I Nevermore, praticamente: SILVER TALON – Decadence and Decay

Non sapevo come affrontare l’argomento, quindi lo dichiaro subito e non ci penso più: un disco come Decadence and Decay deve praticamente tutto ai Nevermore. La voce, le chitarre, le strutture delle canzoni, le atmosfere, la costruzione stessa dei pezzi e delle melodie. Questo potrebbe farci chiudere qui la recensione, perché chi come il sottoscritto compiange la band di The Politics of Ecstacy avrà immediatamente indirizzato le antenne, mentre qualcun altro (pur senza argomentare a sufficienza, va ribadito) non li ha mai digeriti e allora si terrà alla larga anche dai Silver Talon. Ma sbaglierebbe, credo. Perché poi quello che conta è il livello di scapocciamento indotto da un disco. E quante volte ti ritrovi o a fare le cornine al cielo, o a fare air-guitar, o a fingere di sapere tenere il tempo tamburellando con le dita. Valutando il disco con questi parametri assolutamente scientifici ed inappuntabili, beh, troverete difficile non convenire con me: Decadence and Decay è proprio un disco bellino bellino e ci scommetto che ce lo ritroveremo nelle classifiche individuali di fine anno.

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Il suo difetto principale è che di primo acchito richiama talmente tanto la band di Dane e Loomis che il parere è praticamente già scritto in anticipo a seconda dei gusti personali. Ma quella che non deve essere taciuta è la qualità delle canzoni, otto e tutte mediamente belle, con picchi persino eccellenti. E la capacità di scrivere canzoni non la puoi semplicemente copiare. L’attacco è fulminante. Deceiver, I Am (dalla batteria molto painkilleriana, diciamo così) e la bellissima Resistance 2029 sono perfette per la dimensione live, tra cori e moshpit. E cazzo, non vedo l’ora. Già solo queste due canzoni sarebbero un gran bel biglietto da visita per una band al primo long playing. Quello che poi segue sono ancora quattro pezzi veloci ed arrembanti, tra cui almeno altri due singoli solidi (As the World Burns e Kill All Kings) e si chiude due semi/ballad riflessive e malinconiche nel finale. Proprio quando si abbassano i ritmi, nello stile vocale di Wyatt Howell affiora pure il santino di Layne Staley ad affiancarsi a quello del compianto Dane. Ecco, la voce: chi trovava in quella dei Nevermore una carica espressiva da ridurti alle lacrime, non troverà altrettanta potenza in Howell. Chi per contro trovava quella “carica espressiva” il grido di “un povero gatto in punto di morte stirato anzitempo da un autobus” (cit.), beh, costoro troveranno qui un interprete capace che non dovrebbe infastidirli. La cosa che mi lascia un po’ interdetto, però, è che, alla luce di pezzi così solidi, quadrati e freschi, che da soli basterebbero a far accendere i riflettori sulla band, proprio non capisco perché si sia deciso di fare questo lavoro di cesello per mimare gli elementi di suono più caratteristici e immediatamente identificabili della band di Loomis.

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