Attenuanti generiche: EYEHATEGOD – A History of Nomadic Behavior

Enrico, al quale ho tentato invano di sbolognare la recensione, ha osservato che la qualità dei dischi degli Eyehategod è inversamente proporzionale alle condizioni di Mike Williams. Il cantante ha superato qualche anno fa con successo un trapianto di fegato e chi, come me, ha avuto modo di vederli dal vivo più volte in seguito all’operazione può testimoniare di un frontman tonico e apparentemente in salute. Sono contento per lui, ovvio. Qua si aprirebbe tutto un discorso complicato, forse scontato, ma inevitabile su come tanti capolavori del rock siano legati al progressivo disfacimento fisico e mentale di chi li ha composti. Il mantenimento di determinati standard comporterebbe quindi il definitivo collasso degli interessati, cosa che nessuno si augura, ci mancherebbe. Anzi, la band di New Orleans ha già pagato con la morte del batterista Joey La Caze.

Non è manco detto che una, sia pur relativa, sobrietà conduca a un declino artistico. Ammetterete però che il caso degli Eyehategod è particolare. I tre capolavori che aprono la loro discografia sono tali per i livelli insostenibili di disagio e malessere che sono in grado di esprimere, per il modo inimitabile nel quale riescono a trasmettere all’ascoltatore il dolore e l’oppressione delle dipendenze e del loro impatto sulla psiche e sul comportamento. In uno scenario ideale, la band, dopo il discreto album della reunion pubblicato nel 2014, sarebbe rimasta in piedi giusto per i tour. Con l’attività live congelata da ormai un anno, ci sta però che abbiano lavorato nel frattempo a un Lp. Tutte queste attenuanti non possono però distrarmi dal prendere atto che questo A History of Nomadic Behavior è, tutto sommato, poca cosa.

Oltre a La Caze, è venuto meno un altro membro storico. Il chitarrista Brian Patton (Soilent Green), che forse qualche pera se la faceva ancora, ha mollato tre anni fa, lasciando gli altri proseguire con una formazione a quattro. Ed è un’assenza pesante, perché scommetto che Jimmy Bower i riff migliori se li tiene per quel disco dei Down che prima o poi uscirà. La produzione fin troppo linda non aiuta ma sarebbe disonesto considerarla il problema principale. Intendiamoci, A History of Nomadic Behavior non è un brutto disco e, se non avete aspettative esagerate, può pure piacere. I pezzi, alla fine ci sono, e i suoni, per quanto ripuliti, restano quelli. Non poteva essere diverso e va accettato per quello che è. Basta però rispolverare subito dopo una qualsiasi produzione precedente per accorgersi della differenza e rendersi conto di quanto improponibile sia il confronto.

Siamo dalle parti di A Confederacy of Ruin Lives, disco con il quale i parallelismi si sprecano. C’è la stessa aria di rimpatriata tra amici, lo stesso piglio estemporaneo, ma con meno droga e alcol a fare da contorno. E c’è la stessa vena hardcore che diventa predominante su quella sabbathiana: meno rallentamenti, pezzi più secchi e nervosi. La mia non è una stroncatura, è una constatazione: gli Eyehategod non sono più rovinati al punto tale da essere gli Eyehategod. Se riuscite a passarci sopra, il disco può pure risultare godibile. (Ciccio Russo)

 

 

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