Avere vent’anni: ICED EARTH – Horror Show

Cesare Carrozzi: Con Horror Show inizia la fase calante degli Iced Earth, triste accadimento che col senno di poi era però prevedibile, visto che Jon Shaffer e compari fino a quel momento non avevano sbagliato più o meno nulla e che prima o poi lo stato di grazia purtroppo finisce per tutti, belli (come me) e brutti (come voi). Non che Horror Show sia un disco privo di qualità o da buttare tout-court, anzi all’interno ci sono un paio di pezzi che mi piacciono assai, tipo Damien e Wolf e, boh? Forse solo questi? Che altro c’è dentro Horror Show di carino, vediamo… Ghost of Freedom è una bella ballata acustica con un Barlow ispiratissimo e una gradevole coda elettrica, poi c’è la cover di Transylvania. Ah sì, poi c’è Richard Christy alla batteria anni prima che cominciasse un’ispiratissima carriera di sommelier col culo (argomento che evidentemente vi piace un casino, visto che quell’articolo è uno dei più cliccati in assoluto qui su Metal Skunk. Che dire: tutti sommelier col culo degli altri, no?), e c’è anche Steve Di Giorgio e insomma tutto bello, salvo che Horror Show è pieno di riempitivi; vent’anni fa la malaparata la intuii quando scelsero Dracula come primo estratto dall’album, una mezza cagata vagamente reminiscente dei Blind Guardian nel ritornello e con un’introduzione di chitarra acustica e voce totalmente disutile, al limite necessaria giusto per fare minutaggio, ma nemmeno, visto che il disco è comunque bello corposo. Alla fine il lavoro si chiude con The Phantom Opera Ghost che a tratti è piacevole, ma solo a tratti, venuta troppo lunga (come gli articoli del Belardi) e dispersiva, probabilmente nel tentativo di dargli un piglio da musical che francamente non serviva. Insomma, di Horror Show si salvano tre canzoni e mezza più la riproposizione di Transylvania, il resto non è proprio da incenerire ma è insipido e innocuo, che non è esattamente quello a cui Jon Schaffer ci aveva abituato fino a quel punto. Peccato. 

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Barg: Horror Show è il colpo di coda degli Iced Earth, il dignitoso addio con cui un gruppo ormai senza più il fuoco iniziale si accomiata dal suo pubblico. Un disco dignitoso, questa è forse la parola giusta. Dopo aver provato il grande e magniloquente concept (Something Wicked this Comes) e aver capito che qualcosa stava cambiando, e prima di scriverne un altro (The Glorious Burden), Jon Schaffer coglie l’occasione dell’ultimo album di inediti con Matt Barlow per scrivere un semplice disco di canzoni il più possibile dirette ed immediate, nonostante sia tecnicamente anche questo un concept sui vecchi mostri della Hammer e della letteratura gotica. Impossibilitato a puntare sulla qualità dei pezzi, non essendo più in grado di comporre un capolavoro, Schaffer sceglie di ricercare la perfezione in tutti gli altri aspetti; e mi riferisco soprattutto alla produzione e ai cambi di formazione.

La produzione di Jim Morris è perfetta. Potentissima da buttare giù i muri, adeguata al contesto e al gruppo, in grado di valorizzare ogni strumento e far rendere ogni pezzo al massimo possibile e anche di più; talmente perfetta da essere un piacere da ascoltare, anche nei momenti meno riusciti. Per i cambi di formazione invece ci si è affidati nientemeno che a Steve DiGiorgio e Richard Christy, dei quali non serve ricordare il curriculum. Ma Horror Show non ha nulla di tecnico o intricato, a parte qualche passaggio qui e lì, e mi ricordo ancora di un’intervista di Schaffer che diceva “voi non avete idea di quanto sia faticoso costringere Steve DiGiorgio a suonare un terzo delle note che vuole suonare lui”.

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In Horror Show ci sono due soli veri capolavori: la meravigliosa Wolf, una tremenda mazzata in faccia senza un attimo di tregua, che è il più bel regalo che Jon Schaffer potesse farci perché avessimo un bel ricordo degli Iced Earth anche quando avremmo iniziato a sentirne i dischi in modo svogliato, e la ballata Ghost of Freedom, scritta interamente da Barlow. Carine anche The Phantom Opera Ghost, che è una specie di A Question of Heaven che non ce l’ha fatta ma che ha i suoi momenti, e Damien. Il resto del disco comunque è ascoltabile, anche perché il suono è talmente perfetto e potente che vale da solo il prezzo del biglietto. E poi c’è il solito artwork spettacolare di Danny Miki, giusto per non farci mancare nulla. Horror Show non può essere paragonato a cose come Dark Saga o Burnt Offerings, ma è comunque molto meglio di come viene spesso dipinto. Dignitoso è davvero la parola giusta. Ora alziamo tutti il volume al massimo e spariamoci Wolf finché non arriva l’avviso di sfratto.

4 commenti

  • Per me all’epoca fu una discreta delusione, perchè l’ho sempre trovato un lavoro modesto e senza mordente. Sembrano gli Idec Earth col freno a mano tirato. Che poi oh, già la pensata di mettersi a fare un concept sui mostri della Hammer non lo rendeva proprio interessantissimo, anche se sempre meglio delle pippe patriottiche da redneck acefalo che ha propinato successivamente.

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  • Concordo con Barg: “dignitoso” è la definizione migliore. E ha indubbiamente i suoi (pochi ma buoni) momenti.

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  • Gianfelice Feliciangeli

    Avevo consumato Alive In Athens, per me il live più potente, ricco e ben riuscito in tutta la storia del metal, al netto, credo, di significativi aggiustamenti in studio (qualcuno ricorderà la controversia tra Schaffer e la Century Media che fece uscire il DVD anni dopo contro la sua volontà).
    Lo avevo consumato tanto da diventare fan sfegatato della band e procacciarmi tutto il materiale uscito prima.
    Nei giorni che precedevano l’uscita di Horror Show ero in trepidazione, e quando inserii il disco nel lettore e partì Wolf, letteralmente, sburrai.
    Ora, anche se il mio prototipo ideale di canzone degli Iced Earth resta Pure Evil… anche se Dante’s Inferno vale da sola tutta la discografia della band… anche se Horror Show è forse la chiave di svolta in negativo dell’ego totalitarista di Schaffer da cui è cominciato un indubbio declino, per me HS rimane un buon disco. Per l’appunto, il loro colpo di coda.
    Produzione pesantissima, Barlow in stato di grazia, chitarre devastanti, sezione ritmica ‘manco a dirlo.
    Altro particolare, bei testi ed ottimo modo di affrontare concettualmente una tematica su due piedi di certo ridicola, descrivendo ogni mostro in maniera esistenziale e dal proprio punto di vista profondo.
    Ogni canzone rispecchia i rispettivi protagonisti anche nella musica, vedi l’epicità maligna di Damien, la pesantezza cadenzata di Frankenstein, la teatralità di Phantom Opera Ghost, l’incedere serrato di Jack, l’atmosfera mistica un po’ arabeggiante di Pharaoh (come cazzo si chiama), la scanzonatezza di Dragon’s Child (perché il mostro della palude fa indubbiamente ridere di suo ed è più un riempitivo che altro). Ma il pezzo che più di tutti per me centra il personaggio in questo senso è Dracula, soprattutto grazie ad una grandissima interpretazione vocale di Barlow, che nella parte iniziale riesce ad esprimere il dolore e il disagio in maniera magistrale.
    In definitiva, non lo consiglierei di certo come primo album da ascoltare ad uno che fosse digiuno degli IE (Alive In Athens tutta la vita), però dai… soppesando un po’ tutto direi buon disco.

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