Meglio i primi dischi: EMPYRIUM – Über den Sternen

Gli Empyrium non sono più classificabili come band strettamente metal da quasi venticinque anni. Per meglio dire, sono stati tali solo per un brevissimo periodo (o forse non lo sono mai stati), come gli Ulver. Nel ’96 ci avevano già pensato proprio loro a sdoganare il concetto che non tutto si sarebbe esaurito nel black metal. Dopo una demo e due album clamorosi, anche i tedeschi seguirono tale esempio e diedero alla luce uno tra i loro lavori più pregevoli e singolari, Where at Night the Wood Grouse Plays. Ma questo del disco acustico dei tedeschi è l’unico elemento che può consentirci di associare in qualche modo i due nomi. Le similitudini finiscono qui, in quanto i norvegesi seguiranno un tracciato totalmente diverso da qualsiasi altro visto in precedenza, mentre gli Empyrium, da questo momento in avanti, si attesteranno su una cifra dai contorni più coerenti, ma anche più marcati e riconoscibili, che si concretizzerà (facendo finta che The Turn of the Tides non sia mai esistito) in due ulteriori pregevoli capitoli: Weiland e il nuovo Über den Sternen.

Chi scopre gli Empyrium oggi con Über den Sternen si trova più o meno nella stessa condizione di chi, vent’anni fa, li scopriva con Weiland senza conoscere nulla del pregresso. Semmai, chi li ascolta oggi per la prima volta è addirittura facilitato nella lettura e non dovrà far altro che unire i puntini lasciati sul foglio da Mr. Stock e da Mr. Helm se vorrà capirci qualcosa. Con questo voglio dire che i tedeschi hanno lasciato degli indizi ben chiari su quali siano le proprie radici musicali. Brani come The Wild Swans o la title track sono perfette sintesi delle loro due anime: sono figlie del presente ma potrebbero far venire voglia a qualcuno di saperne di più. Chi, invece, si approcciò alla visione del mondo degli Empyrium con Weiland si trovò sicuramente in maggior difficoltà per il suo essere un’opera quasi estrema, di difficile lettura e dall’indole narrativa, desiderosa di raccontare un immaginario romantico e naturalistico. L’atmosfera pagana, la poesia del bosco e gli spiriti dell’acqua: se queste parole vi dicono qualcosa vuol dire che avete saputo interiorizzare quel disco così complesso e senza mezzi termini.

Per chi ha qualche anno in più e maggior consapevolezza della discografia dei nostri, approcciarsi a Über den Sternen è, dunque, affare molto più semplice e di immediata interpretazione. Personalmente, ne apprezzo i rari tentativi volti a recuperare quelle ormai antiche radici di cui scrivevo più su, mentre trovo meno coinvolgenti tutti gli altri brani nei quali riscontro una predominanza dell’approccio operistico, soprattutto nella voce di Thomas Helm (anche questa, caratteristica per nulla nuova), ed un eccessivo uso di quello che a tutti gli effetti mi sembra un dulcimer. Non contesto le legittime scelte stilistiche, perché siamo nell’alveo dei gusti personali, ma non faccio nemmeno mistero di aver preferito di gran lunga quegli intrecci di arpeggi, l’uso del flauto e le teatralità che caratterizzavano maggiormente il ben più ostico e coraggioso (sebbene ancora meno metal di questo) Weiland. (Charles)

2 commenti

  • Premetto che posseggo e custodisco gelosamente i primi due album. Poi li ho persi di vista all’epoca della svolta “troppo folk” per i miei gusti talebani di allora.
    Per cui non ho elementi sufficienti per valutare il loro percorso entro una dimensione diacronica.
    Ho ascoltato bene questo album invece, prima di acquistarlo. E chiaramente mi è piaciuto molto. Elegante, ricercato, meditativo e con quegli sprazzi primigeni che me lo rendono “riconoscibile”. Grande lavoro.

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  • Per me Weiland è una colossale rottura di palle, lo ammetto. Dopo i primi due potevano chiudere baracca. E sì che le atmosfere bucoliche normalmente mi piacciono. Misteri della Fede, come dite voi.
    Quest’ultimo boh, devo assimilarlo, ma non mi pare andrà a scalfire la mia opinione sulla loro discografia post Songs of Moor…

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