PORTRAIT – At One with None

In Grecia hai Achille e il suo incredibile emulo, Alessandro Magno. E decine di altri, in realtà. Se sei americano, invece, la storia e l’epica offrono personaggi drammatici meno noti ma non meno meritevoli di memoria. Chi avrebbe bisogno di Capitan America quando ci sono (stati) Lee e Grant? E Stonewall Jackson. Sempre che poi non si finisca per assaltare Capital Hill manco fosse il Little Round Top, chiaro. In Svezia sicuro i più si rifaranno con orgoglio ai variaghi. D’altronde mezzo mondo si traveste da vichingo per sembrare più figo, mica per caso. Ma fossi io svedese probabilmente ammirerei di più la figura di Gustavo Adolfo, il re soldato che con le sue truppe ha tenuto in scacco l’impero più potente d’Europa nella tragedia della Guerra dei Trent’Anni. Il punto è che mezza Europa tremava al pensiero degli svedesi non tanto quando questi vestivano di pellicce, bevevano dai corni e solcavano le onde su navi che sembravano draghi, ma semmai quando portavano quei ridicoli colletti seicenteschi simili ai centrotavola della nonna, omologati all’eleganza del tempo. Si dice che le truppe svedesi non abbiano lasciato un solo castello in piedi in Germania. Sicuro un’esagerazione (Burg Eltz è ancora integro), ma abbastanza prossima alla verità. A leggere La Guerra dei Trent’anni di Veronica Wedgwood, libro consigliatissimo, viene da riflettere sul fatto che la prima metà del Seicento, tra pestilenze, eccidi immani, eserciti sbandati e carestie, sia stato un periodo forse più buio ancora di quel Medioevo che ormai gli storici ormai ricostruiscono come stabile e florido, più di quanto si sia portati a credere. Manzoni ne sapeva qualcosa, insomma. Beh, in quel contesto apocalittico la figura del re-soldato morto in battaglia svetta sugli Olivares, Richelieu e Wallenstein come un personaggio a suo modo quasi cavalleresco.

I Portrait sono appunto svedesi e At One with None è un disco di metallo oscuro, elegante e nordico. Il riferimento principale, come nei dischi precedenti, sono forse i Mercyful Fate, o più in generale King Diamond. Però il disco già dall’inizio, con la canzone omonima, ci dice anche un’altra cosa: il power americano, direi quello tra Sanctuary e Iced Earth, non è affatto dimenticato. E infatti subito mi erano venuti in mente i Silver Talon, che quest’anno si sono posti sulla scia delle band di Warrel Dane. E mi era venuta in mente anche la filippica su Stonewall Jackson e Gustavo Adolfo che ho infilato a forza a inizio del pezzo, perché mi chiedevo che epica potesse ispirare un disco del genere, certo evocativo, ma non viking. Ma c’è comunque molto altro nelle otto canzoni di At One with None, a cui vanno aggiunte le due tracce bonus, The Blood is the Life e Farewell to the Flesh, che sono tutt’altro che scarti o riempitivi. Anzi.

Ci sono chiaroscuri elettroacustici ben integrati che tratteggiano la maglia sonora, rendendola particolarmente malinconica e sfumata, carica come nuvole minacciose e gravide di umori cupi. Certo che i Portrait non si spaventano poi di cimentarsi nella composizione progressiva di alcuni brani, cosa che riesce loro senza intoppi. E questa è un’altra delle loro cartucce. Pensate alla lunga e solenne Ashen, che da brano power ed epico evolve in un temporale black metal. Già, il black, altra potenzialità espressiva dei nostri. Come nel riffing serrato, schizofrenico e disarmonico di A Murder of Crows. È poi il suono che mi ha davvero sorpreso, non solo per gli intarsi acustici ma in generale per la ripresa fedele e calibrata di ciascuno strumento, senza compressioni eccessive. In particolare la batteria. Ci scommetterei che si son presi la briga di microfonarla e registrarla per bene, senza trigger e artifizi. Le pelli sembrano pelli, non martelli pneumatici, e anche i piatti vibrano troppo naturali per essere processati o prodotti da un computer. Spero di non sbagliarmi. Ma sto parlando comunque di dettagli, le chitarre acustiche, le sfumature prog e black, il suono della batteria.

4 commenti

  • Cacchio Centini, sei diventato il mio spacciatore ufficiale di roba heavy/hard rock/doom. Quest’anno tra questo, i Green Lung, i Wheel e quei truzzi dei Nestor mi hai ingozzato manco fossi una nonna al pranzo della domenica!! A quando una bella retrospettiva sui mai troppo sottovalutati Hällas?

    "Mi piace"

    • Lorenzo Centini

      Grande! Gli Hellas ammetto di averli incrociati di recente solo perché pedina o su un social i Meurtriéres e ho letto che aprivano per loro. Ora indago, grazie!

      "Mi piace"

  • Album e recensione di prima classe, grazie! Qualche eco di Iced Earth e Sanctuary si sente eccome.
    A proposito della Guerra dei Trent’anni, vero che Richelieu non svetta come personaggio eroico, ma almeno ad un certo punto della guerra (quello in cui la religione non c’entrava più nulla) ha dato i dindi al buon Gustavo Adolfo per permettergli di bastonare un po’ gli imperiali

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...