, tre sulla storia dei Vichinghi, uno sulla storia dei Sassoni e uno sulla battaglia di Teutoburgo. Quest’ultimo We Are the People invece è ispirato a varie vicende europee dell’ultimo paio di secoli, quindi Rivoluzione Francese, battaglia di Verdun, Seconda Guerra Mondiale, eccetera. Il primo pezzo si chiama Risorgimento (Tear Down the Walls) e parla dello sbarco dei Mille con la consueta adorabile delicatezza crucca, e sentire la voce roca e grattata di Seifert che urla parole italiane dà un tocco magico al tutto.

L’operazione sarebbe potuta essere divertente, in senso buono o meno, ma purtroppo il disco è noioso. È un problema di tutti i dischi dei Rebellion in realtà, a parte il debutto di cui parleremo l’anno prossimo per il ventennale, ma questo è particolarmente noioso anche rispetto agli altri. Non fa schifo, perché i tedeschi quando fanno heavy metal classico e quadrato è molto difficile che facciano schifo, però è proprio una roba tirata via col pilota automatico che sembra scritta con un generatore automatico di metallo tetesco; l’unico vero punto di forza è sempre la voce di Michael Reifert, ma quella ovviamente la diamo per scontata. Non saprei neanche dire quale pezzo è migliore degli altri, vista la piattezza che regna sovrana più o meno dall’inizio alla fine, ma i migliori spunti credo si possano trovare nella succitata Risorgimento e in World War II, che vede anche Uwe Lulis in un’ospitata di lusso, e nell’eponima conclusiva, che è addirittura carina. Terribile comunque la copertina, una tamarrata che ritrae (suppongo) Europa su una pila di ossa incendiate con un toro e una bandiera dell’Unione Europea tutta strappata, povera bandierina, mannaggia. In ogni caso imperdibili dal vivo con il boccale da litro di prammatica. (barg)

5 commenti

  • A me, sinceramente, la copertina del disco dei Rebellion non dispiace affatto…🙂

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  • I Rebellion, dai tempi di Born a rebel (con motociclista metal in impennata) mi piacciono assai. Questo album, non recentissimo, ha dei buoni punti di forza. Garibaldi leads us to victory!

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  • Anche se ora c’è ‘sta moda di buttargli merda addosso (poi vai a vedere e scopri che chi lo fa metterà gli Iron Maiden nella classifica di fine anno, quindi il giudizio si annulla automaticamente), quando Rock & Rolf si mette a fare i Running Wild spacca sempre. Peccato per quei due o tre brani Hard Rock un po’ cretini ma la botta epica, i ritornelli e gli assoli sono gli stessi dei bei tempi, poi se si preferiscono i Blazon Stone (che a parte la maggiore velocità un disco così se lo sognano) allora va bene così.

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  • Quando parli dei gruppi tedeschi il discorso si potrebbe sovrapporre alla birra, bravi nei classici (Lager e Pilsner soprattutto) ma con poca inventiva…

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